TARANTO – La decisione della Cassazione segna un passaggio fondamentale per il futuro dell’ex Ilva, ma lo spegnimento dell’area a caldo non può trasformarsi nell’inizio di una nuova emergenza sociale ed economica per Taranto. È il messaggio lanciato da Legambiente, che sollecita il Governo a intervenire immediatamente con un programma straordinario di bonifiche, riconversione industriale e salvaguardia dei posti di lavoro.
All’indomani del pronunciamento della Suprema Corte, che ha respinto i ricorsi di Acciaierie d’Italia e Ilva in amministrazione straordinaria contro il provvedimento di sospensione dell’area a caldo dello stabilimento siderurgico, Legambiente Nazionale, Legambiente Puglia e Legambiente Taranto chiedono che si apra finalmente una fase nuova per la città, fondata sulla tutela della salute, sul risanamento ambientale e su un modello economico capace di superare la dipendenza dalla produzione siderurgica tradizionale.
Per l’associazione ambientalista, la pronuncia della Cassazione conferma un principio irrinunciabile: la salvaguardia della salute dei cittadini e dei lavoratori non può essere sacrificata alle necessità della produzione industriale. Tuttavia, la sospensione degli impianti non rappresenta, da sola, una risposta sufficiente alla complessità della crisi tarantina.
La vera questione, sottolinea Legambiente, riguarda le decisioni che il Governo dovrà assumere per evitare che la fine di un modello produttivo ritenuto incompatibile con la tutela ambientale si traduca nella perdita di migliaia di posti di lavoro.
«Non possiamo continuare a discutere del futuro dell’ex Ilva esclusivamente nelle aule dei tribunali o attraverso provvedimenti emergenziali. La magistratura interviene per garantire diritti che la politica e le istituzioni avrebbero dovuto tutelare da tempo. Ora spetta al Governo assumersi fino in fondo la responsabilità di costruire una prospettiva credibile per Taranto», dichiarano i presidenti delle 3 articolazioni dell’associazione.
Al centro dell’allarme ci sono soprattutto le conseguenze occupazionali e sociali della crisi del siderurgico. Secondo Legambiente, circa 15.000 famiglie dipendono direttamente o indirettamente dalle attività dello stabilimento e delle aziende dell’indotto. Una platea che rischia di ritrovarsi senza certezze proprio mentre si apre una fase decisiva per il futuro produttivo del territorio.
«Famiglie alle quali non si può chiedere di scegliere tra il diritto alla salute e il diritto a un reddito dignitoso. Sarebbe inaccettabile che, dopo aver pagato per decenni il prezzo dell’inquinamento, Taranto fosse chiamata a pagare anche quello della disoccupazione e dell’impoverimento sociale», avvertono i rappresentanti di Legambiente.
Da qui la richiesta di un piano straordinario nazionale per Taranto, sostenuto da risorse pubbliche e private, capace di garantire contemporaneamente la protezione dei lavoratori, il recupero ambientale e la nascita di nuove attività economiche.
L’associazione indica come obiettivo prioritario il superamento della cosiddetta monocultura dell’acciaio. La riconversione siderurgica, attraverso l’impiego di tecnologie meno inquinanti, forni elettrici progressivamente alimentati da fonti rinnovabili e processi industriali innovativi, viene considerata una componente importante della trasformazione, ma non l’unica strada percorribile.
Taranto, secondo Legambiente, deve costruire un’economia più diversificata, puntando sulle energie rinnovabili, sull’eolico offshore, sulla cantieristica, sull’economia circolare, sulla logistica portuale sostenibile, sul turismo e sulle nuove produzioni legate alla transizione ecologica.
Settori che, nelle intenzioni dell’associazione, potrebbero contribuire a creare alternative occupazionali e ad aprire prospettive di sviluppo meno dipendenti dall’industria pesante.
Non si tratta, evidenzia Legambiente, di ipotesi formulate soltanto in occasione della sentenza. L’associazione richiama infatti il proprio studio Taranto dopo il carbone – Proposte per un futuro pulito, nel quale sono state delineate possibili alternative al tradizionale ciclo siderurgico. Il passaggio richiesto adesso è quello dalle proposte alla loro concreta attuazione, attraverso finanziamenti, progetti e nuove opportunità lavorative.
