Dall’inviato a Roma – L’ambasciatrice Mona Abuamara siede nel suo ufficio al primo piano della Delegazione generale palestinese a Roma. Sul laptop la bandiera palestinese, alle spalle le foto di Yasser Arafat e Abu Mazen. Prima di arrivare a Roma nel 2025 ha diretto per quattro anni la rappresentanza diplomatica palestinese in Canada: vanta un curriculum accademico tra Medio Oriente e America. La sua storia incarna quella del suo popolo. Nata in Libano, ha vissuto nel campo profughi Beddawi di Tripoli. È tornata in Palestina dopo gli accordi di Oslo. “Ma mia nonna e mia zia sono ancora in Libano. Mio padre è stato trasferito con la forza da Giaffa a Gaza. Da lì è partito per andare a studiare all’estero rimanendo profugo dopo il 1967, mentre la sua famiglia subiva molte perdite a causa dei bombardamenti israeliani”.
È difficile vivere così, incomprensibile per chi sta in Italia.
“Sì, è molto difficile. Io ho vissuto tutte le condizioni che Israele impone ai palestinesi: esilio, occupazione, bombardamenti, traumi. Ma la nostra esistenza è la migliore resistenza. Vogliono che ci arrabbiamo, che reagiamo, vogliono presentarci come il problema. Raccontare semplicemente la verità su ciò che accade e restare nella nostra terra è il massimo che possiamo fare in questo momento”.
È mattina e il sole di Roma inonda la terrazza della Delegazione, mentre lo sguardo vola sulle Terme di Caracalla. Il palazzo fu concesso nel 2009 dal sindaco Alemanno: a inaugurare vennero l’allora ministro Frattini e il Presidente dell’Anp Abu Mazen. La chicca è il grande giardino mediterraneo: agavi giganti, pini, palme. E gatti. Sono nati qui, in questo pezzetto di Palestina in pace al centro della Città eterna. E non si muovono, e chi li muove.
Un rifugiato palestinese si trova accanto alle auto distrutte vicino alla casa della sua famiglia nel campo profughi di Khan Yunis, nel sud della Striscia di Gaza, il 24 giugno 2020
Ambasciatrice, nel memorandum tra Iran E Stati Uniti non si parla della Palestina. Vi sentite di nuovo abbandonati?
“La Palestina è la nostra causa. Per risolverla, deve esserci una voce palestinese nell’accordo. E questo è un accordo tra Iran e Stati Uniti. Quindi, sentirsi abbandonati, no. Ma la stabilità nella regione non sarà mai costruita ignorando i diritti dei palestinesi. Qualunque cosa pensino Israele o gli Stati Uniti nel fare accordi di pace con diversi Paesi e aggirando la questione dell’occupazione, della pulizia etnica e del genocidio, la verità è che solo con la piena realizzazione dei diritti dei palestinesi e la giustizia ci sarà pace in questa regione”.
Il primo passo è essere riconosciuti come Stato, ad esempio dall’Italia e dalla Ue?
“La Palestina esiste. Ci sono 160 Stati che la riconoscono. Solo perché alcuni non lo fanno, non significa che sia sparita. I pochi Stati rimasti sono in minoranza, e devono domandare a se stessi perché siano rimasti tali”.
Che cosa dovrebbero fare questi Stati, a partire dall’Italia?
“Si potrebbe applicare il principio di eguaglianza nel diritto internazionale. Non stiamo chiedendo un trattamento speciale, ma uguale agli altri: la realizzazione di tutti quei valori e principi che le democrazie occidentali predicano. L’Italia può iniziare applicando una propria politica rispetto agli insediamenti israeliani nel territorio occupato, e rispetto a ciò che si produce lì. Gli strumenti esistono quando c’è la volontà”.
Quali?
“Le sanzioni, la rivalutazione degli accordi commerciali e delle relazioni bilaterali. Se c’è la volontà politica, ci sarebbe un modo per porre fine alle atrocità di Israele e alla occupazione”.
