L’export italiano accelera nel 2026 e conferma il ruolo strategico dei mercati internazionali per la crescita dell’economia nazionale. Nei primi otto mesi dell’anno le esportazioni di merci sono aumentate del 5% rispetto allo stesso periodo del 2025, mentre le importazioni sono cresciute del 4,8%. L’avanzo commerciale ha raggiunto 34,7 miliardi di euro, contro 32,5 miliardi dei primi otto mesi dell’anno precedente.
È quanto emerge da uno studio del Centro studi Unimpresa, elaborato sulla base delle più recenti statistiche Istat e dedicato alla capacità di internazionalizzazione delle piccole e medie imprese italiane. Nonostante le tensioni geopolitiche, l’incertezza commerciale e le difficoltà di alcuni comparti industriali, le imprese italiane continuano a rafforzare la propria presenza sui mercati internazionali.
Ad agosto 2026 le esportazioni sono cresciute del 9% su base annua in valore e dell’1,9% in volume, con un aumento particolarmente sostenuto delle vendite verso i Paesi extra UE, pari al 16,7%.
A settembre, secondo le statistiche disponibili per i soli mercati extraeuropei, la crescita tendenziale è proseguita al ritmo del 5,4%. Le piccole e medie imprese costituiscono una componente fondamentale di questa capacità competitiva. Secondo le statistiche strutturali ICE, su un campione di oltre 84mila aziende che hanno esportato continuativamente nel triennio 2022-2024, le micro, piccole e medie imprese rappresentano il 97,7% degli operatori e realizzano circa il 49,9% del valore delle esportazioni, equivalente a 277 miliardi di euro. Le grandi aziende, pur rappresentando soltanto il 2,3% delle imprese considerate, concentrano il restante 50,2% delle esportazioni. Una distribuzione che evidenzia quanto la dimensione aziendale continui a influenzare la capacità di competere sui mercati internazionali.
Secondo tre simulazioni, un incremento compreso tra il 5% e il 15% delle vendite internazionali delle PMI stabilmente esportatrici potrebbe corrispondere a un aumento annuo del valore esportato compreso tra 13,9 e 41,6 miliardi di euro rispetto alla base 2024. Nello scenario intermedio, caratterizzato da una crescita del 10%, il potenziale aggiuntivo raggiungerebbe 27,7 miliardi. Un’altra opportunità riguarda l’ampliamento del numero delle imprese esportatrici. Rispetto alle circa 120mila aziende attive sui mercati internazionali censite nelle statistiche strutturali relative al 2024, un aumento del 10% della platea corrisponderebbe a circa 12mila imprese aggiuntive. Va sottolineata inoltre la diffusione territoriale della crescita. Nel primo semestre 2026 le esportazioni italiane sono aumentate del 4,5%, con incrementi dell’11,9% nel Centro, dell’8,8% nelle Isole, del 4,3% nel Nord-Ovest, del 3,8% nel Sud e dell’1,9% nel Nord-Est. Particolarmente positive le dinamiche di Basilicata, Toscana e Puglia.
«Il Made in Italy continua a dimostrare una straordinaria capacità di competere nel mondo. Ma i risultati dell’export non devono nascondere una questione strutturale: abbiamo ancora troppe imprese che potrebbero vendere all’estero e che non riescono a farlo per ragioni finanziarie, organizzative o dimensionali. La politica industriale deve affrontare questa contraddizione. Non basta sostenere le aziende già presenti sui mercati internazionali: dobbiamo creare le condizioni per accompagnarne migliaia di altre. Le nostre simulazioni mostrano che anche un incremento relativamente contenuto delle esportazioni delle PMI può generare decine di miliardi di euro di vendite aggiuntive. È una prospettiva che merita una strategia nazionale fondata su credito, investimenti, innovazione e semplificazione», dichiara il vicepresidente di Unimpresa, Giuseppe Spadafora.
