grandezze e veleni del 4 luglio


Roma, 5 lug – Il 4 luglio americano non è mai stato così discusso. Intorno alla ricorrenza dell’Indipendenza per antonomasia, infatti, sembra essersi riaperto un dibattito che in Occidente non si vedeva da anni: che cosa rappresentano davvero gli Stati Uniti? La ripubblicazione da parte di Bietti de La vita culturale dell’America moderna di Knut Hamsun arriva dentro questa domanda. Il libro, scritto dopo l’esperienza americana dell’autore norvegese, conserva ancora oggi una forza particolare perché affronta l’America prima che l’America diventasse il mito globale che conosciamo. Hamsun guarda gli Stati Uniti quando il sogno americano è già in formazione, ma ancora privo della patina hollywoodiana del Novecento. Proprio per questo riesce a coglierne la radice e la fisionomia: l’accelerazione, il denaro, il patriottismo, ma soprattutto la convinzione di essere il mondo nuovo davanti a un’Europa vecchia.

Torna in libreria “La vita culturale dell’America moderna” di Knut Hamsun

Hamsun arrivò in America con un’aspettativa poetica. Come tanti norvegesi dell’Ottocento attraversò l’Atlantico in cerca di possibilità, ma la sua speranza era diversa da quella dell’emigrante comune. Voleva scrivere, vivere di letteratura, parlare ai connazionali emigrati, portare poesia in una comunità che immaginava bisognosa di forma e di elevazione. La realtà gli impose subito un’altra legge: lavoro manuale, precarietà, spostamenti, fatica, sopravvivenza. L’America del sogno diventò per lui l’America dell’homo homini lupus. Da questa cocente presa di coscienza nasce una delle intuizioni più forti del libro. Gli americani amano spiegare la propria energia con la libertà. L’uomo che sbarca negli Stati Uniti, dicono, si sveglia perché respira aria libera. Per Hamsun, invece, l’immigrato si muove, lavora, corre, tenta e ritenta perché viene gettato in una condizione di bisogno permanente. La libertà americana, ai suoi occhi, coincide spesso con l’obbligo di cavarsela da soli. L’uomo diventa attivo, certo, ma al prezzo della quiete interiore. La sua vita si riempie di movimento e si svuota di forma.

Dentro questa intuizione possiamo osservare il “sogno americano” nella sua doppia natura. Da una parte c’è una forza reale, perfino ammirevole: la capacità di ricominciare, di rialzarsi, di trasformare la sconfitta in nuova prova. Hamsun stesso riconosce questo tratto dell’americano, l’uomo che perde tutto e il giorno dopo ricomincia come se la rovina fosse soltanto un incidente di percorso. Dall’altra parte questa forza diventa condanna, perché la vita viene ridotta a prestazione continua. L’America accelera, produce, reinventa. L’uomo americano deve sempre dimostrare qualcosa: a se stesso, al mercato, alla comunità, alla nazione.

La civiltà del denaro e della predica

Il centro di questa civiltà è il denaro. Hamsun torna più volte sul punto con una durezza che ancora oggi colpisce. Negli Stati Uniti, scrive in sostanza, le cose vengono giudicate prima di tutto per la loro grandezza e per il loro costo. Un edificio vale perché è enorme, un teatro perché è il più vasto, un oggetto perché è il più caro, un’impresa perché supera tutte le precedenti. La misura estetica lascia il posto alla misura economica. La bellezza viene tradotta in prezzo. La grandezza diventa gigantismo. L’arte scivola nello spettacolo e lo spettacolo nella pubblicità. Questa è l’America che Hamsun detesta: rumorosa, affaristica, patriottica fino all’autocompiacimento, moralista e insieme materialista, ossessionata dal successo, convinta di rappresentare il culmine della storia umana. È l’America che considera se stessa il Paese per eccellenza e guarda il resto del mondo come periferia del proprio destino. È l’America del dollaro e del sermone, della marcia patriottica e della predica morale, della grande città e della stampa sensazionalista. In questa America si intravede già il secolo successivo: Hollywood, Wall Street, la pubblicità, il consumismo, la pedagogia dei diritti, l’imperialismo travestito da missione redentrice.

