Dalla proprietà all’accesso: cambia il concetto di prosumer

Per anni la transizione energetica ha promosso una figura destinata a diventare centrale nel nuovo sistema elettrico: il prosumer, il consumatore che produce almeno una parte dell’energia che utilizza, generalmente attraverso un impianto fotovoltaico installato sul tetto della propria abitazione. Un modello destinato a ridurre le emissioni, aumentare l’autonomia energetica delle famiglie e rendere la produzione di elettricità più distribuita.

Ma questo paradigma, spesso raccontato come la naturale evoluzione del mercato energetico, presenta un limite evidente: per diventare prosumer occorre quasi sempre possedere un tetto, uno spazio disponibile o vivere in un contesto favorevole all’installazione di un impianto. Una possibilità tutt’altro che scontata per milioni di cittadini europei.

Secondo Eurostat, il 48% della popolazione dell’Unione europea vive in appartamento, una quota che supera il 70% nelle aree urbane, dove vincoli architettonici, spazi limitati, edifici storici e complessità condominiali rendono spesso impossibile installare pannelli fotovoltaici. A questi si aggiungono gli affittuari e tutti coloro che, pur volendo investire nell’autoproduzione di energia, non dispongono delle condizioni tecniche o economiche per farlo.

La domanda diventa allora inevitabile: come rendere davvero universale la transizione energetica? Come permettere anche a chi vive in città di partecipare alla produzione di energia rinnovabile, senza dover necessariamente possedere un impianto? È proprio da questa esigenza che prende forma uno dei filoni più interessanti dell’innovazione energetica: la tokenizzazione degli asset rinnovabili.

È un cambiamento culturale prima ancora che tecnologico. L’obiettivo non è sostituire il fotovoltaico domestico o le Comunità Energetiche Rinnovabili (CER), che rimangono strumenti fondamentali della decarbonizzazione, ma ampliare la platea di chi può contribuire alla transizione energetica. In altre parole, il tema non è più soltanto la proprietà dell’impianto, ma l’accesso ai benefici della produzione rinnovabile.

La tokenizzazione dell’energia e la blockchain invisibile

Il token non rappresenta un bene puramente digitale né uno strumento speculativo, ma una porzione della capacità produttiva di un’infrastruttura energetica reale. L’elemento innovativo non consiste tanto nella digitalizzazione del bene, quanto nella possibilità di collegare in maniera trasparente la produzione di un impianto fisico ai benefici economici riconosciuti all’utilizzatore finale.

Si tratta di un cambio di prospettiva significativo. La blockchain smette di essere associata esclusivamente alle criptovalute e diventa un’infrastruttura capace di certificare relazioni tra beni fisici e diritti digitali.

Per oltre un decennio la blockchain è stata raccontata quasi esclusivamente attraverso Bitcoin, criptovalute e finanza decentralizzata. Questo ha contribuito a creare l’idea che si trattasse di una tecnologia destinata soprattutto agli investimenti finanziari o alla speculazione.

L’applicazione nel settore energetico racconta invece una storia diversa. Qui la blockchain non rappresenta il prodotto finale, ma il sistema che garantisce tracciabilità, trasparenza e verificabilità. È il registro distribuito che consente di associare ogni quota digitale a una specifica capacità produttiva di un impianto rinnovabile, certificandone la produzione e la corrispondenza con i benefici riconosciuti al cliente.

È un’evoluzione che ricorda quella vissuta da Internet negli ultimi vent’anni. Oggi nessuno sceglie un servizio digitale perché utilizza il protocollo TCP/IP, così come pochi utenti conoscono l’infrastruttura cloud che sostiene le applicazioni utilizzate quotidianamente. La tecnologia è diventata invisibile, ma continua a essere fondamentale. Lo stesso potrebbe accadere con la blockchain.

Il valore, per l’utente finale, non è sapere che un servizio utilizza registri distribuiti, ma avere la certezza che il sistema sia trasparente, affidabile e verificabile. In questa prospettiva, la blockchain smette di essere una tecnologia da raccontare e diventa un’infrastruttura destinata a operare dietro le quinte, al servizio di nuovi modelli di gestione degli asset energetici.

Dal consumatore al “prosumer virtuale”

È proprio in questo contesto che emerge una nuova figura: il prosumer virtuale. A differenza del prosumer tradizionale, non possiede un impianto installato presso la propria abitazione. Partecipa invece alla produzione di energia rinnovabile attraverso quote digitali collegate a infrastrutture esistenti, beneficiando della loro capacità produttiva senza dover affrontare costi di installazione, manutenzione o gestione.

L’idea appare particolarmente interessante per i grandi contesti urbani, dove la domanda di energia continua ad aumentare per effetto dell’elettrificazione dei consumi, della diffusione delle pompe di calore, della climatizzazione estiva e della mobilità elettrica, mentre gli spazi disponibili per nuovi impianti rimangono limitati.

Se il Novecento è stato il secolo dell’elettrificazione e gli ultimi vent’anni hanno segnato la diffusione delle energie rinnovabili distribuite, la prossima sfida potrebbe essere quella di democratizzare l’accesso a queste infrastrutture, consentendo anche a chi vive al decimo piano di un condominio di partecipare alla produzione di energia pulita.

È in questo scenario che si inserisce uno dei primi esempi concreti sviluppati in Italia: ebitts, la piattaforma ideata da Enel insieme aConio, che prova a tradurre questi principi in un modello operativo basato sulla tokenizzazione di impianti rinnovabili reali.

