Russia e Cina lo vogliono però…


Per anni il Power of Siberia 2 (o gasdotto Altai) è stato raccontato come il grande progetto destinato a cementare l’asse energetico tra Mosca e Pechino. Una sorta di matrimonio geopolitico celebrato a colpi di metri cubi di gas: la Russia avrebbe trovato un nuovo sbocco per le proprie immense riserve artiche, mentre la Cina avrebbe ottenuto una fornitura stabile via terra, meno vulnerabile alle tensioni marittime globali. Sulla carta, quasi perfetto.

Nella realtà, però, il progetto assomiglia sempre di più a una di quelle infrastrutture che esistono da anni nelle conferenze stampa, nelle mappe strategiche e nei comunicati ufficiali, ma che faticano terribilmente a trasformarsi in tubi d’acciaio nel terreno. Il problema non sembrerebbe tecnico e nemmeno politico nel senso tradizionale del termine. L’origine delle difficoltà sarebbe infatti il prezzo del gas. Secondo quanto riportato da bne IntelliNews, la Cina avrebbe infatti sostanzialmente “prezzato fuori dal mercato” il progetto chiedendo condizioni economiche che Mosca considera inaccettabili. Pechino sarebbe disposta a firmare un accordo soltanto se il gas russo venisse venduto a circa 50 dollari per mille metri cubi (poco più di 4 €/MWh!), un livello vicino ai prezzi sussidiati che vigono in Russia. I russi, d’altro canto, vorrebbero venderlo a 250 dollari per mille metri cubi (circa 21 euro al megawattora). Per fare un veloce paragone, il prezzo del gas in Europa si aggira sui 50 €/MWh. Il punto è che, secondo Sergey Vakulenko del Carnegie Russia Eurasia Center ed ex dirigente Gazprom, il progetto avrebbe bisogno di un prezzo di almeno 125 dollari per mille metri cubi alla frontiera cinese solo per raggiungere il punto di pareggio economico (il cosiddetto breakeven point). In altre parole, alle condizioni richieste da Pechino il gasdotto rischierebbe semplicemente di non stare in piedi dal punto di vista finanziario.

E questo non è un dettaglio marginale visto che il Power of Siberia 2 rappresenta molto più di una normale infrastruttura energetica. Per capire la posta in gioco bisogna tornare al 2022. Prima della guerra in Ucraina, l’Europa era il mercato più redditizio per il gas russo. Per decenni Gazprom ha alimentato industrie, centrali elettriche e sistemi di riscaldamento europei, e specialmente tedeschi, attraverso una rete di gasdotti che garantiva a Mosca enormi entrate fiscali e geopolitiche. Dopo l’invasione e la conseguente crisi energetica, quello schema si è sostanzialmente spezzato con il drastico calo delle esportazioni verso l’Europa, crollate da 157 a soli 18 miliardi di metri cubi all’anno. Se il petrolio russo ha trovato relativamente facilmente nuovi compratori in Asia, il gas è una storia completamente diversa. Una petroliera può cambiare destinazione in poche settimane; un gasdotto richiede anni di progettazione e decine di miliardi di investimenti. Ed è proprio qui entra in scena il Power of Siberia 2.

Gazprom ha avviato i primi studi di fattibilità dell’opera già nel 2020 e nel settembre del 2025 ha siglato un memorandum vincolante di trent’anni con la Cina. Il progetto dovrebbe trasportare fino a 50 miliardi di metri cubi di gas all’anno dai giganteschi giacimenti della penisola di Yamal, nell’Artico russo, fino alla Cina passando attraverso la Mongolia. Si tratta delle stesse regioni che per anni hanno alimentato una parte consistente delle esportazioni dirette all’Europa. In realtà, le prime discussioni sul progetto risalgono almeno al 2006, ma già nel 2013 Russia e Cina avevano spostato la loro attenzione su un percorso diverso: il gasdotto Power of Siberia 1, originariamente progettato per collegare i giacimenti di gas della Siberia orientale al nord‑est della Cina ed entrato in funzione nel dicembre 2019 e rapidamente diventato un pilastro fondamentale della cooperazione energetica tra Russia e Cina. 

Per Mosca il nuovo gasdotto avrebbe quindi una funzione quasi esistenziale: monetizzare riserve immense che altrimenti rischiano di rimanere sottoutilizzate. Yamal contiene alcune delle più grandi riserve di gas del pianeta e rappresenta uno dei pilastri della produzione russa. Il problema è che il mercato europeo non può essere semplicemente sostituito con quello cinese. Sempre Vakulenko ha stimato che, anche in uno scenario relativamente favorevole, i profitti ottenibili dalle esportazioni verso la Cina sarebbero nettamente inferiori rispetto a quelli che la Russia ricavava dall’Europa prima del conflitto. Le cosiddette resource rents, cioè i profitti generati dallo sfruttamento delle risorse naturali al netto dei costi, potrebbero valere circa 2,5-4,3 miliardi di dollari all’anno, contro i circa 20 miliardi di dollari che arrivavano dal mercato europeo.

