Intervista di Fedele Eugenio Boffoli a Claudio Braida
Claudio Braida (https://www.claudiobraida.it/) ha lavorato per oltre quarant’anni nel settore edilizio e territoriale, dapprima come tecnico comunale, successivamente presso uffici di “Edilizia Residenziale Pubblica”, come progettista, e parallelamente per una decina d’anni con un proprio studio. La sua formazione professionale avanzata è avvenuta presso la “Facoltà di Architettura dello IUAV di Venezia” e attraverso la certificazione di corsi di progettazione con “CasaClima”.
Da oltre trentacinque anni ha intrapreso lo studio del “Feng Shui classico” (antica arte geomantica taoista della Cina, ausiliaria dell’architettura) attraverso specifici corsi e più recentemente il “Sa che Tibetano”, anch’essa arte geomantica. Ultimamente ha iniziato ad interessarsi del “MahaVastu”, un sistema sviluppato dall’ing. Khushdeep Bansal di origine indiana, che ha trovato nell’approccio tecnico l’applicabilità concreta alla pratica professionale. In questo percorso incrocia Helena Petrovna Blavatsky, cofondatrice della Società Teosofica che, nella sua opera ottocentesca, non anticipa, ma ritrova in chiave filosofica occidentale quello che le tradizioni orientali custodiscono da millenni: il “Feng Shui” cinese con tremila anni di storia, il “Vastu” indiano, con una tradizione altrettanto antica, il “Feng Shui tibetano – Sa che” con radici ancora più profonde. Per la Blavatsky lo Spazio Assoluto non è un contenitore vuoto e, nella sua ciclica Emanazione, si traduce in quello che noi conosciamo come “Universo formale”, in cui la nostra coscienza limitata fa esperienza per avvicinarsi al Divino. Un “Grande Soffio”, un movimento perpetuo e incessante che, sul piano energetico e della manifestazione, permea l’Universo e si sostanzia in quello che il “Feng Shui” chiama “Qi” e il “Vastu” chiama “Prana”.
Non inventa nulla di nuovo, ma riconosce, con gli strumenti del pensiero occidentale, una verità che l’Oriente non aveva mai smesso di praticare.
Da questo percorso personale è nata la figura dello “Strategic Space Advisor”, ovvero un ruolo che non esisteva nel panorama professionale italiano. Non un consulente di “Feng Shui”, non un agente immobiliare, non un progettista. Una figura indipendente che interviene prima che le decisioni sugli spazi vengano prese: prima dei tecnici, prima dei contratti, prima che i costi di un errore diventino irreversibili.
Con un metodo proprietario che integra l’analisi territoriale, le tradizioni orientali e rilevazioni strumentali oggettive, per arrivare a una risposta chiara: questo spazio può supportare quello che vuoi farci, nei tempi in cui vuoi farlo? Braida sarà presente Venerdì 26 Giugno, alle ore 19, presso il Gruppo Teosofico Triestino “Edoardo Bratina”, in via Toti 3 a Trieste, per una conferenza su “Abitare lo Spazio, tra Oriente e Occidente”, ingresso libero, tutti invitati.
- In Occidente, il concetto di “abitare e lo spazio” in maniera proficua, non è molto praticato, dall’Oriente ci giungono, tradizionalmente, infatti preziose conoscenze per meglio operarlo.
In Occidente tendiamo a pensare che la lettura energetica dello spazio sia una prerogativa orientale. Non è così. Le cattedrali gotiche, le chiese romaniche, i luoghi di culto medievali furono costruiti secondo principi geomantici precisi con orientamento rispetto ai punti cardinali, proporzioni che seguivano rapporti matematici specifici, collocazione nel territorio che teneva conto dei flussi tellurici e linee energetiche.
Chi costruiva allora sapeva dove costruire, come orientare, quali proporzioni rispettare. Quella conoscenza esisteva in Occidente ed era operativa nella Libera Muratoria, non teorica.
La perdita è relativamente recente e coincide progressivamente con la rivoluzione industriale quando l’architettura si è ridotta a problema tecnico ed economico. Da quel momento, lo spazio ha smesso di essere letto e ha cominciato ad essere solo misurato. L’Oriente non ha subito la stessa interruzione infatti il “Feng Shui”, il “Vastu”, il “Sa che tibetano” hanno continuato a essere trasmessi e praticati.
Oggi quello che l’Occidente ha dimenticato torna disponibile proprio attraverso queste tradizioni. Non come importazione esotica, ma come recupero di una consapevolezza che era in parte già nostra.
- Dopo progettazione e costruzione, il primato va alla gestione dello spazio, quale priorità inderogabile della Vita e dell’Essere?
Progettiamo, costruiamo e poi? La vita dentro quello spazio inizia dopo. Ed è lì che la maggior parte delle attenzioni viene meno. Gli spazi vengono progettati per ottimizzare superfici e costi. Poi ci entrano le persone e nel tempo emergono problemi che nessuno aveva previsto quali conflitti, difficoltà operative, produttività che non decolla. I tecnici hanno fatto tutto bene. Ma nessuno aveva letto lo spazio in termini di flussi, orientamenti, qualità energetica.