Ebitts porta in Italia la tokenizzazione dell’energia

Uno dei primi esempi concreti di questo approccio arriva oggi dall’Italia. Si chiama ebitts ed è il progetto sviluppato da Enel insieme a Conio, fintech italiana autorizzata come Crypto Asset Service Provider (CASP), che si occupa della tokenizzazione degli asset energetici, della gestione del wallet digitale e della distribuzione delle cosiddette Token Box, nel rispetto della normativa europea MiCAR.

L’idea alla base del progetto è relativamente semplice, almeno dal punto di vista dell’utente finale. Invece di acquistare e installare un impianto fotovoltaico domestico, il cliente acquista una quota digitale della capacità produttiva di impianti rinnovabili già esistenti, ricevendo i benefici economici dell’energia prodotta direttamente in bolletta.

Gli impianti rimangono fisicamente dove sono e continuano a immettere energia nella rete elettrica nazionale, ma grazie alla blockchain ogni token mantiene un collegamento certificato con una specifica quota della produzione energetica. È questa corrispondenza digitale a consentire di attribuire al cliente i benefici derivanti dall’energia generata. Il modello, quindi, non modifica il funzionamento della rete elettrica. Cambia piuttosto il modo in cui viene attribuito il valore economico dell’energia prodotta.

Il parco fotovoltaico di Piani della Marina (VT)

Non si compra elettricità, ma capacità produttiva

È un aspetto importante, perché aiuta anche a comprendere la differenza rispetto alle criptovalute, con cui il termine “token” viene spesso associato. Nel caso di ebitts, il token non rappresenta una moneta digitale né uno strumento destinato alla speculazione finanziaria. Rappresenta invece una porzione della capacità produttiva di un impianto rinnovabile reale.

Attualmente il sistema utilizza due infrastrutture Enel presenti sul territorio italiano: il parco fotovoltaico di Piani della Marina, in provincia di Viterbo, uno dei più grandi impianti solari della Penisola, e un impianto eolico situato tra Basilicata e Campania. Chi acquista una Token Box può scegliere una combinazione di capacità produttiva fotovoltaica ed eolica in funzione dei propri consumi e della durata del contratto, che può arrivare fino a vent’anni.

L’energia prodotta continua naturalmente a confluire nella rete nazionale, dove si mescola con quella proveniente da tutte le altre centrali. Nessuno riceve fisicamente a casa “l’elettricità del proprio impianto“. È la blockchain a certificare quanta energia è stata prodotta in ogni intervallo temporale dall’infrastruttura associata ai token e a consentire che tale produzione venga valorizzata economicamente sulla bolletta del cliente.

È un meccanismo che introduce un concetto nuovo: la virtualizzazione dell’autoconsumo. In altre parole, ciò che viene “spostato” non è l’energia, ma il diritto economico a beneficiarne.

Una risposta ai limiti della città

È proprio questo elemento che rende il modello interessante dal punto di vista della politica energetica. Negli ultimi anni gran parte delle strategie di decarbonizzazione si sono concentrate sull’autoproduzione e sulle Comunità Energetiche Rinnovabili, strumenti fondamentali per rendere il sistema elettrico più distribuito e resiliente. Tuttavia entrambe le soluzioni richiedono condizioni che non sempre sono presenti.

Occorre disporre di superfici idonee, di un edificio compatibile, della disponibilità del condominio oppure della possibilità di organizzare una comunità energetica locale. Per milioni di persone che vivono nelle grandi città queste condizioni rappresentano ancora oggi un ostacolo. La tokenizzazione dell’energia prova a superare proprio questo limite.

Non sostituisce il fotovoltaico domestico né le CER, ma si propone come soluzione complementare per una categoria di utenti che rischia di rimanere esclusa dalla partecipazione diretta alla transizione energetica. In questa prospettiva il concetto di prosumer virtuale assume un significato più ampio. Non descrive semplicemente un nuovo servizio commerciale, ma un possibile ampliamento della platea di cittadini che possono contribuire allo sviluppo delle energie rinnovabili senza intervenire fisicamente sulla propria abitazione.

La sfida sarà conquistare la fiducia del mercato

Come ogni innovazione, anche la tokenizzazione dell’energia dovrà però superare alcune prove decisive. La prima riguarda la comprensibilità del modello. Per molti consumatori blockchain e token rimangono termini associati al mondo delle criptovalute, spesso percepito come complesso o rischioso. La sfida sarà dimostrare che, in questo caso, la blockchain non è un fine ma uno strumento, un’infrastruttura invisibile che garantisce trasparenza e tracciabilità senza richiedere competenze tecniche da parte dell’utente.

La seconda riguarda la convenienza economica. Il valore del modello dipenderà dalla capacità di offrire un beneficio concreto e stabile nel tempo, soprattutto in un mercato elettrico caratterizzato da prezzi variabili e da una crescente volatilità. La promessa di ridurre l’impatto della bolletta, in particolare durante i periodi di maggiore domanda, dovrà trovare conferma nell’esperienza reale degli utenti.

Infine c’è una questione più ampia, che riguarda il futuro stesso della tokenizzazione. Se il modello dimostrerà di funzionare, nulla vieta che in futuro lo stesso principio possa essere applicato ad altre infrastrutture energetiche: impianti idroelettrici, sistemi di accumulo, batterie, reti di ricarica per la mobilità elettrica o persino microgrid locali. La blockchain diventerebbe così un’infrastruttura digitale capace di rappresentare e gestire una nuova generazione di asset energetici distribuiti.

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Flavio Fabbri

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