Secondo il Centro studi di Unimpresa, il commercio internazionale continua a rappresentare una delle principali componenti della crescita italiana. Dopo il risultato positivo del 2025, l’andamento dei primi mesi del 2026 evidenzia un’accelerazione delle vendite all’estero, nonostante un contesto internazionale caratterizzato da instabilità geopolitica, tensioni tariffarie e volatilità dei costi energetici. Nel 2025 le esportazioni italiane di merci hanno raggiunto circa 643,2 miliardi di euro, registrando una crescita del 3,3% rispetto all’anno precedente. Le importazioni si sono attestate intorno a 592,5 miliardi, mentre il saldo commerciale è risultato positivo per 50,7 miliardi. L’Italia ha inoltre mantenuto una quota delle esportazioni mondiali prossima al 2,8%. Nei primi otto mesi del 2026, la crescita delle esportazioni è salita al 5%, a fronte di un incremento del 4,8% delle importazioni. L’avanzo commerciale ha raggiunto 34,7 miliardi di euro, migliorando di 2,2 miliardi rispetto allo stesso periodo del 2025. La crescita dell’export appare particolarmente significativa perché si inserisce in una fase nella quale il commercio mondiale è condizionato da fattori di incertezza che potrebbero penalizzare le economie maggiormente integrate nelle catene internazionali del valore. L’aumento delle esportazioni testimonia la capacità di adattamento delle imprese italiane, ma non deve essere interpretato come un miglioramento uniforme della competitività. Una parte della crescita del valore esportato dipende infatti dalle dinamiche dei prezzi, dalla composizione merceologica e da operazioni commerciali di importo elevato. La distinzione tra valori monetari e volumi è essenziale. Ad agosto 2026, a fronte di una crescita tendenziale del 9% del valore delle esportazioni, l’aumento in volume è stato dell’1,9%. Questo divario segnala che la crescita nominale non corrisponde integralmente a un aumento delle quantità esportate. Il consolidamento dell’export richiede quindi un miglioramento non soltanto dei valori commerciali, ma anche della capacità produttiva, della competitività e della diversificazione delle imprese.
Settembre 2026: i mercati extra UE continuano a sostenere l’export. L’ultimo aggiornamento Istat disponibile al 7 novembre riguarda il commercio con i Paesi extra UE nel mese di settembre 2026, pubblicato il 29 ottobre. Le esportazioni verso questi mercati sono cresciute del 5,4% su base annua, mentre le importazioni sono aumentate del 6,3%. Su base mensile, tuttavia, le esportazioni hanno registrato una contrazione dell’1,3%, a fronte di un incremento delle importazioni dell’1,4%. Nel terzo trimestre 2026 le esportazioni extra UE sono aumentate del 3% rispetto al trimestre precedente, mentre le importazioni sono diminuite dell’1,6%. Il dato dei primi nove mesi è particolarmente rilevante: le esportazioni verso i mercati extra UE sono cresciute del 5,8%, mentre l’avanzo commerciale ha raggiunto 36,1 miliardi di euro, contro 35,3 miliardi dello stesso periodo del 2025. L’andamento dei mercati di destinazione presenta tuttavia differenze significative. A settembre le esportazioni verso la Svizzera sono aumentate del 38,1%, quelle verso la Cina del 31,4%, verso la Turchia del 20,7% e verso i Paesi ASEAN del 16,1%. Al contrario, le vendite verso gli Stati Uniti sono diminuite del 6,6% e quelle verso i Paesi OPEC del 7,9%. La crescita delle esportazioni verso Svizzera, Cina e mercati asiatici conferma l’importanza della diversificazione geografica. Allo stesso tempo, la contrazione delle vendite verso gli Stati Uniti a settembre richiama l’attenzione sui rischi connessi alla concentrazione commerciale e all’evoluzione delle politiche tariffarie. Per le PMI italiane, la diversificazione rappresenta un’opportunità, ma anche un investimento impegnativo. L’ingresso in mercati lontani richiede conoscenza delle normative locali, capacità logistiche, strutture commerciali e disponibilità finanziarie adeguate. La crescita dell’export extra UE non è quindi soltanto una questione di competitività dei prodotti. Dipende anche dalla possibilità di costruire una presenza commerciale stabile e organizzata.
