In base ai dati forniti dalla Banca Dati Nazionale dell’Anagrafe Zootecnica al 31 dicembre 2025 in Italia si allevano circa 430.000 capi bufalini. Di questi circa 300.000 sono femmine di oltre 24 mesi. Mentre i maschi allevati in tutte le categorie assommano a circa 25.000 unità pari quindi al 6% del patrimonio bufalino italiano. In base a queste consistenze, si calcola che annualmente nascano poco meno di 150.000 vitelli bufalini maschi. Questi ultimi, nella maggior parte dei casi vengono destinati al macello senza essere ingrassati e sono considerati quasi un prodotto di scarto, di scarsissimo valore, quando allo stesso tempo vengono importati annualmente un milione e duecentomila tra vitelli e vitelloni da carne da ingrasso di cui circa l’80% dalla sola Francia per essere allevati in Italia fino alla macellazione.
Il bilancio di approvvigionamento per la carne bovina in Italia secondo le analisi ISMEA si è attestato nel 2024 al 38,8% in continuo calo se si considera che nel 2020 era al 48%. Ne deriva un forte peggioramento della bilancia commerciale che nel 2020 era negativa per 2,5 miliardi di euro e nel 2024 è peggiorata a -3,6 miliardi. Nonostante il costante calo del consumo di carne bovina pro capite, il nostro Paese è sempre più dipendente dalle importazioni mettendo quindi a rischio la l’approvvigionamento alimentare e la disponibilità di cibo.
Questi elementi hanno spinto il CRPA alla creazione del gruppo operativo REBUS (Filiera Sostenibile del Bufalo in provincia di Reggio Emilia) finanziato nell’ambito del Piano di Sviluppo Rurale della Regione Emilia Romagna 2023-2027 tra gli interventi SRG01 – SOSTEGNO AI GRUPPI OPERATIVI PEI AGRI. Tale progetto ha coinvolto due aziende bufaline, l’azienda Agricola Girasole di Borzano di Albinea (RE) dove oltre all’allevamento dei bufali da carne avviene la trasformazione della carne (come vi abbiamo raccontato nell’articolo “Alla scoperta della carne di bufala: un viaggio nella filiera dell’azienda Il Girasole” n.d.r.) e l’azienda Agricola Casumaro di Bomporto (MO) in cui è presente l’allevamento di bufale da latte.
Il progetto REBUS, ha lo scopo di approfondire diversi aspetti dell’allevamento del bufalo da carne effettuando confronti con l’allevamento del bovino da carne in modo da valutare l’effettiva potenzialità dell’allevamento del bufalo da carne. Si è cercato inoltre di sintetizzare la scarsa bibliografia presente relativa alla composizione e qualità delle carni. Una particolare attenzione è stata dedicata agli elementi di valutazione del benessere animale per questo tipo di allevamento.
Inoltre è stata effettuata una analisi di tipo ambientale i cui risultati sono oggetto principale di questo articolo. In particolare si è cercato di rispondere a due quesiti:
- il primo era quello di valutare l’impronta di carbonio (LCA) in un allevamento di bufali da ingrasso;
- il secondo era quello di fare un confronto con aziende di bovini da ingrasso.
L’analisi per i bufali da ingrasso ha previsto la raccolta e l’elaborazione dei dati relativi al 2024 presso l’Azienda Agricola Girasole, una delle poche aziende in Italia ad allevare i bufali maschi da ingrasso, mentre, per l’analisi dell’impronta di carbonio dei bufali maschi in ingresso, i dati sono stati raccolti presso l’Azienda Agricola Casumaro che alleva bufale per la produzione di latte. Entrambe le aziende fanno parte del Gruppo Operativo Rebus.