Un altro capitolo considerato decisivo riguarda le bonifiche delle aree industriali, dei quartieri cittadini e del Mar Piccolo, interventi che per Legambiente continuano a scontare ritardi, incertezze e finanziamenti insufficienti.
L’associazione chiede che il risanamento ambientale venga riconosciuto come una vera priorità nazionale, accompagnata da programmi operativi, risorse garantite, controlli pubblici e scadenze verificabili.
Particolare attenzione viene riservata ai fondi provenienti dal patrimonio della famiglia Riva, destinati alle bonifiche. Secondo Legambiente, queste risorse devono restare vincolate agli interventi di risanamento e non possono essere ulteriormente utilizzate per sostenere la gestione ordinaria degli impianti.
La riqualificazione delle aree compromesse dall’attività industriale potrebbe inoltre diventare, nella visione degli ambientalisti, un’importante occasione per creare occupazione qualificata, anche attraverso il recupero e la valorizzazione delle competenze professionali già presenti nel territorio.
«Sarebbe un errore gravissimo pensare che la vicenda dell’ex Ilva possa concludersi con il mero spegnimento degli impianti. Taranto non ha bisogno soltanto di interrompere ciò che ha prodotto inquinamento e malattie, ma di costruire ciò che produrrà lavoro, innovazione e benessere nei prossimi decenni», sottolineano i rappresentanti dell’associazione.
Per affrontare questa trasformazione, Legambiente ritiene indispensabile l’apertura immediata di un confronto tra Governo, Comune, Provincia, Regione Puglia, sindacati e rappresentanze del mondo economico e sociale.
Sul tavolo dovranno arrivare impegni precisi per la salvaguardia dei livelli occupazionali, compresi quelli dell’indotto, la continuità del reddito, la formazione professionale, la riqualificazione dei lavoratori e gli investimenti necessari ad accompagnare il cambiamento del sistema produttivo.
Non basteranno, secondo gli ambientalisti, ulteriori misure di sostegno temporaneo al reddito. Servirà una strategia complessiva, sostenuta anche dalle risorse europee previste per la transizione giusta, con una gestione pubblica capace di coordinare tutti gli interventi.
Legambiente respinge quindi l’idea che il futuro dei lavoratori possa essere affidato esclusivamente agli ammortizzatori sociali e chiede al Governo di superare la stagione degli annunci, mettendo a disposizione finanziamenti effettivi e definendo tempi certi per la realizzazione dei progetti.
La sentenza della Cassazione, nella lettura dell’associazione, non deve diventare una giustificazione per rinunciare a qualsiasi prospettiva industriale, ma rappresentare l’occasione per ripensare profondamente lo sviluppo della città.
«La sentenza della Cassazione non può diventare l’alibi per dichiarare impossibile il futuro industriale di Taranto. Deve, al contrario, rappresentare il momento in cui il Paese sceglie finalmente di investire in un nuovo modello di sviluppo. Il diritto alla salute non è negoziabile, così come non può essere cancellato il diritto al lavoro di migliaia di persone. Sono due responsabilità che lo Stato deve assumersi insieme».
Il messaggio rivolto all’esecutivo è dunque preciso: Taranto non può essere lasciata sola ad affrontare le conseguenze di una crisi che coinvolge l’intero sistema industriale nazionale.
Dopo decenni segnati dalle conseguenze ambientali, sanitarie ed economiche della presenza siderurgica, Legambiente chiede che la città possa finalmente contare su una prospettiva credibile di rinascita.
La chiusura dell’area a caldo, per l’associazione, deve rappresentare l’inizio di una nuova stagione industriale e sociale, non l’ultimo capitolo di una lunga crisi. Una responsabilità che, alla luce della decisione della Cassazione, Legambiente attribuisce direttamente al Governo, chiamato ora a tradurre gli impegni in scelte concrete.
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