E perché invece la Cina non sembra avere alcuna fretta? Se la posizione russa appare comprensibile, quella cinese è forse ancora più interessante. Il primo Power of Siberia sta già consegnando gas russo alla Cina e ha raggiunto una capacità vicina ai 38 miliardi di metri cubi annui. Inoltre, la Cina del 2026 non è la Cina di dieci anni fa e Pechino ha costruito una strategia energetica molto più diversificata. Riceve gas dai Paesi dell’Asia Centrale attraverso una rete di gasdotti già operativa, importa gas naturale liquefatto (LNG) via nave da numerosi fornitori e, soprattutto, ha investito massicciamente nelle energie rinnovabili, diventando il principale installatore mondiale di impianti eolici e solari.

La via più breve, la via più sicura

Dietro i tentennamenti di Pechino si potrebbe dunque nascondere il timore di sviluppare una dipendenza eccessiva da un unico fornitore energetico, muovendosi invece con estrema cautela prima di legarsi a contratti trentennali così massicci. Ridurre lo stallo del Power of Siberia 2 a una semplice trattativa commerciale rischia infatti di essere fuorviante. Certo, i numeri contano. Ma quando si parla di energia, soprattutto tra grandi potenze, il problema non è solo quanto costa il gas, bensì quanto è sicuro il percorso che quel gas dovrà attraversare per i prossimi trent’anni. Da questo punto di vista, uno dei nodi più delicati riguarda proprio il tracciato del progetto. La Russia ha sempre spinto per la rotta attraverso la Mongolia, una soluzione considerata più economica e tecnicamente più semplice. Il progetto Soyuz Vostok, la sezione mongola del Power of Siberia 2, consentirebbe infatti di collegare i giacimenti di Yamal alla Cina evitando opere ancora più complesse lungo il confine sino-russo.

Per Pechino, però, il criterio del “meno costoso” non coincide necessariamente con quello del “più sicuro”. Nel 2023 la Mongolia ha infatti firmato con gli Stati Uniti un accordo di Open Skies, accompagnato da un memorandum più ampio sulla cooperazione nei trasporti. L’intesa crea il quadro normativo per collegamenti aerei diretti tra i due Paesi, amplia le opportunità commerciali nel settore dell’aviazione e rafforza la cooperazione in numerosi ambiti infrastrutturali, dalle ferrovie alle autostrade fino alla sicurezza dei trasporti. Ma in geopolitica il significato di un evento raramente coincide con il suo testo giuridico. La Mongolia occupa in fondo una posizione unica: è un enorme Stato cuscinetto incastonato tra Russia e Cina. Da anni Ulan Bator cerca di bilanciare l’ingombrante vicinanza dei due giganti coltivando rapporti con quelli che la diplomazia mongola definisce i third neighbours, i “terzi vicini”: Stati Uniti, Giappone, Corea del Sud e Paesi europei. L’accordo con Washington è stato letto da molti osservatori come un ulteriore tassello di questa strategia. Se, quindi, il Power of Siberia 2 passasse attraverso la Mongolia, una parte cruciale della sicurezza energetica cinese dipenderebbe da un Paese terzo che sta progressivamente ampliando la propria rete di relazioni con gli Stati Uniti. Non significa che la Mongolia abbia intenzione di bloccare il gasdotto. Né esistono prove che Washington stia lavorando in quella direzione. Ma per i pianificatori strategici cinesi il problema non è ciò che accade oggi ma ciò che potrebbe accadere in uno scenario di crisi futura.

La Cina ha comunque recentemente inserito il progetto tra le priorità strategiche del suo 15° Piano Quinquennale (2026-2030). A spingere Pechino verso questa decisione sono state anche di recente le tensioni nelle rotte marittime globali (come le crisi nello Stretto di Hormuz e nel Mar Rosso), che minacciano le rotte del gas e del petrolio via nave. Una linea terrestre sicura via terra attraverso la Siberia e la Mongolia offre alla Cina una garanzia di sicurezza nazionale che potrebbe col tempo ammorbidire la sua posizione sui prezzi.  Al momento le due potenze continuano a potenziare i flussi energetici attraverso le rotte già esistenti, ma per il Power of Siberia 2 manca ancora una tabella di marcia precisa per l’inizio effettivo dei lavori. E proprio questa crescente asimmetria tra Mosca e Pechino apre una questione molto più ampia: il Power of Siberia 2 non è soltanto una disputa commerciale sul prezzo del gas, ma un indicatore del nuovo equilibrio di potere che si sta formando all’interno della partnership sino-russa. Una relazione che, almeno nel settore energetico, sembra sempre meno una collaborazione tra pari e sempre più un negoziato in cui una delle due parti può permettersi di aspettare, mentre l’altra no.




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Martina Besana

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