Fornitori ad alto rischio, costi fino a 40 miliardi


La rimozione dei fornitori ad alto rischio dalle infrastrutture di telecomunicazione europee potrebbe costare agli operatori tra 30 e 40 miliardi di euro, con una stima centrale pari a 35 miliardi. E il conto non si fermerebbe alla sostituzione degli apparati. La riduzione del numero di vendor disponibili potrebbe spingere i prezzi delle tecnologie di rete fino al 24% in più nel mobile, comprimendo ulteriormente la capacità di investimento delle telco.

È il quadro tracciato da Gsma Intelligence nel report “The cost of removing designated third-country vendors from EU telecoms networks”, dedicato agli effetti economici della proposta di revisione del Cybersecurity Act europeo, il cosiddetto Csa2. Il provvedimento punta a rendere obbligatorio il de-risking delle reti mobili dai fornitori considerati rischiosi. Questo supera l’attuale approccio basato prevalentemente sulle decisioni dei singoli Stati membri e sulle indicazioni della 5G Security Toolbox.

Lo studio non mette in discussione l’obiettivo di rafforzare sicurezza e resilienza delle infrastrutture critiche. Porta però al centro del dibattito il costo industriale della transizione e la sua compatibilità con un settore già sottoposto a forti pressioni finanziarie. Il punto, dunque, non riguarda soltanto Huawei o Zte. Coinvolge la struttura del mercato europeo degli apparati, la sostenibilità degli investimenti e la capacità dell’Unione di conciliare autonomia strategica, concorrenza e sviluppo delle reti.

Un intervento che va oltre il perimetro del 5G

La proposta della Commissione europea, presentata nel gennaio 2026, introduce un quadro armonizzato per affrontare i rischi connessi alle catene di fornitura Ict. Tra le novità figura la possibilità di identificare a livello europeo gli asset tecnologici critici e imporre misure di mitigazione, compresa la sostituzione obbligatoria delle apparecchiature realizzate da vendor designati come ad alto rischio.

Per le reti mobili, la proposta prevede l’eliminazione di tali fornitori dal core e dalla Ran entro tre anni dall’entrata in vigore delle norme. Il perimetro, tuttavia, è più ampio del solo accesso radio 5G. Comprende anche infrastrutture fisse e reti di trasporto, dagli apparati ottici ai sistemi Ip, fino alle piattaforme di servizio e gestione.

Si tratta di un passaggio rilevante rispetto alla 5G Toolbox, adottata nel 2020 per coordinare le politiche nazionali sulla sicurezza delle reti. La Commissione ha più volte rilevato una diffusione disomogenea delle misure tra gli Stati membri. Il Csa2 punta quindi a trasformare il de-risking da indicazione politica a obbligo normativo, riducendo la frammentazione e le dipendenze da fornitori di Paesi terzi.

Proprio l’estensione delle misure rende complessa la valutazione economica. La Commissione ha indicato per il mobile costi nell’ordine di 3-4 miliardi l’anno per tre anni, ma Gsma Intelligence osserva che non è stata pubblicata una stima bottom-up fondata sui dati degli operatori e che manca un’analisi equivalente per le reti fisse. Il report cerca di colmare questa lacuna partendo dalle valutazioni interne di sette gruppi europei: Deutsche Telekom, Fastweb, Meo, Orange, Telefónica, United Group e Vodafone. Nel complesso, le società considerate rappresentano quasi la metà delle connessioni mobili e una quota analoga della banda larga fissa nell’Ue.

Il mobile concentra la quota maggiore del conto

Secondo la ricerca, la sostituzione delle apparecchiature interessate produrrebbe un costo compreso tra 16 e 22 miliardi per le reti mobili, equivalente a 30-42 euro per connessione. Il valore comprende core, accesso radio, infrastrutture di virtualizzazione, piattaforme di servizio e sistemi di gestione, ma esclude numerose componenti passive.

Per le reti fisse l’impatto arriverebbe a circa 5 miliardi, mentre per il trasporto sarebbe compreso tra 9 e 12 miliardi. La stima centrale di 35 miliardi si distribuisce quindi tra 19 miliardi per il mobile, 5 miliardi per il fisso e 11 miliardi per il trasporto.