Le PMI: quasi il 98% delle imprese stabilmente esportatrici. La struttura dimensionale del sistema esportatore italiano continua a rappresentare uno dei principali elementi di interesse economico. Le statistiche strutturali più recenti disponibili nell’Annuario Istat-ICE 2026 riguardano le caratteristiche delle imprese esportatrici nel 2024. Per un’analisi della continuità della presenza internazionale, è inoltre disponibile il campione di 84.359 aziende che hanno esportato senza interruzioni nel triennio 2022-2024. Su questa popolazione, le microimprese sono 40.524, le piccole 31.909, le medie 9.972 e le grandi 1.954. Le micro, piccole e medie imprese rappresentano complessivamente il 97,7% degli operatori stabilmente esportatori e realizzano circa il 49,9% del valore delle esportazioni del campione. Le grandi aziende, pur rappresentando soltanto il 2,3% delle imprese considerate, concentrano il 50,2% delle vendite internazionali. In termini assoluti, le PMI, comprese le microimprese, generano circa 277 miliardi di euro di esportazioni, mentre le grandi aziende ne realizzano circa 279 miliardi. Si tratta di una distribuzione che evidenzia una delle principali caratteristiche del sistema produttivo nazionale: la capacità di partecipare ai mercati esteri è diffusa tra migliaia di imprese, ma i volumi commerciali rimangono fortemente concentrati nelle aziende di maggiori dimensioni. La concentrazione del valore esportato nelle grandi imprese non rappresenta necessariamente una debolezza. Le aziende maggiori dispongono di strutture produttive, organizzative e finanziarie che consentono loro di sostenere volumi commerciali elevati e di presidiare più mercati contemporaneamente. Il problema riguarda piuttosto la distanza tra la capacità produttiva potenziale delle PMI e la loro effettiva presenza internazionale. Una parte significativa delle piccole aziende italiane dispone di prodotti competitivi e competenze specializzate, ma incontra difficoltà nel sostenere i costi necessari per operare stabilmente all’estero. Per queste imprese, l’internazionalizzazione non può essere considerata soltanto una scelta commerciale. Richiede investimenti, capacità organizzative e una programmazione finanziaria che spesso superano le possibilità delle singole aziende.
Quanto esportano le imprese: il divario dimensionale. L’analisi del valore medio delle esportazioni per classe dimensionale consente di evidenziare ulteriormente il rapporto tra dimensione aziendale e scala commerciale internazionale. Le microimprese esportano mediamente circa 640mila euro all’anno, le piccole aziende 2,66 milioni, le medie 16,65 milioni e le grandi imprese 142,78 milioni. Il divario è particolarmente evidente nel confronto tra microimprese e grandi aziende. Il valore medio esportato da una grande impresa è oltre 220 volte superiore a quello di una microimpresa. Anche tra piccole e medie aziende emergono differenze significative. Una media impresa esporta mediamente oltre sei volte il valore di una piccola azienda. Il dato non misura direttamente la produttività, perché risente delle differenze nel numero degli addetti, nel fatturato e nella composizione settoriale. Evidenzia tuttavia quanto la scala organizzativa sia importante per costruire una presenza internazionale significativa. Per il Centro studi Unimpresa, questo divario suggerisce la necessità di rafforzare gli strumenti che consentono alle PMI di superare i limiti dimensionali attraverso reti commerciali, aggregazioni, consorzi e servizi condivisi.
Le simulazioni: fino a 42 miliardi di export aggiuntivo. Il rafforzamento della capacità esportatrice delle PMI rappresenta una delle principali opportunità di crescita del sistema produttivo italiano. Partendo dal valore di circa 277 miliardi di euro di esportazioni realizzate nel 2024 dalle micro, piccole e medie imprese del campione degli esportatori continuativi, il Centro studi Unimpresa ha elaborato tre scenari di incremento delle vendite internazionali. L’obiettivo è misurare il valore economico che potrebbe derivare da un miglioramento della capacità commerciale delle imprese già presenti stabilmente sui mercati esteri. Lo scenario prudente, caratterizzato da una crescita del 5%, corrisponde a circa 13,9 miliardi di euro di esportazioni aggiuntive, che porterebbero il valore complessivo delle vendite internazionali delle PMI considerate a 290,9 miliardi. Nello scenario intermedio, un incremento del 10% produrrebbe un potenziale commerciale aggiuntivo di 27,7 miliardi, con un valore complessivo di 304,7 miliardi. Nell’ipotesi più favorevole, con una crescita del 15%, l’incremento raggiungerebbe 41,6 miliardi, portando il valore delle esportazioni a 318,6 miliardi. L’andamento positivo dell’export nel 2026 conferma l’importanza economica di questa opportunità, ma non autorizza a considerare gli scenari come risultati acquisiti. Il rafforzamento della capacità esportatrice delle PMI richiede investimenti produttivi, disponibilità di capitale circolante, strutture commerciali e condizioni favorevoli della domanda internazionale. Occorre inoltre distinguere tra valore delle esportazioni e prodotto interno lordo. I miliardi indicati rappresentano vendite estere lorde aggiuntive, non un incremento equivalente del PIL. L’effetto sull’economia nazionale dipenderebbe dal contenuto di valore aggiunto domestico e dalle importazioni necessarie alla produzione. La simulazione permette comunque di quantificare un punto centrale: anche incrementi relativamente contenuti delle esportazioni delle PMI possono corrispondere a volumi commerciali di grande rilievo.