Lo stop all’accordo commerciale Ue-Israele è stato bloccato da Germania e Italia: come giudica questa scelta?
“Non siamo ingenui al punto di credere che siano Germania e Italia ad aver bloccato una tale decisione: deve esserci un accordo tra tutti i Paesi europei. La motivazione addotta è che si vuole mantenere l’accordo di associazione sul piano politico e garantire la protezione dei civili israeliani. Questa protezione sarebbe stata necessaria quando due milioni di civili palestinesi a Gaza venivano lasciati morire di fame e massacrati, quando i corpi erano sparsi sulle strade, mangiati da animali randagi. Nell’accordo di associazione tra Ue e Israele c’è la clausola sui diritti umani: applicarla non danneggia la popolazione civile in Israele. Sono le azioni dei governi a danneggiare i civili. Speriamo che Italia, Germania e altri considerino e applichino il diritto internazionale per tutti”.
L’ambasciatrice palestinese Mona Abuamara
L’Europa è lenta.
“L’Italia potrebbe adottare sanzioni proprie, rivedere i propri accordi commerciali. Non ha bisogno dell’approvazione di nessun altro. Serve solo la volontà di applicare il diritto internazionale e porre i diritti umani, anche quando sono palestinesi, come priorità”.
Ne ha parlato con il ministro degli Esteri Tajani?
“C’è una forte relazione bilaterale tra Italia e Palestina. Non c’è nulla che non abbia già trasmesso al Ministro. Ma capisco che l’Italia è uno Stato, non siamo così ingenui da pensare che tutto funzioni solo attraverso considerazioni basate su valori e principi, e non anche su interessi e geopolitica”.
L’Italia ha spinto per le sanzioni a leader israeliani, come Ben-Gvir e ai coloni accusati di violenza. Vi basta?
“No. Le sanzioni ai coloni estremisti violenti è quello che propone l’Occidente che aspetta che i coloni feriscano i palestinesi. Ma tutti i coloni sono illegali e sono protetti e coperti dalle forze di occupazione. E le forze di occupazione non agiscono da sole. È un progetto israeliano: spingere i palestinesi fuori dalla loro terra, creare un terrore quotidiano tra la popolazione. Un ministro della sicurezza che fornisce mitragliatrici ai coloni dovrebbe già essere di per sé un problema su cui le democrazie occidentali dovrebbero intervenire. Altrove si vedrebbero reazioni molto diverse”.
Tutti i coloni sono illegali e sono protetti e coperti dalle forze di occupazione. E le forze di occupazione non agiscono da sole. È un progetto israeliano
Occorre andare oltre?
“L’intero sistema degli insediamenti e dell’occupazione deve essere affrontato e smantellato. Ed è questo l’aiuto che le persone sotto occupazione hanno bisogno di ricevere dalle democrazie occidentali, dai loro valori e dal loro ordine internazionale basato su regole”.
I coloni costringono i palestinesi a lasciare soprattutto ampie zone della Cisgiordania. Come si può pensare di arrivare a due Stati separati se si spingono via le persone? È pessimista?
“Sì, non si può pensare di creare uno Stato in un simile contesto, ed è esattamente ciò che Israele vuole. Non vuole un altro Stato, vuole tutto e usa tutte le sue strutture per legalizzare e legittimare le sue azioni atroci. Usa procedure cosiddette democratiche per legittimare attività illegali. È un’altra domanda che le democrazie occidentali dovrebbero porsi”.
Europa e Israele hanno forti legami. Sono più di tipo storico o economico?
“Prima di tutto, c’è un senso di colpa e di responsabilità verso le azioni commesse contro il popolo ebraico. Ma Israele è riuscito a trasformare questo in sostegno all’occupazione e all’apartheid, le questioni contro cui stiamo lottando non hanno nulla a che fare con la religione, l’ebraismo o le comunità ebraiche. Sono violazioni flagranti del diritto internazionale contro la popolazione civile. Noi palestinesi non abbiamo causato i problemi di cui l’Europa si sente responsabile, ma ne paghiamo il prezzo”.