Le cifre riguardano soltanto l’acquisto e l’installazione dei nuovi apparati. Non comprendono il valore contabile residuo degli asset da dismettere, le eventuali interruzioni operative, i vincoli di capacità dei fornitori e l’impatto sui programmi di investimento futuri. Il costo effettivo dipenderà inoltre dall’età delle reti, dai cicli di rinnovo già pianificati e dal livello di esposizione di ciascun operatore.

Questo è uno dei punti più controversi. Una parte degli apparati installati nei primi anni del 5G si sta avvicinando al normale ciclo di sostituzione, generalmente legato all’evoluzione tecnologica e all’efficienza energetica. Non tutta la spesa attribuita al “rip and replace” rappresenterebbe quindi necessariamente un costo aggiuntivo: in alcuni casi potrebbe sovrapporsi a investimenti che sarebbero stati effettuati comunque.

Il rapporto adotta inoltre due scenari di estrapolazione. Quello più prudente considera l’effettiva presenza dei vendor coinvolti nelle reti degli operatori non inclusi nel campione. Quello superiore applica invece alle aziende non analizzate il costo medio per connessione rilevato tra i partecipanti. La forbice tra 30 e 40 miliardi riflette anche questa incertezza metodologica.

Meno vendor, prezzi degli apparati in aumento

La seconda conseguenza individuata da Gsma Intelligence riguarda la struttura del mercato. Eliminare alcuni fornitori dalle gare europee ridurrebbe le alternative a disposizione delle telco e sposterebbe una quota consistente della domanda verso i vendor rimanenti.

Nel mobile, il report stima che la concentrazione aumenterebbe del 66%, determinando un rincaro indicativo degli apparati del 24%. Nel fisso l’aumento dei prezzi sarebbe del 19%, mentre nel trasporto si attesterebbe al 10%. In segmenti caratterizzati da un numero ancora più limitato di concorrenti, come alcuni collegamenti ottici o a microonde, l’impatto potrebbe essere superiore.

Lo scenario favorirebbe in primo luogo Ericsson e Nokia, oltre ad aprire spazi a Samsung e agli operatori dell’ecosistema Open Ran. Ma la capacità produttiva e di delivery non può essere ampliata istantaneamente. Una sostituzione simultanea su larga scala richiederebbe tecnici, componenti, software, attività di integrazione e finestre operative difficili da comprimere entro tre anni.

Nel medio periodo, una domanda più concentrata potrebbe sostenere i ricavi dei fornitori europei e rafforzare una filiera considerata strategica. Al tempo stesso, la riduzione della pressione competitiva potrebbe tradursi in prezzi più elevati e in una minore capacità negoziale per gli operatori. È questo il nodo industriale sottostante alla disputa: l’Europa vuole ridurre una dipendenza geopolitica senza crearne un’altra, legata a un mercato con pochi produttori e limitati margini di sostituibilità.

Il report stima che gli operatori investiranno quasi 42 miliardi di euro tra il 2027 e il 2030 negli apparati attivi interessati dalle restrizioni. I rincari determinati dalla minore concorrenza produrrebbero un onere aggiuntivo di circa 8,5 miliardi nel quadriennio. Estendendo l’orizzonte al 2035, l’extracosto cumulato potrebbe raggiungere 24 miliardi, di cui 19 miliardi nel mobile.

Il rischio di spostare risorse da fibra e 5G standalone

Per le telco il problema non è soltanto trovare le risorse necessarie alla sostituzione. È decidere quali programmi rallentare per finanziarla. In un mercato caratterizzato da ricavi stagnanti, elevata intensità di capitale e forte competizione sui prezzi, l’aumento dei costi difficilmente potrebbe essere trasferito integralmente agli utenti finali.

La conseguenza più probabile, secondo Gsma Intelligence, sarebbe il ridimensionamento o il rinvio di altri interventi: ampliamento della copertura, incremento della capacità, migrazione al 5G standalone, sviluppo della fibra e modernizzazione delle piattaforme. In questa prospettiva, un provvedimento concepito per aumentare la resilienza potrebbe produrre nel breve periodo nuove criticità operative, legate alla concentrazione dei cantieri e alla complessità della sostituzione.