L’altra opportunità: aumentare il numero delle imprese esportatrici. Il rafforzamento delle aziende già internazionalizzate rappresenta soltanto una delle due leve di crescita. La seconda riguarda l’ampliamento del numero delle imprese capaci di vendere stabilmente sui mercati esteri. Le statistiche strutturali Istat-ICE relative al 2024 individuano una platea di circa 120mila imprese esportatrici attive. Assumendo come riferimento il valore di 119.619 aziende utilizzato nella precedente elaborazione, si possono costruire tre scenari di ampliamento della base esportatrice. Nello scenario prudente, un incremento del 5% corrisponderebbe a circa 6mila imprese aggiuntive, portando la platea a oltre 125mila aziende. Nello scenario intermedio, un aumento del 10% determinerebbe l’ingresso di circa 12mila imprese, con un totale superiore a 131mila operatori. Nello scenario espansivo, una crescita del 15% corrisponderebbe a quasi 18mila nuove imprese esportatrici, portando il totale a circa 138mila aziende. Si tratta di simulazioni aritmetiche, non di previsioni sull’effettivo andamento del numero degli esportatori. Il risultato sarebbe particolarmente importante se riguardasse aziende manifatturiere, imprese innovative e realtà produttive attualmente concentrate sulla domanda nazionale. La crescita del numero degli esportatori deve tuttavia essere accompagnata da un miglioramento della qualità della presenza internazionale. Una vendita occasionale all’estero non equivale alla costruzione di una rete commerciale stabile. Per questo, l’obiettivo dovrebbe essere duplice: aumentare il numero delle imprese che iniziano a esportare e rafforzare la capacità di quelle aziende di mantenere una presenza continuativa sui mercati. La trasformazione degli esportatori occasionali in esportatori strutturali rappresenta uno degli indicatori più importanti per valutare l’efficacia delle politiche di internazionalizzazione.
La geografia dell’export: nel 2026 crescono tutte le grandi aree del Paese. L’aggiornamento delle statistiche territoriali rappresenta una delle novità più significative rispetto alla precedente versione dello studio. Nel primo semestre 2026 le esportazioni italiane sono aumentate del 4,5% rispetto allo stesso periodo del 2025. La crescita è risultata diffusa a tutte le principali ripartizioni territoriali, sebbene con intensità differenti. Il Centro Italia ha registrato l’incremento più elevato, pari all’11,9%, seguito dalle Isole con l’8,8%. Il Nord-Ovest è cresciuto del 4,3%, il Sud del 3,8% e il Nord-Est dell’1,9%. Il dato territoriale conferma che l’internazionalizzazione non riguarda soltanto le aree tradizionalmente più industrializzate. La crescita del Centro è sostenuta in particolare dalla Toscana, mentre nel Mezzogiorno emergono risultati positivi in Basilicata e Puglia. Nel primo semestre 2026 la Basilicata ha registrato un incremento delle esportazioni del 29,5%, la Toscana del 23,8%, la Puglia del 15,2% e la Sardegna dell’11,6%. Questi risultati devono essere interpretati tenendo conto della struttura produttiva dei territori e dell’incidenza di singoli comparti industriali. Le variazioni più elevate possono infatti dipendere anche da operazioni commerciali di grande importo o da basi di confronto particolarmente contenute. Il quadro rimane comunque significativo. La crescita delle esportazioni nel Mezzogiorno dimostra che esistono opportunità di sviluppo industriale che possono essere rafforzate attraverso politiche mirate. Per il Centro studi Unimpresa, la diffusione territoriale dell’internazionalizzazione deve diventare un obiettivo centrale della politica economica nazionale. L’aumento delle esportazioni può contribuire a sostenere gli investimenti, rafforzare le filiere produttive e creare occupazione qualificata nelle aree che presentano maggiori difficoltà strutturali.
