La vendetta – dice un vecchio adagio -, è un piatto che si gusta freddo. Ma, a parte il fatto che non bisognerebbe mai mangiarne, Donald Trump è uno che ha fretta e non sa aspettare: così, nella notte di martedì, ha consumato le sue vendette pre-elettorali, ‘facendo fuori’, nelle primarie repubblicane in diversi Stati, senatori e deputati del suo partito che sono stati critici nei suoi confronti e che sono ora stati estromessi da candidati da lui sostenuti.
Accade nell’Indiana, in Kentucky, in Georgia, in Texas ed era già accaduto altrove. Trump dimostra così di mantenere la sua presa sul partito repubblicano, anche se resta da vedere se i suoi candidati sapranno vincere le elezioni il 5 novembre.
Ma – per continuare lo sfoggio di vecchi adagi – il veleno sta nella coda. E Trump paga un prezzo: la defezione di Bill Cassidy, senatore repubblicano della Louisiana bocciato giorni fa nelle primarie del suo Stato, fa sì che in Senato avanzi una risoluzione per bloccare ulteriori bombardamenti sull’Iran, anche se non siamo ancora al punto d’imporre al presidente la fine delle ostilità.
Nelle scorse settimane, dopo l’aggressione israelo-americana all’Iran, sette risoluzioni simili erano state tutte bloccate nella fase procedurale: in un Senato con 53 repubblicani e 47 democratici, l’appoggio di tre repubblicani – le senatrici Susan Collins del Maine e Lisa Murkowski dell’Alaska e il senatore Rand Paul del Kentucky – non era bastato a ribaltare la maggioranza. Martedì, il sì in più di Cassidy è stato decisivo.
Dopo il voto procedurale, ci vorrà ora un voto sostanziale per mettere il presidente in mora di fronte alla scelta se sospendere le ostilità o chiedere l’autorizzazione del Congresso per continuarle. Secondo la Casa Bianca, la tregua in atto fa sì che il conflitto non abbia ancora raggiunto la soglia dei 60 giorni oltre la quale scatta l’obbligo di ottenere l’avallo del Congresso.
Trump alla ricerca di riscatto dalla Cina all’Iran all’Ucraina passando per Cuba
Perché la fretta di Trump nel consumare le sue vendette? Il magnate presidente cerca un riscatto, nelle more della guerra e dopo il buco nell’acqua – profonda – del Pacifico: è tornato a Washington da Pechino senza sapere che cosa fare con l’Iran, con un timore in più per Taiwan e con la sporta quasi vuota. Parole tante, fatti pochi: Xi Jinping gli ha profuso tesori di retorica, merce di cui lui è un piazzista, ma di cui i cinesi hanno la ricetta da secoli.
Il conflitto con l’Iran è in stallo, sui fronti militare e diplomatico; la guerra in Ucraina si riaccende, con attacchi con droni massicci, reciproci e letali. Alla ricerca di alternative, che lo portino lontano dalle sue scelte sbagliate e lo riportino in alto nei sondaggi, il magnate presidente s’è già proiettato sul prossimo diversivo della sua estemporanea politica estera, Cuba, dove pare che il regime stia annaspando.
E intanto, neppure quattro giorni dopo la sua partenza, il presidente russo Vladimir Putin è sbarcato a Pechino per rafforzare – afferma il Cremlino- “il partenariato globale e la cooperazione strategica” fra Cina e Russia. Un legame che sarà anche “profondamente squilibrato”, come scrive Le Monde, ma che pare ancorato a interessi più concreti che quello conflittuale tra Usa e Cina e quello basato sulla fascinazione di Trump per gli autocrati tra Usa e Russia.
La guerra all’Iran, da cui Trump non sa come uscire – prova ne sia l’oscillare continuo tra attacco e negoziato -, e la perdurante chiusura dello Stretto di Hormuz rafforzano le prospettive del progetto di gasdotto tra Russia e Cina, che consentirà a Pechino di ovviare a carenze di approvvigionamenti e di risentire di meno del ‘caro energia’. Il Financial Times dice che Xi con Trump è stato più critico del solito sull’invasione dell’Ucraina da parte della Russia: “Putin potrebbe doversene pentire”. Ma la frase controversa – le fonti cinesi la smentiscono -, non è tale da incidere sui rapporti sino-russi.
La Cnn riprende lo scoop del Financial Times e chiosa: “Xi s’è accorto che Putin sta perdendo e pure Trump dovrebbe rendersene conto”: “Le crescenti perdite russe e le ristrettezze economiche offrono una nuova opportunità alla diplomazia statunitense di porre fine al conflitto”, sempre che Trump voglia coglierla. Vedremo se ciò avverrà: da tempo è stata annunciata una missione a Mosca dei negoziatori Usa Steve Witkoff e Jared Kushner, che non c’è ancora stata.
Sull’Iran, il New York Times rivela che un obiettivo dei bombardamenti israeliani del primo giorno il 28 febbraio – quelli che uccisero la guida suprema iraniana Ali Khameney e ferirono il figlio e successore Mojtaba – era liberare dagli arresti domiciliari l’ex presidente Mahmoud Ahmadinejad, un ultra-conservatore. C’era il progetto di installarlo al potere nell’ambito di un cambio di regime. Ma non è chiaro perché il premier israeliano Benjamin Netanyauhu e il presidente Trump volessero alla guida dell’Iran un oltranzista anti-israeliano.
Trump a Pechino: un buco nell’acqua riempito da un mare di retorica
Il vertice Cina-Usa, “il più importante di tutti i tempi” – parole di Trump –, è stato rapidamente archiviato dai media statunitensi, non avendo avuto risultati concreti. Oltre alle dichiarazioni, come al solito roboanti, del magnate presidente, che parla di “accordi fantastici”, c’è solo un calendario d’ulteriori incontri: la visita a settembre di Xi negli Usa e i vertici multilaterali di Apec a novembre e G20 a Miami in Florida, a dicembre, entrambi oltre il ‘giro di boa’ delle elezioni di midterm.
