#Finsubito news – Inflazione ed energia, nessuna svolta (per ora) dal Consiglio Europeo


Di concreto, da Bruxelles, Giorgia Meloni rischia di portare a casa ben poco. Sull’invocata flessibilità extra sui conti pubblici, per aumentare il plafond delle misure in Manovra a sostegno di famiglie e imprese contro il caro-vita, il Consiglio Europeo nei fatti ha preso atto dell’istanza rinviando però alla trattativa diretta tra Stati membri e Commissione. Per quanto riguarda il sistema Ets ed Ets2, il negoziato per correggere le conclusioni – con la premier impegnata in prima persona nella redazione del testo – dura l’intera giornata e continua sino a sera inoltrata, segnando tuttavia una spaccatura tra i Paesi che continuano a difendere la “tassa sui fossili” e quelli, come Italia, Grecia e Visegrad che chiedono l’allentamento delle misure ora in vigore nonché il rinvio al 2030 o «eccezioni nazionali» circa l’estensione a trasporto su strada e riscaldamento. Il combinato disposto, spiegano fonti italiane vicine al dossier riprendendo anche i continui appelli del capo di Confindustria Emanuele Orsini, potrebbe rappresentare un «massacro» per l’industria.

Il braccio di ferro sulle regole “green” come detto vede Italia, Grecia ed Est Europa determinate ad alleggerirne l’impatto in bolletta e nelle stazioni di servizio anche a costo di un rinvio della transizione. Mentre il pressing su Bruxelles per avere sul tavolo misure immediate di sostegno ai consumatori appare più unanime. Al summit dei leader Ue iniziato ieri a Bruxelles (e che si concluderà oggi, con la partecipazione del presidente ucraino Volodymyr Zelensky), la trattativa per trovare una posizione comune di fronte al caro-energia si è incagliata a metà pomeriggio sull’Ets2, una vecchia conoscenza del muro contro muro Ue tra chi è più avanti nel sentiero della decarbonizzazione e chi, invece, si trova più indietro. Il principio, come vuole il nome in codice, è lo stesso dell’Ets, il più che ventennale mercato delle quote di emissione per cui l’Italia chiede da tempo un ripensamento Ue: chi inquina paga. Nell’Ets, i crediti per rilasciare CO2 nell’atmosfera sono pagati da centrali elettriche e industria pesante (oltre ad aviazione e navigazione), mentre l’Ets2 impone ai fornitori di combustibili di acquistare dei crediti pure per il riscaldamento domestico e il trasporto stradale. Per la premier, che a Roma troverà la protesta degli autotrasportatori, tornare a casa senza aver apportato modifiche sarebbe un punto debole. Anche perché l’estensione del principio della “tassa sui fossili” a caldaie a gas e pompe di benzina porterebbe al rischio concreto di scaricare i costi sui consumatori. Non proprio il messaggio che vari governi vogliono recapitare ai cittadini (che l’anno prossimo, in molti Paesi, saranno anche elettori). L’Ets2 è stato già rinviato una volta, e infatti scatterà solo nel 2028 anziché nel 2027 come inizialmente previsto. Ma nel corso del summit Italia, Grecia, Polonia, Slovacchia, Repubblica Ceca e Ungheria si sono unite per chiedere uno stop fino al 2030. «Non possiamo accettare un altro rinvio», ha però messo in guardia la Germania, mentre Finlandia, Svezia e Danimarca hanno affidato a un documento congiunto la convinzione per cui l’Ets «è un vettore chiave della transizione energetica». Alla fine, un possibile punto di caduta sarebbe affidare alla Commissione europea un’analisi concreta dell’impatto di Ets2. Prendendo atto del fatto che esso varierà molto da un Paese all’altro. Insomma, la strada delle «eccezioni nazionali».

Per alzare uno scudo davanti ai costi in aumento dell’energia, i leader vogliono con voce più corale l’adozione di «misure di breve termine» di sostegno, che devono essere «temporanee e mirate», come vuole il mantra Ue, e non devono tradursi in un aumento del consumo fossile. Ma a Bruxelles nessuno ha la bacchetta magica e alla fine la risposta più immediata riporta alla casella di partenza: gli aiuti di Stato, per cui la tolleranza dovrebbe essere prorogata oltre il 31 dicembre, come ha già segnalato la presidente della Commissione Ursula von der Leyen. Ma, ancora una volta, si tratta di misure nazionali, finanziate dal bilancio di ciascun Paese, la cui adozione risulta tanto più semplice quanto più si hanno margini nei conti pubblici. Insomma, una soluzione che complica le cose per l’Italia. Per questo, parlando dell’«esplosione dell’inflazione», il premier greco Kyriakos Mitsotakis, proprio aggiungendosi alla voce di Giorgia Meloni, ha insistito sulla necessità di «ulteriore flessibilità per consentirci di sostenere famiglie e imprese che ne hanno più bisogno». E di un intervento europeo e non semplicemente nazionale. Mitsotakis condivide con Meloni la battaglia per strappare ulteriore elasticità a Bruxelles all’interno della clausola di flessibilità per l’energia, in particolare su due questioni all’apparenza tecniche: un esame del rispetto dei vincoli di spesa pubblica tenendo conto dell’impatto dell’inflazione (e farlo, possibilmente, “ex ante”, così da mandare un segnale di fiducia ai mercati) e il tentativo di usare anche solo parte dell’extragettito Iva per finanziare investimenti strategici nell’ambito delle tecnologie pulite. Al summit non sono arrivate risposte concrete e dirette, ma i contatti tecnici a tre fra Roma, Atene e Bruxelles continuano nel tentativo di trovare una soluzione, assicurano più fonti. «Pur fornendo un sostegno mirato e temporaneo a breve termine, dobbiamo attenerci alla nostra strategia a lungo termine per raggiungere l’indipendenza», ha avvertito a distanza il commissario all’Energia Dan Jørgensen. Tra le altre soluzioni che VdL cita per il breve termine ci sono il rilancio della produzione da parte delle raffinerie Ue e l’avvio di acquisti congiunti di energia. Altra ipotesi, la possibilità di avere riserve strategiche Ue di gas. Ma per i più scettici sono opzioni che richiedono troppo tempo. Sullo sfondo, intanto, prende forma un compromesso sull’industria dell’auto tra Francia e Germania: Parigi avrebbe accettato di ammorbidire i target di riduzione della CO2 entro il 2035, mentre Berlino sarebbe pronta a irrigidire la sua linea sulla “preferenza europea”, che consentirebbe di privilegiare il “made in Eu” negli appalti. Oggi, invece, sul tavolo Ucraina e migrazione, con Sanchez che potrebbe finire sotto accusa per le sue regolarizzazioni. Meloni è pronta a sfidarlo.


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