Infatti le qualità energetiche di un ambiente cambiano nel tempo ogni anno, ogni mese, ogni giorno in relazione a cicli terrestri e cosmici che il “Feng Shui” e il “Vastu” mappano con precisione da millenni. Un ufficio che funzionava bene tre anni fa può essere diventato un ambiente difficile oggi, non perché sia cambiato fisicamente, ma perché è cambiata la qualità energetica che lo attraversa.
Gestire uno spazio significa leggerlo in modo continuativo e aggiornato. Questa è la dimensione che manca quasi completamente nella cultura professionale occidentale contemporanea.
- La sua opera rientra nel ruolo di “Strategic Space Advisor”, come Lei appunto si definisce
Non sono un agente immobiliare. Non sono un progettista nel senso tradizionale. Non sono un consulente di “Feng Shui” nel senso folkloristico del termine. Sono un professionista che interviene prima che le decisioni vengano prese, prima che si firmi un contratto, prima che inizi un cantiere per fare le domande che nessun altro sta facendo.
Lo “Strategic Space Advisor” è un ruolo nuovo nel panorama professionale italiano. L’analisi che viene offerta è preliminare e indipendente. Non vendo spazi, non progetto, non coordino cantieri. Il mio intervento può avvenire in due momenti distinti. Il primo è preliminare prima che entrino in scena progettisti, broker e tecnici, quando la decisione è ancora aperta e una lettura corretta può orientare la scelta di base. Il secondo è a progetto avviato, quando vengo chiamato a verificare la congruenza delle scelte progettuali già in corso rispetto al contesto in cui si inseriscono.
In quarant’anni ho visto firmare contratti su strutture perfette sulla carta, che nella pratica hanno generato problemi che nessuno aveva previsto. Da quelle esperienze ripetute ho voluto far nascere questa figura.
- Quanto è possibile correggere una situazione di spazio sfavorevole o quanto, delle volte, è necessario abbandonarlo?
La risposta non è mai assoluta e dipende dal tipo di problema e dalla sua profondità. Correggere uno spazio è possibile, ma è una questione di timing: le energie che attraversano un ambiente cambiano nel tempo e certi interventi sono efficaci solo in determinate finestre temporali. Quando le condizioni lo permettono, si può agire su più livelli modificando la distribuzione interna degli spazi, intervenendo sugli elementi che generano attrito quotidiano o applicando principi di psicologia ambientale per rendere l’ambiente più favorevole a chi lo vive.
Ci sono però situazioni in cui la struttura stessa è incompatibile con le persone o con l’attività che vi si svolge. In quei casi la correzione ha di fatto un limite. Un edificio strutturalmente compromesso non si corregge: si abbandona o si demolisce. Lo stesso vale per certi contesti urbani: quando un’area viene ripensata integralmente, la scelta giusta non è intervenire sull’esistente ma ripartire da zero, con una lettura corretta del territorio prima che il nuovo progetto inizi quando le condizioni urbanistiche lo permettono. Comunque per quanto penso, abbandonare uno spazio non è una sconfitta ma è riconoscere che certi ambienti non sono recuperabili.
- Un’attività che è in sostanza un’arte, dove nulla può darsi per scontato e le stesse “soluzioni” possono essere conseguenza di “illuminazioni” ricevute dal piano “Buddhico”, o “Intuitivo”, come si direbbe appunto in Teosofia
Quello che faccio è essenzialmente tecnico. Le rilevazioni strumentali quali campi elettromagnetici, acustica, umidità, luminosità e temperatura producono dati oggettivi. I sistemi che applico, nel mio percorso proprietario, hanno una struttura codificata e trasmissibile. Non c’è spazio per l’improvvisazione. Detto questo, c’è una dimensione che la tecnica da sola non esaurisce. Ci sono momenti in cui la lettura di uno spazio restituisce una “percezione” che precede l’analisi, direi una certezza diretta che i dati poi confermano. Nella Teosofia mi pare si chiami piano Buddhico o Intuitivo. Non mi definisco teosofo nel senso formale, ma quella dimensione la riconosco nel mio lavoro. Non la chiamo arte la chiamo esperienza accumulata che a un certo punto diventa “percezione diretta”.
- Quali i suoi ulteriori impegni?
I prossimi passi vanno in una direzione precisa: portare questa lettura degli spazi dove i problemi sono concreti e misurabili. Stress cronico negli ambienti di lavoro senza una causa apparente. Conflitti ricorrenti tra persone che lavorano nello stesso ufficio e nelle abitazioni tra coniugi. Attività commerciali che non decollano nonostante un prodotto valido e una gestione corretta. Famiglie che stanno male in una casa senza riuscire a spiegare perché. Aziende che dopo qualche anno di attività entrano in una spirale negativa e falliscono.
Questi non sono problemi metafisici. Sono situazioni reali che hanno un impatto economico e umano misurabile.
Quello su cui sto lavorando, parallelamente, è nel far conoscere questa nuova figura professionale negli ambiti in cui può essere concretamente utile: decisioni aziendali sugli spazi, investimenti immobiliari, riorganizzazioni. Un ruolo che non esisteva e che sto costruendo la credibilità per portare dove serve.
Il mio percorso è già arrivato lì, con un metodo proprietario sviluppato in quarant’anni di lavoro sul campo.
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