La “risposta fredda” di Xi a Trump – la definizione è di Fox News –, che sull’Iran gli chiedeva pressioni di Pechino su Teheran per un’intesa, lascia aperta l’ipotesi duna re-escalation della guerra. Trump, visibilmente, non sa che pesci pigliare: parla col premier israeliano Benjamin Netanyahu; riunisce il Consiglio di Sicurezza nazionale e i vertici militari e discute di piani d’attacco; minaccia di non lasciare pietra su pietra dell’Iran in assenza di un accordo; e, in extremis, blocca tutto, apparentemente perché glielo chiedono Arabia saudita, Emirati arabi uniti e Qatar, e ridà una chance ai negoziati. Per quanti giorni, o per quante ore, è difficile dirlo.
Il vertice di Pechino tra Xi e Trump sembra, specie agli occhi dei cinesi, una tappa di una maratona di negoziati più che l’apice di una trattativa. E lo spirito della maratona s’adatta a Xi, alla ricerca “d’una stabilità strategica” nei rapporti tra Cina e Usa, più che a Trump, che vuole sempre chiudere in fretta (senza per altro riuscirci, come provano gli impantanamenti in Ucraina e Medio Oriente, oltre che in Iran).
Il New York Times ha toni molto critici sull’esito della visita di Trump in Cina, che – scrive – “lascia i problemi irrisolti”: i due leader si sono scambiati complimenti in pubblico, ma il clima è stato ben diverso e più ‘sfidante’ negli incontri a porte chiuse, anche se gli americani si dichiarano fiduciosi che Pechino ora mantenga le sue promesse di riequilibrio della bilancia commerciale e ‘fair trade’ (promesse scontate e già sentite molte volte).
In un’analisi, il giornale scrive: “Trump è stato complimentoso, Xi è stato deciso: una differenza che la dice lunga… Trump ha usato toni concilianti con Xi, in netto contrasto con la retorica anti-cinese che gli è consueta quando parla negli Usa”… Il magnate presidente recita a ruoli invertiti: di solito, i suoi interlocutori sono mielosi e lui aggressivo.
La Fox si mostra più positiva: titola “Stabilità pacifica”, che è l’equivalente della stabilità strategica dei media ufficiali cinesi, con un gioco di parole sull’oceano che divide, ma anche unisce, Usa e Cina; e poi cita Trump sui fantomatici “fantastici accordi commerciali” raggiunti, di cui mancano, però, dettagli concreti, nonostante il codazzo di decine di amministratori delegati di grandi aziende, fra cui Tim Cook di Apple, Jensen Huang di Nvidia e Elon Musk.
Trump a Pechino: la trappola di Tucidide e quella di Taiwan
Il passaggio dell’incontro più teso e più delicato è stato quello su Taiwan. Se Trump dice “banalità” – cito la Cnn -, che le relazioni tra Usa e Cina non sono mai state così buone e che diventeranno ancora migliori, Xi lo avverte che le differenze su Taiwan, in un prossimo futuro, potrebbero essere motivo di confronto e persino di scontro.
Nella versione ufficiale del colloquio a porte chiuse, diffusa dall’agenzia di stampa cinese Xin Hua, Xi dice che le relazioni bilaterali “godranno di una stabilità globale”, se i rapporti su Taiwan, l’isola Stato che la Cina considera parte del suo territorio nazionale, saranno gestiti bene. Altrimenti, c’è il rischio di “confronti e persino di scontri, mettendo a repentaglio l’intero rapporto” sino-americano: è una situazione che potrebbe diventare “molto pericolosa”.
Partendo da Washington, Trump aveva detto di volere consultare Xi su una fornitura di armamenti a Taiwan: la risposta cinese è arrivata pronta e secca. Dal canto suo, Xi ha ripetuto che la Cina non dà armi all’Iran (ma l’intelligence statunitense pensa che ciò stia invece avvenendo).
Il presidente cinese sottolinea la necessità “di un nuovo paradigma” delle relazioni tra Cina e Usa, che devono essere “partner e non rivali”. Ma quando Xi cita “la trappola di Tucidide”, per esortare ad evitarla, il magnate presidente va in confusione totale: chi sia Tucidide e quale sia la trappola, glielo spiegheranno sull’AirForceOne nel viaggio di ritorno a Washington.
Il fatto è che l’America – e Trump in particolare – ragionano a breve termine; la Cina e i suoi leader, invece, sono sempre tarati sul lungo termine. Il tempo gioca a loro favore. Come avviene in una stia di polli, Trump, beccato in testa dalla Cina, incapace di beccare l’Iran, se la prende con gli europei: vertice durante, il ministro della Guerra Pete Hegseth sorprende pure il Pentagono con la decisione di annullare lo schieramento di 4.000 soldati in Polonia, rinforzi previsti su uno dei confini più caldi della Nato.
Ma c’è un segnale di distensione sul fronte commerciale Usa – Ue: il Consiglio dei Ministri dei 27 e il Parlamento europeo hanno concordato l’attuazione dell’intesa sui dazi raggiunta l’estate scorsa. La mossa dovrebbe sventare l’entrata in vigore di dazi supplementari minacciata da Trump a partire dal 4 Luglio. E la notizia positiva ne chiama un’altra: la Commissione europea fa sapere che la crisi dello Stretto di Hormuz non avrà un impatto sui voli estivi: le vacanze degli europei sono garantite, certo più costose, ma salve.
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Giampiero Gramaglia
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