L’analisi di confronto con i bovini da carne è stata effettuata con 3 aziende indicate come Azienda 1, 2 e 3 per rispetto della privacy. È necessario precisare che gli allevamenti bovini da ingrasso operanti nel nord Italia allevano numeri di animali nell’ordine delle centinaia, per cui non è stato possibile effettuare un confronto con aziende che ingrassano poche decine di animali, come nel caso dell’Azienda Girasole. Si tratta di allevamenti che importano i vitelloni da ingrassare dalla Francia, mentre i bufali maschi vengono reperiti sul territorio nazionale. Si è però ritenuto utile fare un confronto con allevamenti che hanno una durata del periodo di ingrasso simile a quella dell’Azienda Girasole. Differente sarebbe stato il caso di un confronto con un sistema linea vacca-vitello in cui gli allevamenti bovini di piccole dimensioni sono molto più diffusi.
La metodologia
L’analisi LCA è stata condotta seguendo le linee guida ISO 14040 e ISO 14044, con un approccio di tipo cradle-to-farm gate, ovvero considerando tutte le emissioni prodotte dalla fase iniziale dell’allevamento fino all’uscita degli animali dall’azienda. Inoltre è stata definita l’unità funzionale, ossia l’unità di riferimento rispetto alla quale si calcolano gli impatti; questa deve essere l’unità che rappresenta la funzione produttiva delle aziende. L’unità funzionale scelta è: 1 kg di peso vivo (PV) venduto.
Per impronta di carbonio si intende la somma di tutte le emissioni di gas serra correlate alle diverse produzioni, evidenziandole in termini di emissioni di CO2 equivalente (kg CO2eq); questa è l’unità di misura che permette una quantificazione aggregata di tutti i gas che, di fatto, contribuiscono all’effetto serra.
Per ciascun allevamento sono stati calcolati:
- Emissioni di metano (CH₄) dalla fermentazione enterica
- Emissioni di metano (CH₄) dalla gestione delle deiezioni
- Stima dei solidi volatili (VS)
- Emissioni di protossido di azoto (N₂O) dalla gestione delle deiezioni
- Emissioni dirette di N₂O
- Emissioni indirette di N₂O
- Emissioni indirette da volatilizzazione
- Emissioni indirette da lisciviazione e deflusso
- Emissioni diossido di carbonio (CO2) da utilizzo di combustibili fossili
Per il calcolo dell’indicatore GWP (Global Warming Potential), nella fase di analisi degli impatti – LCIA (Life Cycle Impact Assessment) – sono stati utilizzati i fattori di caratterizzazione IPCC 2013 V Assessment Report AR5 (IPCC, CLIMATE CHANGE 2014, The Physical Science Basis, (clicca qui), dove si indica che a un 1 kg di metano biogenico CH4 corrispondono 28 kg di CO2eq, e che a 1 kg di protossido di azoto N2O corrispondono 265 kg di CO2eq per un orizzonte temporale di 100 anni. Il riferimento sono le linee guida IPCC 2006 e agli aggiornamenti introdotti nel 2019. Le linee guida del 2019 hanno introdotto miglioramenti significativi nelle stime delle emissioni, con una maggiore granularità dei dati e fattori di emissione aggiornati in base a nuovi studi scientifici. Per gli allevamenti, gli aggiornamenti includono nuovi fattori di emissione per diverse tipologie di gestione delle deiezioni.
Risultati
I seguenti risultati devono tenere conto della scarsa disponibilità di materiale bibliografico di riferimento per quanto riguarda la carne di bufalo da ingrasso. Quindi si tratta di un primo tentativo di valutazione che dovrà essere suffragato da ricerche successive e da campioni più numerosi. In tabella 1 si riportano i risultati delle elaborazioni per i bufali da ingrasso e per le tre aziende di bovini da ingrasso.
Dall’analisi effettuata risulta che nell’azienda di bufali da carne le emissioni espresse come kg di CO₂ equivalente per kg di peso vivo prodotto, sono state pari a 10,96 kg CO2eq/kg PV nel 2024. Nelle tre aziende di bovini all’ingrasso il valore varia tra 13,01 e 16,21 kg CO2eq/kg PV, con una media di 14,71 CO2eq/kg PV. Nel complesso, quindi, l’azienda che alleva bufali da carne mostra un’impronta carbonica per unità di prodotto inferiore rispetto a quella dei bovini da carne.