Noi palestinesi non abbiamo causato i problemi di cui l’Europa si sente responsabile, ma ne paghiamo il prezzo
Europa e Banca Europea per gli Investimenti hanno stanziato 400 milioni di euro per aiutare le imprese palestinesi. È un aiuto importante o solo un segno di buona volontà?
“L’aiuto è apprezzato, ma deve essere coerente con un percorso politico che porti alla nostra libertà. Noi palestinesi siamo in grado di sostenere la nostra economia ma ci viene impedito, con un furto, di percepire i nostri guadagni, così come e ci viene impedito di fare affari, perché l’occupante non vuole che il nostro Stato prosperi”.
Che opinione si è fatta della Sumud Flotilla?
“È un gruppo di persone che ha rifiutato di normalizzare la disumanizzazione del popolo palestinese mentre il mondo restava fermo. Sapevano che con questa azione non sarebbero riusciti a porre fine alla fame o aprire l’assedio, ma hanno rifiutato di restare in silenzio e hanno continuato a esercitare pressione, ricordando che due milioni di persone stanno soffrendo. Provo solo apprezzamento, non riesco nemmeno a esprimere l’ammirazione che ho: sapevano di andare verso l’ignoto e che quell’ignoto sarebbe stato pieno di atrocità”.
Donne palestinesi sfollate piangono la morte di un uomo ucciso in un attacco aereo israeliano, prima che la salma venga trasportata dall’ospedale Al-Shifa di Gaza City per la sepoltura
La reazione dell’Europa dopo il sequestro della Flotilla è stata adeguata?
“Regole, valori e principi valgono finché la vittima non è palestinese e il colpevole non è Israele. Avrei voluto vedere una reazione diversa del mondo verso un gruppo civile disarmato che stava andando a Gaza a portare cibo e medicinali. Ma non ce la aspettavamo diversa, perché ciò che principalmente ha mantenuto Israele in piedi così a lungo non sono, come molti pensano, la cooperazione e l’aiuto militare dell’Occidente, bensì lo scudo contro le sue responsabilità e la sua copertura politica. Questo permette a molte parti di non agire concretamente contro Israele, soprattutto quando si etichetta qualsiasi gruppo di solidarietà o organizzazione che mostri la verità sulle atrocità in Palestina, come terroristi e sostenitori di Hamas”.
Negli ultimi due anni è cresciuto il movimento pro-Palestina ma molti Paesi europei reprimono le manifestazioni.
“Il cambiamento nasce dalle persone, da chi rifiuta di vedere l’ingiustizia e di restare in silenzio. Lo abbiamo visto con l’abolizionismo della schiavitù, con il movimento anti-apartheid, con i movimenti antifascisti, anche in molti Paesi colonizzati. La coscienza delle persone si forma attraverso la consapevolezza. E quello che è successo durante il genocidio a Gaza e la pulizia etnica in Cisgiordania e a Gerusalemme Est ha spinto questi giovani a dire che non vogliono vivere in un mondo di “business as usual” mentre ci sono persone così oppresse”.
Quale rapporto c’è fra Hamas e l’Autorità nazionale palestinese? Nel 2027 si terranno le elezioni presidenziali…
“Il nostro rapporto si basa sul comprendere che l’OLP è l’ombrello di tutto il popolo palestinese. Se Hamas sceglie di allinearsi con ciò che costituisce questo ombrello, allora può farne parte. Ma un partito non può decidere per un’intera nazione. C’è una leadership e ci sono i partiti politici. Chi decide la direzione del Paese è la leadership politica e i palestinesi la sceglieranno con queste elezioni. In ogni caso è una questione interna palestinese che non dovrebbe essere usata dall’Occidente o da chiunque altro per privare il nostro popolo dei suoi diritt”.
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