La guerra d’Iran si espande nella sua nuova fase estiva e sembra essere sempre più lontana ogni possibilità di ricomposizione del franato memorandum di Islamabad: il Comando Centrale degli Usa rivendica l’effettuazione nella notte di pesanti attacchi contro la Repubblica Islamica proclamando che essi sono una risposta ai tentativi di Teheran di colpire a sorpresa le postazione di Washington in Medio Oriente nella giornata di ieri.
I pesanti raid Usa contro l’Iran
L’operazione, stando alle ricostruzioni, sembra essere stata la più imponente dalla fine della fase più calda della guerra, l’8 aprile scorso, e sicuramente da quando il memorandum è franato l’8 luglio scorso: aerei, missili e droni americani hanno colpito lungo l’intera catena costiera del Paese che blinda gli accessi allo Stretto di Hormuz e preserva le capacità d’interdizione marittima e i commerci della Repubblica Islamica. DropSite, riprendendo fonti Osint, cita almeno 8 bersagli, tra cui i porti di Bandar Abbas e Abadan
Ancora incerto il conto delle vittime, anche se Al Jazeera cita almeno tre morti, una coppia e il figlio di due anni, in un raid a Queshm. I bersagli sono gli snodi critici dell’Iran: porti, basi logistiche, impianti energetici e tutto ciò, dunque, che fornisce l’ossatura e le risorse alla Repubblica Islamica per competere come potenza e connettersi alle rotte globali. Un segnale, questo, della rinnovata portata dell’azione americana che non sembra fermarsi al tentativo di ribaltare l’esito negativo e fallimentare della prima parte del conflitto ma ha anche un ruolo a tutto campo nel cercare di disarticolare lo spazio di proiezione dell’Iran stesso e l’architettura strategica ove è inserito. E qui, ovviamente, il pensiero va direttamente alla Cina e alle sue rotte di interconnessione, messe nel mirino durante la rilanciata campagna americana e su cui è piovuto, domenica scorsa, anche il raid ucraino contro una nave iraniana nel Mar Caspio diretta in Russia.
Perché gli Usa attaccano e Israele no
Non è un caso che in tal senso attualmente siano gli Stati Uniti a prendersi sulle spalle l’onere degli attacchi a tutto campo contro l’Iran e non si abbia ancora notizia di un possibile intervento di Israele a fianco di Washington. La guerra scoppiata il 28 febbraio era israelo-americana a tutti gli effetti: Tel Aviv mirava al rovesciamento o all’implosione del regime iraniano sotto i colpi degli attacchi, Washington ha cercato il colpo decisivo per dimidiare la potenziale capacità di proiezione della Repubblica Islamica e disarticolare le forniture energetiche alla Cina.
Ora, complice il calo degli stock di intercettori antiaerei e antimissile americani, lo spalleggiamento a un possibile intervento israeliano dopo il cessate il fuoco appare più complesso da immaginare e, parimenti, a Tel Aviv va benissimo una situazione in cui è l’America a assumersi costi, oneri e rischi della guerra, anche considerato il fatto che ad oggi la priorità strategica è quella statunitense: ribaltare l’onta di Hormuz e della perdita del controllo dello Stretto, evitando una territorializzazione del mare e che Pechino potesse ottenere spazio in Medio Oriente, come sta già di fatto facendo, alla luce dell’onta americana. E non a caso ieri emergeva l’ipotesi che Washington intende chiedere come condizione di pace futura la rimozione di ogni pedaggio dal transito da Hormuz, come riportato da Al Arabiya. Un obiettivo decisamente più americano che israeliano.
Il ministro della Difesa di Tel Aviv, Israel Katz, parlando a Channel 14, ha del resto di recente segnalato che Tel Aviv è comunque coinvolta in questa fase della guerra, annunciando (senza essere smentito) che gli aerei Usa che di recente hanno ripreso a colpire l’Iran hanno usato anche le basi israeliane e definendo le regole d’ingaggio dello Stato Ebraico: colpirà se la Repubblica Islamica la attaccherà per prima. In Israele, peraltro, tra pochi mesi si vota e sarebbe sconveniente per la destra di governo già in difficoltà affrontare una campagna elettorale sotto lo scacco delle sirene antiaeree e dei missili iraniani. I segnali di una guerra in espansione, però, nel frattempo ci sono tutti anche se l’Israel Air Force resta nelle sue basi.
La guerra si espande
Lo conferma la discesa in campo dell’Arabia Saudita nell’attacco in Iraq contro un’unità filo-iraniana, le Forze di Mobilitazione Popolare: si tratta della prima operazione aerea congiunta americano-saudita di cui si abbia memoria e, soprattutto, si indicano nei partner dell’asse sciita un bersaglio strategico. Riad non è in guerra con Teheran, ma la sua risolutezza impone di guardare anche allo Yemen, dove gli Houthi stanno risvegliandosi e dopo aver colpito infrastrutture energetiche in Arabia Saudita iniziano a pensare di imporre un pedaggio per i traffici nel Mar Rosso. En passant, c’è chi come il Kuwait si tutela alzando l’asticella della garanzia di sicurezza con un Paese chiave della regione, il Pakistan.
L’analista dell’Institute for National Security Studies della Tel Aviv University Danny Citrinowicz parla del rischio “di un’escalation incontrollata” in Medio Oriente in cui al cuore del conflitto c’è la rivalita americano-iraniana, che si autoalimenta in “un ciclo sempre più instabile in cui ciascuna parte ritiene che una ritirata minerebbe la propria credibilità” attorno a cui si agglomerano e addensano le crisi regionali.
Usa e Iran, guerra senza limiti?
L’amministrazione Usa del presidente Donald Trump e il rinnovato regime della Repubblica Islamica hanno deciso per imboccare, di fatto, nuovamente il sentiero della guerra. Per l’Iran la sfida rimane la stessa: la battaglia esistenziale per difendere il regime e la struttura statuale dal rischio di rovesciamento, ad oggi tutelabile secondo l’élite di Teheran più con un ritorno alle armi che tramite un cessate il fuoco visto come mal applicato dagli Usa e non in grado di presuppore una vera pace. Per Washington c’è nel mirino la proiezione della Repubblica Islamica come partner di un sistema euroasiatico potenzialmente rivale di quello statunitense e c’è in ballo la supremazia marittima sugli stretti che garantisce una fetta importante del potere navale, marittimo e economico a stelle e strisce e a cui a Washington si è ritenuto impossibile recedere. Obiettivi ambiziosi e massimalisti che riducono al lumicino ogni prospettiva di un rinnovato confronto diplomatico come quello, ambizioso e coraggioso, dei mesi scorsi, che sembra un lontano ricordo.
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Andrea Muratore
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