Qualche giorno fa ho avuto un incontro con un cliente libero professionista che mi ha quasi implorato di “consentirgli” di usare l’AI nel suo studio. Non che io abbia il potere di acconsentire o vietare pratiche ai miei clienti, ma essendo il DPO del grande studio per cui questo cliente lavora (una azienda più che uno studio) il mio parere riveste qualche rilevanza.
L’episodio mi ha colpito, non tanto perché io sia contro l’AI, al contrario, la uso tutti i giorni nel mio lavoro, ma perché mi ha fatto toccare con mano quanto ormai siamo diventati “dipendenti” da questo strumento che ha stravolto e spesso migliorato il nostro quotidiano.
L’intelligenza artificiale è ormai entrata stabilmente nella quotidianità di molti studi e questo è un fatto ineludibile. C’è chi la utilizza per sintetizzare documenti, chi per predisporre bozze, chi per effettuare ricerche preliminari o migliorare la forma di un parere. In molti casi il tempo risparmiato è considerevole e i risultati sono di ottima qualità.
Proprio questa apparente semplicità, tuttavia, rappresenta uno dei rischi maggiori. Tralasciando i danni alla nostra capacità critica e di pensiero, dei quali saremo forse pienamente consapevoli tra qualche anno, mi limito a individuare quelli che sono i rischi operativi di un utilizzo massivo dell’AI sul posto di lavoro, che sia esso studio professionale o azienda.
Più uno strumento appare intuitivo, maggiore è la probabilità che venga utilizzato senza una reale comprensione dei suoi limiti. Ed è esattamente ciò che sta accadendo con l’intelligenza artificiale generativa.
Gli errori che si osservano più frequentemente non riguardano infatti la tecnologia, bensì il modo in cui i professionisti la impiegano. Alcuni possono compromettere la qualità del lavoro, altri incidere sulla riservatezza dei dati o sulla responsabilità professionale.
Vediamo i dieci errori in cui più frequentemente ci si può imbattere nell’utilizzo dell’AI generativa sul posto di lavoro e come evitarli o minimizzarli.
In merito, abbiamo pubblicato il volume Intelligenza artificiale generativa per professionisti – Dal legal prompting al workflow: metodo, tecniche e strumenti, disponibile su Shop Maggioli e su Amazon, e il corso Master in Compliance Management – Come realizzare un sistema di governance integrato – II edizione.

1. Copiare integralmente documenti contenenti dati personali


Il primo errore consiste nell’utilizzare ChatGPT o Claude come se fossero una cartella di lavoro dello studio, incollando interi contratti, atti giudiziari, pareri, bilanci o corrispondenza contenente dati identificativi dei clienti.
Nella maggior parte dei casi non è necessario. È quasi sempre possibile anonimizzare il documento o limitarsi alle parti realmente rilevanti, applicando il principio di minimizzazione previsto dal GDPR. E oltre ad essere quasi sempre possibile è richiesto dalla normativa. Certo, se si devono perdere sei ore ad anonimizzare i documenti per avere un lavoro fatto dall’AI in pochi secondi, appare lecito chiedersi se il tempo risparmiato sia stato effettivamente ben impiegato, ma questo è un altro tema. In merito, abbiamo pubblicato il volume Intelligenza artificiale generativa per professionisti – Dal legal prompting al workflow: metodo, tecniche e strumenti, disponibile su Shop Maggioli e su Amazon.

Intelligenza artificiale generativa per professionisti

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Vantaggi chiave

Impari il Legal Prompting: come impostare richieste efficaci, capire come “nasce” una risposta e usare l’AI con maggiore controllo
Riduci rischi ed errori: focus su allucinazioni, bias, finestra di contesto e tecniche pratiche di mitigazione (con regole operative)
Costruisci un workflow, non un trucco: dall’uso “solo ChatGPT” a un metodo strutturato per redazione, ricerca, analisi e comunicazione
Tecniche di scrittura con l’AI: prompt di redazione, dialogo iterativo, revisione assistita e casi pratici per arrivare a testi finali migliori
Ricerca e verifica delle fonti: livelli di ricerca, strumenti e approcci per trovare, controllare e consolidare informazioni in modo professionale
Privacy e compliance: indicazioni concrete su piattaforme, minimizzazione, policy interne e adempimenti GDPR
Appendici operative: questionari, modelli e documenti pronti all’uso (informative e policy) + vademecum finale dei termini essenziali
Contenuti aggiuntivi online: modelli, guide pratiche e aggiornamenti inclusi nei 24 mesi successivi alla pubblicazione