L’altra America, il sogno dei poeti

Il punto, però, va oltre la semplice invettiva antiamericana. Hamsun interessa proprio perché la sua America è attraversata da una contraddizione più profonda. Gli Stati Uniti non sono soltanto la patria del denaro, del puritanesimo e dello showbiz. Sono anche la patria di Emerson, Whitman, Thoreau e Pound. Sono il luogo in cui una parte dell’Europa ha tentato, per un momento, di ricominciare altrove. Dentro l’America moderna esiste un’altra America, più antica della sua modernità: agraria, repubblicana, pionieristica, legata alla terra, al coraggio, alla solitudine, alla natura, all’indipendenza concreta.

È l’America di Jefferson, prima ancora che quella di Monroe, prima di quella dottrina che trasformerà il Nuovo Mondo in uno spazio politico separato dall’Europa. Una repubblica di proprietari liberi, diffidente verso la finanza astratta, nutrita di classicità, capace di guardare a Roma e al modello di Cincinnato: il cittadino-soldato, il contadino che serve la cosa pubblica e poi torna alla propria terra. In questa America la libertà non significa mobilità illimitata, ma autonomia radicata. La terra non è soltanto capitale, ma base morale dell’indipendenza. La comunità locale non è un ancien régime da superare, ma l’orizzonte concreto della vita politica. Se Ezra Pound cercò questa America in Jefferson, opponendola all’usura, alla finanza, all’impero del denaro, per poi trasmigrarla a Roma, Emerson e Whitman ne espressero la tensione spirituale: la natura e l’individuo, il canto e la parola originaria, la possibilità di un “uomo nuovo” che non sia ancora l’uomo-massa del capitalismo. Hamsun li giudica spesso con durezza, soprattutto perché vuole dimostrare l’inferiorità culturale americana rispetto all’Europa. Eppure il fatto stesso che debba confrontarsi con loro dimostra che l’America possedeva una voce più profonda del suo mercato: una voce che non poteva lasciare indifferente il futuro premio Nobel, autore di Pan e I frutti della terra.

Il “sogno americano” da promessa a tormento

Il problema è che la storia non l’hanno fatta i poeti. L’America che ha preso in mano il Novecento non è stata quella di Emerson nei boschi, di Whitman nel canto cosmico, di Thoreau davanti allo stagno di Walden o di Faulkner davanti al fantasma del vecchio Sud. È stata l’America dei Roosevelt, dei Vanderbilt, degli Oppenheimer: ferrovie, acciaio, banche, industria, potenza militare, bomba atomica. Qui il discorso di Hamsun si allarga e diventa più importante della stessa polemica letteraria. Lo scrittore norvegese vede l’America come un Paese giovane, enorme, impaziente, convinto che ogni limite sia soltanto un ostacolo tecnico da rimuovere. Quello che nell’America dei pionieri poteva ancora apparire come energia vitale, nell’America industriale diventa macchina di potenza. La frontiera non è più soltanto il luogo dell’uomo che rischia, coltiva, costruisce, difende il proprio spazio. Diventa un principio metafisico: andare sempre oltre, produrre sempre di più, estendere sempre il proprio modello, trasformare il mondo intero in territorio disponibile.

In questo senso, il “sogno americano” smette presto di essere una promessa individuale e diventa una forma di dominio simbolico, un soft power. Nasce come racconto dell’uomo che può rialzarsi, ricominciare, costruire il proprio destino. Finisce per diventare la religione civile di una potenza che pretende di educare il mondo alla propria immagine. Il Novecento avrebbe portato le intuizioni di Hamsun fino alle estreme conseguenze: dalla grande industria all’interventismo globale, dal fordismo alla cultura di massa, da Hollywood alla bomba atomica, dal dollaro come moneta nazionale al dollaro come linguaggio universale del potere.

