Forse quello che le banche vogliono davvero è continuare a gestire il denaro secondo i loro standard e averne il controllo assoluto.
Laura Turini
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È difficile ignorare la profondità della crisi istituzionale americana, probabilmente giunta a un punto critico, forse – lo vedremo presto – a un punto di non ritorno. Ma non è una buona ragione per considerare, fin d’ora, lo scontato rifiuto di Donald Trump e della sua amministrazione di accettare i risultati delle urne dopo il 3 novembre come una semplice tappa di quella crisi.
Il 7 ottobre la Monetary Authority of Singapore (MAS) ha pubblicato le linee guida sulla gestione del rischio da intelligenza artificiale negli istituti finanziari e sei giorni dopo Jamie Dimon ha annunciato che JPMorgan Chase non consentirà agli agenti di intelligenza artificiale di accedere ai conti dei clienti e di operare per loro conto.
Mentre Singapore apre il campo all’AI con strumenti di mitigazione del rischio, le banche americane non sono quindi intenzionate ad assumerselo.
Le Guidelines on Artificial Intelligence Risk Management della MAS si basano principalmente sull’adozione di un sistema di governance destinato a consentire il controllo, da parte dell’essere umano, di tutti questi sistemi di intelligenza artificiale che producono output come stime, previsioni, contenuti, sintesi, raccomandazioni o decisioni, a seguito dell’analisi di dati elaborati dalla macchina.
Il nucleo minimo prevede una chiara responsabilità nella supervisione sull’AI attraverso la nomina di un esponente senior del management deputato al controllo, l’elencazione degli strumenti AI validati e l’adozione di una procedura di approvazione dei nuovi con verifiche periodiche della conformità.
Per gli agenti AI si prevede inoltre che debbano essere indicati in modo preciso gli strumenti e i sistemi a cui l’agente accede, le sue componenti e i limiti imposti.
Preso atto della complessità e della natura probabilistica dell’AI e delle incertezze che può generare, non si rinuncia alla sua adozione ponendo l’accento sulla supervisione umana, in the loop o over the loop, proporzionata al grado di pericolosità.
A differenza del Regolamento UE 2024/1689 (AI Act) che classifica i sistemi per categoria di rischio fissata dal legislatore, l’approccio MAS lascia all’istituto finanziario la definizione della metodologia di valutazione, per cui per chi opera in entrambe le giurisdizioni, i due impianti sono compatibili ma non sovrapponibili.
Le banche americane si dicono invece preoccupate per la difficoltà di individuare, sul piano tecnico e giuridico, chi possa essere ritenuto responsabile in caso di errori compiuti in un’operazione finanziaria gestita tramite un agente e non intendono accollarsi alcun rischio o mitigarlo.
L’utilizzo degli agenti in ambito finanziario è già piuttosto diffuso. Il CEO di Schwab, Rick Wurster, ha dichiarato a Bloomberg TV che il loro sistema blocca ogni settimana decine di tentativi di accesso da parte dei principali agenti AI.
Inoltre, secondo quanto riportato da Axios, le grandi banche americane avrebbero trovato agenti AI di terze parti operativi nei conti dei clienti senza autorizzazione della banca e alcuni avrebbero tentato azioni apparentemente scollegate dalle richieste dei clienti.
Dopo le dichiarazioni di JPMorgan, altre banche hanno seguito la stessa direzione.
Citigroup e Bank of America hanno deciso di non consentire agli agenti di intelligenza artificiale sviluppati da terzi di accedere al conto del cliente con le sue credenziali né di effettuare operazioni direttamente sulle piattaforme digitali della banca, pur consentendo loro un accesso limitato, in sola lettura, al conto.
Citigroup è intervenuta con un comunicato ufficiale, mentre Bank of America si sarebbe limitata a una dichiarazione in cui avrebbe lasciato intendere che limiterà l’accesso degli agenti finché non avrà definito chi risponde in ultima istanza dei pagamenti approvati da una macchina ma non voluti dal cliente.
Il fenomeno si sta intanto espandendo anche al di fuori degli Stati Uniti.
Il CEO della Royal Bank of Canada, Dave McKay, ha dichiarato che l’istituto sta valutando di bloccare Muse, l’agente AI di Meta, per i possibili rischi legati alla privacy dei clienti, alla sicurezza dei sistemi bancari, ma anche per il pericolo di data scraping non autorizzato oltre che per il problema della responsabilità in caso di operazioni eseguite dall’agente AI in modo autonomo.
Ufficialmente gli istituti puntano i riflettori sulla sicurezza e sulla responsabilità, ma c’è chi ritiene che il fattore scatenante sia soprattutto il movente economico.
Nella rubrica Lex del Financial Times si legge che agenti come Muse potrebbero ridurre un’importante voce di profitto delle banche legata al denaro inattivo che potrebbe essere spostato automaticamente verso strumenti più redditizi, con un serio danno per gli istituti.
Forse quello che le banche vogliono davvero è continuare a gestire il denaro secondo i loro standard e averne il controllo assoluto.
Parallelamente alla notizia del blocco operato da alcuni istituti, si apprende infatti che le banche si stanno organizzando per fare esattamente quello che impediscono di fare agli agenti AI di terze parti.
La stessa JP Morgan sta testando Smart Cash, un agente AI che analizza le movimentazioni del cliente e sposta automaticamente il denaro tra diversi conti e prodotti di intermediazione più redditizi, ma evidentemente con una logica che soddisfa gli interessi della banca e di cui il cliente non potrà mai sapere più di tanto.
Le banche vogliono decidere come l’agente opera per poi, probabilmente, orientare i vantaggi dei clienti in modo che possano coincidere casualmente con i propri.
Ecco che la questione della trasparenza ritorna come un mantra e resta davvero il nodo centrale che dovrà essere sciolto, in questo settore come in tutti gli altri interessati dall’intelligenza artificiale, se non si vuole rinunciare alla propria libertà decisionale.
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