Caratteristiche

Autrice: Giovanna Panucci
Pagine: 310
ISBN: 978-88-916-7807-2
Accesso a contenuti digitali inclusi (piattaforma Maggioli Cloud, con codice nel volume)

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2. Credere che ogni risposta sia corretta


L’intelligenza artificiale non “sa” che cosa è vero. Produce testi statisticamente plausibili. Avendo accesso ad una mole pressoché infinita di dati, è facile che la risposta più statisticamente plausibile e probabile sia anche corretta, ma non bisogna mai darlo per scontato.
L’AI può citare sentenze inesistenti (caso realmente successo), inventare riferimenti normativi o attribuire a una Corte principi che non ha mai espresso (idem come sopra) o inventare studi scientifici assai convincenti attribuendoli a professionisti di chiara quanto inventata fama. Il professionista deve quindi verificare sempre ogni riferimento giuridico, esattamente come farebbe con una ricerca svolta da un praticante, non solo perché la figuraccia è dietro l’angolo, ma perché oltre al danno di immagine potrebbe aggiungersi un danno patrimonialmente rilevante e allora hai voglia a risparmiare tempo, se poi tutto il risparmio lo devi spendere in una causa di responsabilità professionale.

3. Utilizzare l’AI senza conoscere lo strumento


Molti iniziano a utilizzare i chatbot di intelligenza artificiale generativa senza aver mai dedicato un’ora a comprenderne il funzionamento.
Ignorano come vengono generate le risposte, quali siano i limiti del modello, quali impostazioni siano disponibili e quali differenze esistano tra le varie versioni.
È difficile utilizzare correttamente uno strumento che non si conosce. Proviamo a pensarla in questi termini: per tutta la nostra vita abbiamo guidato una macchina comoda, affidabile, confortevole e con un giusto limite di velocità. Da oggi ci mettiamo alla guida di una monoposto da Formula Uno e pretendiamo di condurla come abbiamo fatto finora con la nostra fidata Jeep. Non può funzionare e il rischio di schianto alla prima curva è, oggettivamente, quasi una certezza.

4. Fare domande troppo generiche


Una richiesta come “scrivimi un contratto di consulenza” produce inevitabilmente un risultato generico.
L’intelligenza artificiale offre il meglio quando riceve istruzioni precise, contesto, obiettivi e indicazioni sul destinatario del testo. La qualità dell’output dipende in larga misura dalla qualità dell’input.
Non è un caso che il prompt stia diventando una vera competenza professionale, così come è sempre accaduto nella vita: la qualità delle risposte ottenute dipende, in larga parte, dalla qualità delle domande. Anche in questo caso, la tecnologia non si inventa niente e si limita a scimmiottare la realtà (anche se lo fa benissimo, va detto).

5. Delegare all’AI il ragionamento


L’intelligenza artificiale può aiutare a organizzare informazioni, confrontare orientamenti, riassumere documenti o individuare argomentazioni.
Diverso è chiedere al sistema quale sia la strategia processuale migliore o quale interpretazione normativa adottare, o quale scelta prendere tra diverse alternative o strategie di business.
Il ragionamento resta un’attività umana, che richiede esperienza, capacità critica e valutazione del caso concreto. O per lo meno così dovrebbe essere. Non solo perché lo stabilisce l’AI Act con il suo principio “human in the loop” e “human oversight”, ma perché se non vogliamo estinguerci sul serio l’unico modo è continuare ad usare una competenza che almeno per ora resta di eslcusivo appannaggio umano: quella, appunto, di pensare.

6. Non verificare le fonti


Una risposta ben scritta non è necessariamente una risposta corretta.
Ogni citazione normativa, ogni precedente giurisprudenziale e ogni riferimento dottrinale devono essere controllati sulle fonti ufficiali prima di essere utilizzati in un atto o in un parere. Tenere sempre a mente il caso Deloitte Australia, dove un report interamente generato con AI e non adeguatamente verificato è costato a uno dei colossi della consulenza mondiale quasi mezzo milione di dollari e una figura barbina planetaria, forse può aiutare a prendere sul serio l’attività di verifica.

