#Finsubito news – Perché in Francia le manifestazioni non si fermano? Dal carovita alla crisi delle finanze dello Stato, le ragioni dietro a settimane di «proteste continue»


di
Stefano Montefiori

Lo sciopero non ha indebolito le proteste ma le ha rilanciate. Dal carovita ai salari bassi, il malcontento è anche politico. E c’è chi cavalca l’onda in vista delle prossime elezioni presidenziali

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE 
PARIGI – Sabato 7 novembre ennesima giornata di cortei in Francia, appena due giorni dopo la mobilitazione di giovedì 5 che era attesa come uno spartiacque: i cortei di studenti e sindacati e lo sciopero avrebbe potuto segnare l’indebolimento della protesta, come sperava il governo, o il suo rilancio. Ha vinto la seconda ipotesi, perché secondo gli organizzatori sono scese in piazza un milione e 600 mila persone. Le autorità indicano un numero molto inferiore – 600 mila, un milione in meno –, ma comunque soprattutto nelle grandi città, e a Parigi in particolare, i cortei sono stati molto affollati. Gli episodi di violenza, inaccettabili ma ormai considerati inevitabili, sono stati opera di black bloc estranei ai cortei, e puntuali: niente a che vedere con le violenze e i saccheggi di massa del 17 ottobre.

Perché in Francia, a differenza di altri Paesi europei come Italia, Germania e Belgio, la protesta continua in modo così intenso? Ci sono ragioni di scontento comuni a tutta Europa – il carovita, l’impoverimento della classe media – e altre specifiche della società francese: la rabbia dei liceali che hanno dato il via alla protesta già da settembre, la fine convulsa dell’era Macron, la mancanza di una maggioranza in parlamento e quindi l’impotenza del governo e della politica a dare risposte credibili, una gravissima crisi delle finanze dello Stato che fa temere l’attacco dei mercati, e una campagna elettorale per l’Eliseo che è entrata nel vivo benché si voti tra neanche sei mesi, con il leader dell’estrema sinistra Jean-Luc Mélenchon che cavalca la protesta volando nei sondaggi, e la leader dell’estrema destra Marine Le Pen che al contrario promette il ristabilimento dell’ordine e consolida così il suo ruolo di strafavorita.




















































Il primo ministro Sébastien Lecornu ha annunciato che lunedì si terrà una conferenza sociale con i sindacati e le associazioni degli imprenditori, con l’obiettivo di «fornire risposte alle questioni relative al potere d’acquisto e ai salari». Il rincaro del carburante e gli stipendi troppo bassi sono al centro delle proteste, ed è notevole comunque constatare come i quasi dieci anni di macronismo si concludano in modo paradossale rispetto all’inizio della sua avventura all’Eliseo, nel 2017. Allora Macron si è posto come colui che superava definitivamente la vecchia divisione destra/sinistra, che oggi invece torna protagonista con il duello Le Pen/Mélenchon; Macron annunciava il ridimensionamento delle parti sociali e dei corpi intermedi, i sindacati in particolare, e il suo doppio mandato sta per concludersi invece con la ritrovata centralità dei sindacati e un grande evento sociale.

«L’unica cosa che potrà porre fine alle mobilitazioni è la risposta alle rivendicazioni. Più si aspetta, più il conto si fa salato», avverte Sophie Binet, leader della Cgt. Ma il governo ha margini di manovra molto ristretti, perché è privo di una maggioranza in parlamento e privo di fondi. Per dare un’idea del clima politico-economico, mercoledì 4 novembre il premier Lecornu ha presentato all’Assemblea nazionale una prima versione della legge di bilancio che va approvata entro fine anno: respinta all’unanimità, 458 voti contrari, zero favorevoli.

Nella conferenza sociale di lunedì Lecornu è atteso ad alzare il salario minimo a 1500 euro netti mensili. «Ogni ritocco inferiore a questa cifra sarebbe inaccettabile», dice Frédéric Souillot di Force Ouvrière. I sindacati chiedono poi che gli aiuti alle imprese siano condizionati all’aumento degli stipendi.

Le centinaia di migliaia di francesi che vanno in piazza esprimono però anche un malcontento generale, una rabbia contro il potere che prescinde dalle misure tecniche e concrete che potrebbero venire prese o meno dal governo. Quando i manichini di Emmanuel Macron, Marine Le Pen e anche del giornalista Pascal Praud vengono dati alle fiamme in place de la République, la questione non è più solo economica, legata al carovita, ma politica. La società francese è sempre più divisa, e una petizione per fermare le trasmissioni di Cnews – la rete tv del gruppo Bolloré accusata di essere un megafono dell’estrema destra – e della sua star Pascal Praud sfiora ormai il milione di firme, e l’Assemblea nazionale valuterà in commissione se aprire un dibattito sulla questione.

Le ragioni e le rivendicazioni si sovrappongono e si sommano. La protesta è nata in settembre in modo più o meno spontaneo nei licei, con i ragazzi che chiedono tante cose diverse: da un lato rivendicazioni pratiche, come locali scolastici salubri, e supplenti per i tanti, troppi insegnanti che restano assenti mesi e mesi e spesso non vengono sostituiti; e dall’altro richieste che riguardano più il senso profondo dello studio e dell’istruzione. L’odiata piattaforma digitale Parcoursup, che alla fine del liceo assegna ai ragazzi i posti nelle università sulla base di un algoritmo, è diventata il simbolo di una società sempre meno umana, dominata dall’ossessione della performance e della selezione, e sempre più ingiusta e elitista nonostante il motto della République continui a evocare un’introvabile Egalité.

Dalle classi senza riscaldamento all’aumento degli stipendi, una protesta sociale è ormai diventata politica come è dimostrato dal ruolo di leader assunto ormai da Jean-Luc Mélenchon, il leader del partito di sinistra radicale La France Insoumise. Giovedì anche il suo rivale a sinistra, il socialdemocratico Raphaël Glucksmann, ha provato a unirsi al corteo, ma è stato respinto dai fischi dei sostenitori di Mélenchon, che lo accusano di essere una sorta di social-traditore, una specie di macronista mascherato come gli ex premier Gabriel Attal o Edouard Philippe.

Il primo turno dell’elezione presidenziale è programmato per il 18 aprile: mancano cinque mesi e mezzo, lunghissimi se saranno scanditi da manifestazioni e proteste ogni sabato pomeriggio.  

6 novembre 2026


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