La strana idea di marxismo di Alex Karp: la vera lotta è per il controllo dei dati, non per la loro liberazione
Il CEO di Palantir, Alex Karp, è un comunicatore brillante. Sa scegliere immagini forti, citazioni colte e provocazioni capaci di monopolizzare il dibattito. Nell’ultima lettera agli azionisti di Palantir ha evocato addirittura Karl Marx per descrivere il comportamento dei laboratori di frontiera dell’intelligenza artificiale (AI), sostenendo che aziende come OpenAI eAnthropic starebbero cercando di “impossessarsi dei mezzi di produzione” dei propri partner.
Lo ha fatto peraltro in un momento di forza, perché Palantir ha presentato i risultati del secondo trimestre, giudicati “straordinari”, con un fatturato complessivo in crescita del 93% a 1,94 miliardi di dollari su base annua e stime più che ottimistiche sul terzo trimestre a 2,16 miliardi di dollari.
Con numeri del genere, è facile fare della giocoleria filosofica e ammaliare il pubblico, ma concettualmente si sprofonda in un ragionamento profondamente paradossale. Perché se oggi esiste un’azienda che più di ogni altra ha costruito il proprio modello di business sulla capacità di integrare, incrociare e trasformare enormi quantità di dati (secondo accuse ben circostanziate senza esplicito consenso) in uno strumento di potere decisionale, quella è proprio Palantir.
La domanda, allora, non è se Karp abbia ragione nel criticare OpenAI e altri giganti tecnologici. La domanda è un’altra: chi dovrebbe davvero controllare i dati? Chi dovrebbe davvero alzare la voce su questo argomento?
La nuova lotta per i mezzi di produzione
Per Marx i mezzi di produzione erano fabbriche, macchinari e capitale industriale. Nel (nuovo o post) capitalismo dell’intelligenza artificiale i mezzi di produzione sono cambiati: sono i modelli, gli algoritmi e le infrastrutture che permettono di raccogliere, collegare e interpretare miliardi di dati che poi diventano informazioni sensibili, strategiche, di grande valore finanziario, attorno a cui nascono vere e proprie guerre.
Karp sostiene che i frontier labs vogliono assicurarsi un nuovo monopolio industriale dell’AI. Secondo il CEO di Palantir, ogni prompt inviato a un modello linguistico, ogni processo aziendale automatizzato e ogni workflow costruito sopra GPT o Claude contribuisce ad arricchire il patrimonio tecnologico dei loro sviluppatori. Garantendogli potenzialmente un vantaggio enorme sui concorrenti.
L’azienda cliente paga il servizio, ma contemporaneamente rischia di alimentare il futuro vantaggio competitivo del proprio fornitore. E magari è anche vero. Lo scontro più importante, in corso tra aziende e Stati, nella nostra epoca, è tutto sui dati e sui mezzi che li generano.
Le grandi AI company stanno progressivamente estendendo il proprio raggio d’azione: dagli assistenti generici allo sviluppo software, dalla ricerca scientifica alla sanità, fino ai servizi legali e alla progettazione industriale. Il rischio di dipendenza tecnologica esiste e il lock-in è una preoccupazione concreta per molte imprese (e pezzi crescenti delle amministrazioni pubbliche). Ma la riflessione di Karp si interrompe proprio dove dovrebbe cominciare.
Il convitato di pietra si chiama Palantir
Il paradosso è che Palantir si presenta come l’alternativa alle Big Tech ‘cattive’. Non costruisce un grande modello linguistico proprietario, ma costruisce la piattaforma che permette ai clienti di utilizzare modelli diversi mantenendo, almeno sulla carta, il controllo dei propri dati.
È il concetto di “AI sovereignty”, diventato ormai il mantra commerciale dell’azienda, ma la sovranità evocata da Karp riguarda davvero il controllo dei dati? Oppure riguarda semplicemente il controllo dell’infrastruttura che quei dati li organizza? (Anche perchè, ormai, la partita dei dati si è già conclusa con la spartizione a monte?).
Storicamente Palantir non è diventata una delle aziende più influenti del mondo grazie ai modelli linguistici. Lo è diventata sviluppando software capaci di collegare informazioni provenienti da fonti completamente diverse: intelligence, forze dell’ordine, difesa, amministrazioni pubbliche, sanità, finanza. Il suo valore non consiste (solo) nel possedere i dati, ma nel renderli interrogabili, relazionabili e utilizzabili per prendere decisioni (magari a livello di sicurezza interna, magari per la sorveglianza di massa o per azioni di polizia al limite della legalità). È un potere meno visibile, ma non certo inferiore.
Il vero petrolio non sono i dati, è la loro correlazione
Da oltre dieci anni si ripete che “i dati sono il nuovo petrolio”. In realtà questa definizione è ormai superata, perché i dati, da soli, valgono oggi relativamente poco. Il vero potere nasce quando milioni di informazioni apparentemente scollegate vengono integrate tra loro.