L’Occidente è una costruzione politica americana

A questo punto la distinzione tra America ed Europa diventa inevitabile, ma va posta con precisione. L’Europa storica non è mai stata una civiltà ripiegata sul limite, chiusa nella conservazione di ciò che esiste. È una civiltà che ha saputo dare forma all’oltre. Il limes e il plus ultra appartengono allo stesso linguaggio spirituale: il confine definisce una forma, ma proprio quella forma rende possibile la conquista, l’avventura, la navigazione, la fondazione di nuovi mondi. Per questo l’europeo può commuoversi davanti ai racconti di frontiera americana: perché vi riconosce qualcosa di suo, un’eco delle proprie legioni, delle proprie caravelle, dei propri esploratori, dei propri coloni, della propria fame di spazio e destino. La frontiera americana, nella sua parte migliore, conserva infatti un impulso profondamente europeo. Il pioniere che avanza nella natura, costruisce una casa, dissoda la terra, difende la famiglia e fonda una comunità appartiene ancora al ciclo storico delle fondazioni indo-europee. Qui l’America tocca una grandezza reale, ed è proprio questa grandezza a renderla affascinante anche per uno sguardo europeo.

Ma è con la dottrina Monroe che il Nuovo Mondo si separa dal Vecchio; è con quell’atto che si afferma quel “destino manifesto” che, probabilmente, era contenuto in nuce dai tempi dei Padri Pellegrini, sbarcati sulla costa americana nel ‘600 come puritani che rifiutavano l’Europa. Gli Stati Uniti dichiarano chiuso il proprio emisfero alle potenze europee e cominciano a pensarsi come grande spazio autonomo. All’inizio questa scelta appare difensiva: l’America vuole sottrarsi ai conflitti, agli imperi e agli equilibri del vecchio continente. Ma dentro quella separazione è già contenuto il passaggio successivo. Una volta reciso il legame, gli Stati Uniti possono presentarsi non più come una giovane repubblica nata da una rivendicazione europea d’indipendenza, ma come il tribunale morale della vecchia Europa: il mondo nuovo chiamato a correggere, superare e infine redimere il mondo vecchio. È qui che nasce l’Occidente in senso moderno, con tutte le sue patologie. Non come comunità di civiltà e valori tra Europa e America, ma come costruzione politica americana.

L’Europa non deve più confondersi

Hamsun, naturalmente, non sviluppa questa lettura geopolitica. Il suo bersaglio resta la vita culturale, morale e sociale dell’America che ha conosciuto, quella “nevrotica celerità con cui le cose si muovono”. Eppure il suo sguardo europeo intercetta il nucleo del problema: una civiltà immensa, piena di forza, ma incapace di darsi una misura superiore al successo; un popolo giovane, generoso, tenace, ma travolto dalla propria stessa velocità; una società che trasforma ogni cosa in prestazione, prezzo, grandezza materiale, pubblicità di sé. Per questo il 4 luglio andrebbe osservato senza devozione e senza caricature. L’Europa ha perduto troppo tempo a confondersi con l’Occidente americano. Ha scambiato la propria civiltà per un’estensione atlantica, la propria storia per una prefigurazione degli Stati Uniti, la propria libertà per una licenza concessa da Washington. Hamsun, con tutti i suoi eccessi e le sue invettive, ci ricorda invece una cosa essenziale: l’America va guardata senza illusioni, perché contiene grandezza e veleno, poesia e denaro, frontiera e mercato, energia e sradicamento. La sua eccezionalità va riportata sulla terra: non destino dell’umanità, ma forma storica particolare, potenza tra le potenze, mito tra i miti. Da europei possiamo riconoscere ciò che nell’America resta grande, persino affine, ma dobbiamo liberarci dalla sua pretesa di parlare al posto nostro. Il sogno americano non è il nostro sogno. E l’Europa, se vuole tornare a esistere, dovrà trovare il coraggio di generarne uno nuovo, interamente suo.

Sergio Filacchioni




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