La concentrazione dei mercati e i rischi internazionali. La crescita delle esportazioni italiane si accompagna a una significativa concentrazione geografica. Nel 2025 Germania, Stati Uniti e Francia hanno rappresentato i principali mercati di destinazione delle merci italiane, assorbendo complessivamente circa un terzo dell’export nazionale. La Germania ha rappresentato l’11,2% delle esportazioni, gli Stati Uniti il 10,8% e la Francia il 10,1%. Seguono la Spagna con il 5,9%, la Svizzera con il 5,5% e il Regno Unito con il 4,2%. Complessivamente, questi sei mercati hanno assorbito il 47,7% delle esportazioni italiane. La concentrazione commerciale non è necessariamente negativa. La presenza in mercati consolidati consente alle imprese di beneficiare di relazioni stabili, reti distributive sviluppate e conoscenza delle condizioni operative. Tuttavia, una dipendenza eccessiva da un numero limitato di Paesi può aumentare la vulnerabilità del sistema produttivo. Le tensioni tariffarie, le oscillazioni della domanda e i cambiamenti delle politiche commerciali possono incidere rapidamente sui risultati delle imprese esportatrici. L’introduzione di nuovi dazi ha avuto effetti negativi, pur relativamente contenuti, sulle esportazioni italiane del 2025. L’impatto è risultato differenziato tra settori e prodotti. Le PMI sono particolarmente esposte quando concentrano una quota elevata del proprio fatturato su pochi clienti o mercati. Per questo la diversificazione geografica rappresenta uno strumento di rafforzamento della competitività. L’obiettivo non deve essere sostituire i mercati consolidati, ma affiancarli progressivamente con nuove destinazioni commerciali. L’andamento positivo delle esportazioni verso alcuni mercati asiatici nel settembre 2026 conferma l’esistenza di opportunità che le imprese italiane possono cogliere attraverso una presenza internazionale più articolata.
Le priorità di politica industriale per le PMI. Si possono individuare cinque direttrici sulle quali concentrare gli interventi di politica economica. La prima riguarda l’accesso al credito e agli strumenti finanziari. Le PMI devono poter sostenere gli investimenti necessari all’ingresso nei mercati internazionali. Il finanziamento dell’internazionalizzazione non riguarda soltanto la produzione, ma anche le attività commerciali, le certificazioni, la logistica, la presenza locale e il capitale circolante. La seconda priorità riguarda le aggregazioni e le reti d’impresa. La dimensione aziendale rappresenta un fattore determinante della capacità esportatrice e occorre favorire strumenti che consentano alle piccole imprese di condividere costi, strutture e competenze, senza compromettere la loro autonomia produttiva. La terza direttrice riguarda l’innovazione e la produttività. La crescita delle esportazioni deve essere accompagnata da investimenti tecnologici, digitalizzazione e miglioramento dei processi produttivi. La competitività internazionale dipende sempre più dalla capacità di offrire prodotti ad alto valore aggiunto. La quarta priorità è la diversificazione geografica. Le imprese devono essere accompagnate verso nuovi mercati, riducendo i rischi derivanti da una concentrazione eccessiva delle vendite in poche destinazioni. La quinta riguarda il Mezzogiorno e l’ampliamento della base esportatrice. La crescita dell’export deve diventare un’opportunità per una parte sempre più ampia del sistema produttivo. Nel Mezzogiorno, in particolare, occorre rafforzare infrastrutture, logistica, accesso al credito e competenze commerciali. L’efficacia di queste politiche dovrebbe essere misurata non soltanto attraverso il valore complessivo delle esportazioni, ma anche considerando l’aumento del numero delle imprese esportatrici continuative, la crescita delle vendite estere delle PMI e la maggiore diversificazione geografica. Una strategia nazionale per l’internazionalizzazione dovrebbe quindi prevedere obiettivi misurabili e un monitoraggio costante dei risultati, evitando di concentrare le risorse esclusivamente sulle aziende già affermate sui mercati esteri.





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