Il racconto di una madre che ripercorre quasi dieci anni di domande, sensi di colpa e paura del domani dopo il coming out del figlio e l’inizio del percorso di affermazione di genere. L’incontro con la rete “La Tenda di Gionata” e con altre famiglie cattoliche ha sostenuto il rapporto con il figlio. Tra burocrazia e attese interminabili
«Mamma, ma io sono sempre tuo figlio, anzi sono già quello che sarò». Luisa Turci ripete quelle parole come se le avesse sentite ieri. Gliele ha dette suo figlio Manu in uno dei momenti più delicati della loro vita insieme, quando lui cercava le parole per dire che avrebbe iniziato il percorso di affermazione di genere.
Oggi Manu ha 25 anni: il suo coming out, racconta Luisa, si dipana negli ultimi quasi dieci anni. «Tutto inizia quando aveva 16 anni, età in cui comincia a rivelarmi di provare attrazione sia per ragazzi che per ragazze. Sentii come uno smarrimento e la sensazione di essere stata io la causa: eppure avevo amici gay, con mio marito avevamo gestito per diversi anni una casa famiglia. Andai dallo psicologo a chiedere se i miei dubbi erano fondati e mi rispose che l’essere femminista e crescere senza una figura maschile in casa, visto che mio marito era morto quando Manu aveva 4 anni, non era assolutamente causa dell’orientamento sessuale di nessuno».
Negli anni successivi, Manu continua a raccontarsi apertamente: nel gruppo scout, con alcuni capi e con il parroco. Intanto vive una relazione con una ragazza durata circa tre anni. «In quel periodo mi comunica di trovarsi più a suo agio con i pronomi maschili, dandomi spiegazioni a non finire, che io non ascoltavo, non comprendevo. Chiesi aiuto alla rete “La Tenda di Gionata” dopo un periodo di rifiuto da parte mia. Grazie a colloqui con psicologi volontari e soprattutto partecipando al gruppo “Famiglie in cammino” della Diocesi di Bologna, cominciai a sperimentare, pur senza capire, l’uso dei pronomi maschili che facevano sentire mio figlio a suo agio. Finalmente Manu sentiva che mi ero messa in cammino».
L’aiuto della fede
«Sarebbe stato vittima di discriminazione, violenza, soprusi? Il solo pensiero di affrontare il percorso sanitario di affermazione di genere mi angosciava, non avevo alcuna conoscenza. Tutto mi spaventava: la nostra situazione economica precaria, la sua salute, diventare un paziente cronico di una struttura pur essendo una persona sana, il tribunale per la rettifica anagrafica infine la sensazione di aver perso “la mia principessa, la mia figlia stupenda” e tutto l’immaginario che mi ero costruita. Un vero e proprio lutto».
Da credente, Luisa ha trovato la forza per attraversare quell’angoscia nelle Sacre Scritture. «Insieme agli altri genitori, alla luce del Vangelo ci siamo aperti, abbiamo studiato, partecipato a formazioni, abbiamo compreso la naturale varietà biologica: non è una moda, non è una malattia, non è una scelta. Insieme abbiamo aperto la nostra mente, avessimo saputo che da sempre poco meno del 20% della popolazione nasce con varianza di orientamento e una piccola minoranza anche varianza di identità di genere, avremmo fatto soffrire meno i nostri figli e figlie».
Se da una parte il Vangelo è stato di sostegno, dall’altro l’incontro con alcune persone all’interno della Chiesa lo è stato meno. «La mia fede mi ha permesso di avere chiaro che Gesù ha sempre privilegiato le minoranze, invece le persone di Chiesa mi hanno spesso delusa, per la pochezza del pensiero, il Vangelo apre a vasti orizzonti non alla comoda poltrona di casa propria. Con il nostro gruppo diocesano restiamo in dialogo anche con quella parte di clero che considera ogni varianza una malattia da curare. Cerchiamo di costruire ponti più che innalzare muri».
Un futuro da costruire
Luisa e Manu, che dopo due anni di richieste ha ottenuto la carriera alias all’università, vivono in un paesino sul mare di circa diecimila abitanti.
«Manu non è l’unica persona transgender in paese, nessuna di queste per ora vive discriminazione dichiarata, forse qualche sguardo attonito, giudicante ma niente di eclatante».
In Italia la comunità trans continua a essere quella più colpita, le associazioni che si occupano di diritti lgbtqia+ segnalano da anni come le persone trans siano maggiormente esposte a discriminazioni e difficoltà nell’accesso al lavoro, ai servizi e ai percorsi di affermazione di genere. A questo si aggiungono tempi lunghi, percorsi differenti in base al territorio e procedure che spesso ricadono sulle persone e le loro famiglie.
«La ricerca della struttura ospedaliera che lo prendesse a carico è stata difficile, non esiste un manuale o qualcuno che ti possa dire come fare dove andare. Se hai possibilità economiche trovi tutto con facilità ma noi abbiamo faticato per ogni passo».
In questo momento Manu e sua madre sono in attesa della decisione del giudice sulla rettifica anagrafica e quindi dei documenti. «Chissà se il giudice capirà oppure rimanderà a chissà quando. La legge non specifica nulla, spesso contrasta questo tipo di richieste. È chiaro che i ragazzi come Manu hanno un carico maggiore di stress e anche a causa di questo vanno più a rilento. Solo dopo la rettifica anagrafica, Manu si potrà mettere in lista di attesa per l’intervento chirurgico, circa 6/7 anni».
Un’attesa che significa, anche, mettere in pausa il proprio futuro. «Chi ha le possibilità va in Spagna chi come noi non riesce, aspetta. Io non mi sento per niente tutelata. Sarebbe utile superare i pregiudizi studiando, ascoltando la scienza, prevedendo per questa minoranza percorsi accessibili e legittimati».
Oggi Manu sta ultimando l’università, è capo scout e una rete di amicizie che lo sostengono. «È un ragazzo che sogna e che si dedica da sempre alla psicologia. Quando è nato eravamo in 15 persone in casa, ciascuna con la propria diversità. Questo è l’imprinting che ha ricevuto mio figlio e che porta dentro di se. Credo sia la persona più integra che io conosca».
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Alessia Arcolaci
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