La ricerca richiama anche il gap infrastrutturale europeo. Per raggiungere livelli di connettività considerati best in class sarebbero necessari circa 475 miliardi di euro, contro investimenti attesi per 270 miliardi. Il divario ammonterebbe dunque a 205 miliardi. Ulteriori oneri regolatori rischierebbero di ampliarlo, soprattutto nei mercati nei quali i ritorni sugli investimenti sono più bassi.

Resta aperta anche la questione energetica. Gli operatori coinvolti nello studio sostengono che alcune apparecchiature sostitutive potrebbero risultare meno efficienti, a parità di configurazione e considerando l’intero ciclo di vita, rispetto a quelle già installate. L’impatto non viene però quantificato e deve essere considerato con cautela: consumi e prestazioni dipendono dalle soluzioni scelte, dal consolidamento degli apparati e dal processo di modernizzazione complessivo.

I limiti dello studio e il nodo della sicurezza

Il rapporto offre una base quantitativa più ampia rispetto a molte valutazioni precedenti, ma non è un’analisi neutrale rispetto agli interessi in campo. È stato commissionato e finanziato dai sette gruppi di telecomunicazioni che hanno fornito i dati. Gsma Intelligence precisa di avere svolto la ricerca in autonomia e che le conclusioni non rappresentano una posizione ufficiale della Gsma. Resta tuttavia evidente l’interesse degli operatori a ottenere tempi più lunghi e maggiore flessibilità nell’attuazione delle misure.

Anche Light Reading ha evidenziato come le stime dipendano in larga parte dalle informazioni trasmesse dalle telco e come il documento dedichi uno spazio limitato alla quantificazione del beneficio di sicurezza ottenibile con l’esclusione dei vendor. La testata richiama inoltre l’esperienza britannica, dove la rimozione degli apparati Huawei è stata gestita con scadenze pluriennali e costi che, almeno per alcuni operatori, sono risultati inferiori rispetto alle previsioni più allarmistiche.

Sul fronte opposto, Strand Consult contesta l’impostazione del report e sostiene che l’esposizione ai fornitori ad alto rischio sia ormai concentrata in un numero limitato di mercati e operatori. Secondo la società di analisi, molte aziende hanno già avviato la sostituzione senza conseguenze finanziarie paragonabili a quelle prospettate da Gsma Intelligence.

Il confronto tra stime molto distanti dimostra quanto sia difficile separare i costi strettamente regolatori dalle normali attività di rinnovo delle reti. Mostra anche che la sicurezza non può essere valutata soltanto attraverso un calcolo finanziario. Le minacce alla supply chain, le dipendenze strategiche e la possibilità di interferenze da parte di Paesi terzi producono rischi che non sempre possono essere tradotti in euro.

Una transizione da governare, non soltanto da imporre

La questione centrale per Bruxelles sarà definire un percorso che non trasformi l’obiettivo di sicurezza in uno shock industriale. Tempi differenziati in base alla criticità degli asset, coordinamento tra Stati membri, verifiche sui costi e sostegno alla diversificazione tecnologica possono ridurre il rischio di sostituzioni affrettate.

Parallelamente, l’Unione dovrà affrontare la debolezza strutturale del proprio ecosistema. Limitare l’accesso ai vendor di Paesi terzi senza rafforzare capacità produttiva, ricerca, semiconduttori, software di rete e interoperabilità significherebbe agire sulla dipendenza attuale senza costruire vere alternative.

Il report di Gsma Intelligence rende evidente che il de-risking non è un’operazione amministrativa, ma una scelta di politica industriale. Il costo di non intervenire riguarda la sicurezza e l’autonomia strategica. Quello di intervenire male potrebbe tradursi in meno investimenti, prezzi più alti e ritardi nell’innovazione delle reti. La sfida europea sarà evitare che questi due rischi vengano affrontati separatamente: la resilienza digitale dipenderà tanto dall’affidabilità dei fornitori quanto dalla sostenibilità economica degli operatori chiamati a costruire le infrastrutture del prossimo decennio.


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