Oltreconfine, la rassegna stampa internazionale di Policy Maker
HEGSETH BACCHETTA LA NATO: STOP AL FREE-RIDING
Come sottolinea la BBC, Pete Hegseth, segretario alla Guerra Usa, ha lanciato un messaggio chiaro e duro durante la riunione dei ministri della Difesa Nato a Bruxelles: gli Stati Uniti faranno una revisione di sei mesi sulla presenza delle proprie forze in Europa. L’ha chiamata “Nato 3.0”, con l’obiettivo di spingere il Vecchio Continente a prendere finalmente in mano la propria sicurezza in modo “veloce e irreversibile”.
Hegseth ha parlato di alleati che fanno “free-riding” da troppo tempo, soprattutto tra i Paesi più ricchi e grandi dell’Alleanza. Alcuni, ha detto, supereranno la prova a pieni voti, altri la falliranno. Ha criticato apertamente chi ha messo limiti al sostegno alle forze Usa durante il conflitto con l’Iran e ha avvertito che i contributi americani alle casse Nato saranno legati al rispetto degli impegni di spesa. Chi non accelera, vedrà ridursi anche i soldi di Washington.
L’obiettivo è arrivare entro il 2035 al 5% del PIL in difesa, suddiviso in un 3,5% per spese militari dirette e 1,5% per infrastrutture collegate. Il segretario generale della Nato Mark Rutte ha ricordato che la spesa europea è già aumentata di 90 miliardi di euro l’anno scorso, una crescita pari al 20%, e che gli europei stanno già compensando in parte i tagli americani.
Tuttavia ha ammesso che non tutto ciò che gli Usa ritirano potrà essere sostituito immediatamente. Nel frattempo gli Stati Uniti stanno riducendo il loro impegno nella Nato Force Model, la forza ad alta prontezza, soprattutto per quanto riguarda aeronautica e marina. I dettagli non sono ancora pubblici, ma sul campo si vedono già movimenti concreti: ritiro di 5.000 soldati dalla Germania, oscillazioni sul contingente in Polonia, dove Varsavia propone addirittura una base permanente, e tensioni con la Spagna per l’uso delle basi. Al summit ha partecipato anche il nuovo ministro della Difesa britannico Dan Jarvis, arrivato senza un piano di investimenti chiaro ma promettendo di lavorarci “giorno e notte”. Il suo predecessore si era dimesso proprio perché riteneva insufficienti i fondi previsti. Il prossimo vertice di Ankara sarà il banco di prova.
CUBA VARA LA SVOLTA DI MERCATO PIÙ RADICALE DALLA RIVOLUZIONE
Cuba ha appena approvato 176 misure che rappresentano il cambiamento economico più profondo dalla Rivoluzione del 1959. Lo sottolinea l’Associated Press, secondo cui l’obiettivo è alleggerire il controllo statale soffocante su produzione, prezzi e risorse, aprendo spazi concreti all’iniziativa privata.
Tra le novità più importanti: maggiore libertà per le imprese private, possibilità di importare ed esportare senza intermediari statali, assunzioni libere, autorizzazione alle banche private e agli investimenti dei cubani all’estero. Arriva persino il via libera alle catene di fast-food.
Come ha sottolineato l’analista Luis Carlos Battista, pilastri storici come il monopolio statale sul commercio estero e la centralizzazione della produzione vengono smantellati.
I leader cubani, a partire da Raúl Castro che ancora conta molto, hanno provato riforme limitate in passato, che però spesso si sono arenate nella burocrazia. Stavolta si avverte che l’attuazione sarà graduale e che molte misure resteranno sulla carta senza la fine dell’embargo energetico e finanziario imposto dagli Stati Uniti da gennaio. Blackout di 20 ore, crisi energetica drammatica e servizi collassati hanno aggravato una situazione già critica da cinque anni. Trump e il suo Segretario di Stato Rubio mantengono la linea della “massima pressione” per cambiare il sistema, senza escludere nemmeno l’opzione militare.
Nel frattempo, Raúl Guillermo Rodríguez Castro, nipote di Raúl, ha detto in un’intervista che Cuba non rappresenta “nemmeno lontanamente” una minaccia per gli Usa e che stanno cercando un modello “molto cubano”, ispirato alle esperienze di Vietnam e Cina: diversificare economia, imprese e investimenti. Gli esperti concordano però sui grossi ostacoli: le sanzioni americane rendono difficili gli investimenti, la burocrazia resta lenta e inefficiente, e c’è diffidenza da parte di potenziali partner. Senza un alleggerimento delle sanzioni, molte riforme rischiano di rimanere lettera morta.
PARASTOO AHMADI CONDANNATA ALLA FRUSTA PER AVER CANTATO SENZA HIJAB
Il regime iraniano ha colpito ancora una volta il mondo della cultura. Come evidenzia il Guardian, la cantante Parastoo Ahmadi, 29 anni, e otto membri della sua squadra di produzione sono stati condannati a 74 frustate dal tribunale penale della provincia di Qom. La sentenza prevede anche due anni di divieto di espatrio e due anni di stop a qualsiasi attività artistica. L’accusa è di aver offeso il pudore pubblico diffondendo “contenuti volgari e immorali” online.
Tutto nasce da un concerto diffuso in streaming sul canale YouTube della cantante nel dicembre 2024. Parastoo ha interpretato il brano patriottico “Az Khoone Javanane Vatan” senza indossare l’hijab. Il video è diventato virale con milioni di visualizzazioni. Dopo una breve detenzione, le autorità hanno formalizzato il caso. Associazioni per i diritti umani e avvocati che hanno esaminato i documenti sottolineano come questa condanna rientri in una strategia più ampia per scoraggiare ogni forma di dissenso culturale.
L’avvocato Moein Khazaeli di Dadban ha sottolineato l’assurdità giuridica della sentenza: cantare, suonare o produrre musica non è un reato secondo il codice penale iraniano, e di certo non può essere equiparato alla diffusione di materiale osceno. Soprattutto, la fustigazione viene considerata da numerose organizzazioni internazionali una forma di tortura e trattamento inumano, in violazione degli obblighi internazionali dell’Iran.
La notizia ha suscitato forti reazioni nella diaspora artistica iraniana. L’attrice Nazanin Boniadi ha ricordato che il regime continua a punire le donne per la loro voce e a uccidere chi chiede diritti. Setareh Maleki, costretta all’esilio dopo il film “The Seed of the Sacred Fig”, ha invece lodato il coraggio di Parastoo: pur sapendo le conseguenze, ha scelto di cantare e di farsi sentire come donna. Per lei, ogni artista che rifiuta la censura dentro l’Iran compie quotidianamente un atto di resistenza.
Questo caso riaccende i riflettori sulla repressione sistematica in Iran contro chi sfida le regole imposte dal regime. Mentre le autorità cercano di mostrarsi sotto una luce diversa all’estero, all’interno continuano a punire con violenza chi osa anche semplicemente cantare a capo scoperto. La sentenza dimostra quanto il controllo sulla cultura resti una priorità assoluta per Teheran.
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Marco Orioles
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