7. Utilizzare sempre lo stesso prompt


Molti professionisti scoprono un prompt che funziona discretamente e lo riutilizzano per qualsiasi attività.
In realtà ogni compito richiede istruzioni differenti. Riassumere una sentenza, predisporre una clausola contrattuale, correggere lo stile di un parere o simulare le possibili obiezioni della controparte, redigere una due diligence, affrontare un business case o fornire un parere di consulenza aziendale sono attività profondamente diverse.
L’efficacia dell’AI dipende anche dalla capacità di adattare il dialogo allo specifico obiettivo. Anche in questo caso, vita reale docet.

8. Pensare che l’AI faccia risparmiare tempo in ogni situazione


Non sempre è così.
Per attività semplici o molto specialistiche può essere più veloce lavorare direttamente sul documento piuttosto che spiegare all’intelligenza artificiale ciò che deve fare, correggerne gli errori e verificare il risultato.
Sapere quando non utilizzare l’AI è importante quanto sapere quando utilizzarlo. Anzi forse di più. Anche perché se veramente l’AI può fare qualsiasi cosa al posto nostro, a noi cosa resta e soprattutto cosa restiamo a fare?

9. Lavorare senza regole interne


Negli studi in cui collaborano più professionisti capita spesso che ciascuno utilizzi strumenti diversi, con modalità differenti e senza alcuna linea guida condivisa. Ciascuno si è affezionato al proprio assistente virtuale, lo ha “plasmato” a propria immagine e somiglianza e non ne vuole sapere di abbandonarlo. A volte lasciare un chatbot Ai si rivela una faccenda più complessa che abbandonare un partner.
Ma il caos da questo punto di vista aumenta il rischio di errori, comportamenti incoerenti e trattamenti non corretti dei dati personali.
Una semplice policy interna può prevenire molti problemi prima ancora che si presentino.

10. Dimenticare che la responsabilità resta del professionista


Questo è probabilmente l’errore più importante.
Se un atto contiene un errore, se una norma è citata in modo scorretto o se una strategia difensiva si rivela inadeguata, non sarà certo l’intelligenza artificiale a risponderne.
La responsabilità professionale continua a gravare sull’avvocato, indipendentemente dallo strumento utilizzato per predisporre il lavoro. Valeva per i praticanti quando un dominus stanco e distratto “licenziava” un atto senza averlo debitamente controllato. A maggior ragione vale per una AI, con l’aggravante che nemmeno possiamo prendercela con il tapino di turno, perché chi è causa del suo male deve solo piangere sé stesso. 

Formazione per professionisti


Master in Compliance Management
Il Master in Compliance Management è un percorso di formazione specialistica della durata di 27 ore, pensato per offrire una visione chiara, aggiornata e completa delle principali aree della compliance aziendale. Il focus è sugli strumenti, gli obblighi e le responsabilità che imprese e professionisti devono conoscere e applicare per garantire la conformità e l’efficacia dei modelli organizzativi.
Grazie all’esperienza dei docenti e all’analisi di casi concreti, il Master si distingue per un taglio pratico e operativo che consentirà ai partecipanti di acquisire competenze e strumenti utili per gestire la compliance integrata in diversi contesti aziendali.
Il programma copre i principali ambiti della compliance: dalla governance aziendale alla responsabilità amministrativa degli enti (D.Lgs. 231/2001), dalla protezione dei dati personali e privacy alla gestione delle segnalazioni whistleblowing, dalla sostenibilità ESG e i nuovi obblighi europei e italiani alla regolamentazione sull’intelligenza artificiale (AI Act, Legge 132/2025 e successive attuazioni), fino alla cybersecurity (NIS 2) e alla gestione integrata del rischio.
Obiettivi formativi
Al termine del Master, i partecipanti saranno in grado di:
•  Analizzare e impostare un sistema di compliance integrata efficace
•  Conoscere i ruoli e le responsabilità previsti in materia di privacy e protezione dati
•  Redigere o aggiornare un Modello Organizzativo 231/2001
•  Identificare gli impatti etici, legali e organizzativi dell’AI Act e Legge 132/2025 per un uso conforme dell’AI
•  Applicare e integrare i nuovi obblighi ESG (CSRD, CSDDD, ESRS) nei processi aziendali
•  Gestire segnalazioni whistleblowing nel rispetto di tutele e privacy
•  Valutare le implicazioni operative di regolamenti e direttive UE in materia di cybersicurezza (NIS 2)
•  Applicare metodi di valutazione del rischio in chiave integrata e risk-based
>>>Per info ed iscrizioni<<<

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Luisa Di Giacomo

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