L’impatto ambientale degli animali in ingresso gioca un ruolo cruciale nella determinazione dell’impronta di carbonio totale dell’allevamento. La minor impronta riscontrata nell’ azienda di bufali in ingrasso, rispetto alle tre aziende di bovini da ingrasso, è dovuta proprio al minor carico emissivo dei bufali acquistati. Infatti, i bovini provenienti dalla Francia nascono da allevamenti della linea vacca-vitello e portano inevitabilmente con sé una quota degli impatti generati dalla vacca nutrice per il loro mantenimento. Al contrario, i bufali provengono da allevamenti di bufale da latte, dove il carico ambientale aziendale viene quasi interamente allocato sul latte prodotto (tramite allocazione economica), lasciando al vitello un’impronta di partenza decisamente più leggera. L’allocazione economica mette in evidenza le priorità commerciali e produttive dell’allevamento, in cui il latte rappresenta il prodotto principale dell’azienda, mentre il vitello maschio risulta un co-prodotto secondario.
Principali differenze di carattere tecnico
Incremento ponderale giornaliero
Oltre a questo risultato, possiamo osservare una serie di differenze interessanti di carattere tecnico. I bufali da carne vengono acquistati ed ingrassati ad un peso medio di 300 kg per animale, molto vicino a quello medio dei bovini da carne, in media di 337 kg, ma la differenza importante è data dal peso finale di accrescimento che si ferma a 480 kg di media per i bufali da carne, mentre per i bovini si raggiungono i circa 700 kg di peso vivo. Come si può vedere queste differenze si raggiungono con un periodo di ingrasso mediamente molto simile pari a 239 giorni per i bufali e 253 per i bovini da carne. Bisogna ricordare che i bufali maschi derivano da animali selezionati per la produzione di latte mentre i bovini da carne hanno avuto decenni di selezione per la produzione di carne. Questo determina una differenza di incremento del peso medio giornaliero che è praticamente doppia tra le due tipologie di animali allevati, 0,75 kg/gg per i bufali e 1,44 kg/gg per i bovini da carne.
È interessante aggiungere che sulla base dell’esperienza dell’azienda Girasole, un allungamento del periodo di ingrasso per i bufali maschi, non comporterebbe un miglioramento della qualità delle carni che tenderebbero ad assumere una qualità del prodotto troppo selvatico, troppo forte e non gradito dal consumatore. Probabilmente un programma di selezione dei bufali per la produzione di carne potrebbe portare ad una riduzione del divario rilevato in questo confronto tra le capacità di accrescimento giornaliero dei bufali rispetto ai bovini da carne.
Alimentazione
Un ulteriore elemento di confronto è dato dall’alimentazione degli animali, come si può vedere in tabella 1 e in modo più dettagliato in tabella 2. Dall’analisi dei dati raccolti si nota che in termini di sostanza secca somministrata non esistono grosse differenze, per i bufali vengono somministrarti in media durante il ciclo di ingrasso 9,6 kg di sostanza secca al giorno, per i bovini da carne il valore è di poco superiore e pari a 10,2 kg al giorno. Le differenze però emergono nella composizione delle razioni, nel caso dei bufali la quota di alimentazione costituita dai foraggi è superiore alla quota destinata ai mangimi (6,7 kg/gg di foraggi e 4,5 kg/gg di mangimi), nel caso invece dei bovini da carne la quota dei mangimi (incluso il pastone di mais) supera la quota relativa ai foraggi 9,6 kg/gg contro 6,6 kg/gg. Queste differenze aiutano a spiegare anche i diversi indici di accrescimento: nel caso dei bovini da carne il potenziale genetico per ottenere accrescimenti di 1,4 kg/gg necessita di una alimentazione molto ricca di energia, a differenza invece dei bufali che non essendo stati selezionati per questo tipo di produzione non riuscirebbero a convertire in modo efficiente razioni troppo ricche di concentrati. Troppi mangimi nell’alimentazione del bufalo porterebbe ad un accumulo di grasso all’esterno dei muscoli e non ad un miglioramento della qualità delle carni. Inoltre il bufalo rimane in parte un animale “selvatico” e ha una buona capacità di utilizzo di foraggi anche di qualità non troppo elevata.