Un indirizzo, una cartella clinica, un movimento bancario, una fotografia, una geolocalizzazione, un post pubblicato sui social, una richiesta di rimborso sanitario, una telecamera urbana: questi dati presi separatamente raccontano poco, ma messi insieme descrivono una persona con una precisione impressionante. È esattamente questo il tipo di tecnologia che Palantir sviluppa da oltre vent’anni.

Il caso Trump rende evidente il problema
Le polemiche nate negli Stati Uniti l’anno scorso dopo le indiscrezioni sul possibile utilizzo di Palantir (voluto dalla Casa Bianca e dall’Homeland Security, cioè il Dipartimento della Sicurezza Interna degli Stati Uniti) per integrare basi dati provenienti da diverse agenzie federali mostrano perché il dibattito sia così delicato. Non è tanto importante stabilire se il software appartenga a Palantir o se i dati restino formalmente nelle mani del governo.
La questione è un’altra. Quando una singola piattaforma diventa il punto di accesso privilegiato a informazioni fiscali, previdenziali, sanitarie, migratorie e finanziarie, il problema non è soltanto tecnologico: è democratico. Lo raccontava molto bene il celebre economista e politologo americano Roberto Reich sul quotidiano britannico The Guardian. Chi controlla la capacità di correlare quei dati acquisisce inevitabilmente un enorme potere, che può prestare a chi vuole, magari per soldi o per vantaggi sensibili sui concorrenti.
Recentemente, negli Stati Uniti, grazie proprio alla società fondata dal controverso imprenditore, ‘oscuro profeta’ del digitale apocalittico, Peter Thiel, l’Immigration and Customs Enforcement (ICE), la potente agenzia federale incaricata del controllo dell’immigrazione e delle espulsioni, sta ampliando con forza la propria capacità operativa (tradotto: individua rapidamente e con maggiore efficacia i presunti migranti clandestini da arrestare). Si stima che Palantir consenta alla violenta polizia ICE l’accesso a un archivio potenziale di circa 20 milioni di persone facilmente e velocemente localizzabili e tracciabili.
Di fatto, in gioco c’è la nostra libertà individuale e democratica, ma anche la pacifica convivenza civile a cui siamo da decenni abituati e che ormai diamo (ingenuamente) per scontata.

La guerra tra Big Tech non riguarda gli utenti
È qui che emerge la vera contraddizione delle dichiarazioni di Karp. Da una parte accusa OpenAI & Co. di voler appropriarsi del patrimonio informativo delle imprese. Dall’altra difende un modello di business fondato proprio sulla centralizzazione e sull’elaborazione di enormi quantità di dati.
La sensazione è che la battaglia tra Palantir, OpenAI, Anthropic, Google, Microsoft e gli altri protagonisti dell’AI non riguardi tanto la tutela dei dati quanto la definizione di chi dovrà governarli nei prossimi decenni.
Gli assenti sono i veri proprietari dei dati
C’è un grande assente in questa discussione: gli utenti finali, che sono spesso le imprese, generalmente i cittadini. Entrambi vengono continuamente evocati come soggetti da proteggere, ma raramente vengono messi nelle condizioni di esercitare un controllo effettivo sui propri dati.
L’utente può scegliere quale chatbot utilizzare, può leggere informative sulla privacy lunghe decine di pagine, può concedere o negare qualche consenso, ma difficilmente può sapere come il proprio patrimonio informativo verrà correlato nel tempo, quali inferenze saranno costruite e quale valore economico genererà o se l’accumulo di informazioni su di lui possa o meno metterlo in pericolo.
La stessa situazione riguarda molte imprese. Si parla di “data sovereignty“, ma nella pratica sono costrette a scegliere da quale gigante tecnologico dipendere: chi sviluppa il modello o chi costruisce la piattaforma che lo governa. La libertà consiste spesso soltanto nello scegliere il proprio intermediario. L’Unione europea, che pur ha capito che è tempo di muoversi, ancora prende tempo su questo argomento chiave per il suo futuro.
La questione è politica
Oggi assistiamo a una competizione tra pochi grandi attori privati per stabilire chi dovrà amministrare il patrimonio informativo del pianeta, con quali scopi e con quali “alleanze” (gli attori statali).
Il rischio è che la discussione venga ridotta a una disputa commerciale tra colossi tecnologici, facendo passare in secondo piano la domanda più importante: chi dovrebbe detenere il controllo effettivo dei dati che descrivono la vita di miliardi di persone? Con quale diritto questi attori possono gestire a proprio piacimento le nostre informazioni e con quali obiettivi? Su questo c’è un grande disorientamento e anche una drammatica mancanza di confronto pubblico.
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Flavio Fabbri
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