La distribuzione degli impatti
Tornando alle emissioni di CO2eq è stato possibile calcolare la distribuzione degli impatti nelle due tipologie di allevamento considerate.
Grafico 1 – Distribuzione degli impatti nell’allevamento di bufali da carne in termini percentuali tra le diverse fonti emissive considerate.
Dal grafico 1 si osserva che la principale fonte di emissioni (50,1%) è rappresentata dagli animali acquistati per l’ingrasso. La seconda voce per entità è costituita dalle emissioni enteriche 22,4%, seguite da quelle derivanti dagli alimenti acquistati (mangimi), pari al 19,6%. La gestione degli effluenti contribuisce per il 5,1%, mentre i consumi energetici incidono per l’1,9%. Inferiori al 1% risultano invece gli impatti dovuti ai trasporti e ad altri input minori, quali consumi idrici, paglia e rifiuti.
Grafico 2 – Distribuzione degli impatti in termini percentuali tra le diverse fonti emissive considerate medie delle aziende bovine da ingrasso.
Dal grafico 2 si osserva che anche in questo caso la principale fonte di emissioni (65,2 %) è rappresentata dagli animali acquistati per l’ingrasso. La seconda voce per entità è costituita dagli alimenti acquistati (mangimi), pari al 16,5% e dalle emissioni enteriche 13,3%, seguite da quelle derivanti La gestione degli effluenti che contribuisce per il 3,4%, mentre i consumi energetici incidono per l’1%. Inferiori al 1% risultano invece gli impatti dovuti ai trasporti e ad altri input minori, quali consumi idrici, paglia e rifiuti. Le prime 4 voci spiegano il 98,4% delle emissioni.
La fase di trasporto, più significativa nel sistema bovino a causa della provenienza estera degli animali, contribuisce in modo minimo all’impatto complessivo: solo lo 0,35% per i bovini, rispetto allo 0,1% registrato nell’azienda di bufali che acquista i bufali da allevare sul territorio nazionale.
Conclusioni
Da questa prima analisi di confronto tra l’impronta di carbonio prodotta da un allevamento di bufali da carne e un allevamento di bovini da carne emerge che i kg CO2eq/kg PV nell’allevamento di bufali da carne è risultato pari a 10,96 contro i 14,71 calcolati per i bovini da carne. È importante sottolineare che la scarsa numerosità del campione non permette di dire se si tratti di un dato strutturale o solamente un caso puntuale dovuto alla gestione dell’allevamento Girasole. Una possibile spiegazione di questo risultato risiede nella minore impronta carbonica attribuita ai vitelli bufalini all’ingresso del sistema di ingrasso rispetto ai vitelli bovini importati dalla Francia, fattore che contribuisce a ridurre l’impronta complessiva della carne prodotta. Se questo valore venisse confermato in successive analisi si tratterebbe di un risultato sorprendente, per una serie di motivi.
I bufali non sono stati selezionati per la produzione di carne, quindi non hanno un potenziale genetico da esprimere in questo senso. Il periodo di allevamento è simile a quello dei bovini da carne ma con incrementi medi giornalieri che sono circa la metà di quelli calcolati per i bovini da carne. L’alimentazione dei bufali è meno ricca di concentrati e più ricca di foraggi. Questa prima analisi di impatto ambientale, apre la strada ad approfondimenti importanti che andrebbero fatti sull’allevamento del bufalo da carne in Italia. L’elevato numero di bufali maschi che nascono annualmente nella aziende di bufale da latte, non trovano un proprio percorso di allevamento, mentre l’esperienza sviluppata dall’Azienda Agricola Girasole ci dimostra che potrebbe avere delle grosse potenzialità. Si tratta di un prodotto che in Europa è prevalentemente presente il Italia e potrebbe in futuro anche seguire dei percorsi di miglioramento genetico e di valorizzazione dedicati.
Il progetto ReBuS – Filiera Sostenibile del Bufalo in provincia di Reggio Emilia è finanziato dal CoPSR 2023-2027 della Regione Emilia-Romagna con l’operazione SRG01 “Sostegno ai Gruppi Operativi PEI AGRI”
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Redazione Ruminantia
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