Hamas ha scelto Khalil al-Hayya come nuovo capo del proprio ufficio politico. Succede a Yahya Sinwar, ucciso nell’ottobre 2024 durante uno scontro con le forze israeliane nella Striscia di Gaza, e conclude almeno formalmente la fase della direzione collegiale istituita dopo l’eliminazione dei principali dirigenti del movimento. La nomina non è soltanto una questione organizzativa. Al-Hayya eredita un movimento decimato nei vertici, indebolito militarmente, espulso in larga parte dalle strutture di governo della Striscia e sottoposto a una pressione regionale senza precedenti. Ma eredita anche una rete politica e militare che, nonostante le perdite, conserva capacità operative, legami internazionali e una presenza radicata nella società palestinese.
Dalla Fratellanza musulmana ai vertici di Hamas
Nato a Gaza nel 1960, al-Hayya appartiene alla generazione che precedette la nascita ufficiale di Hamas. Nei primi anni Ottanta aderì alla Fratellanza musulmana insieme a figure come Ismail Haniyeh e Yahya Sinwar. Entrò poi nel movimento islamista palestinese fin dalla sua fondazione, avvenuta nel 1987 durante la prima rivolta palestinese.
La sua formazione è religiosa e politica. Ha studiato all’Università islamica di Gaza e ha svolto attività nelle organizzazioni studentesche e sindacali. Nel 2006 venne eletto nel Consiglio legislativo palestinese, durante le elezioni vinte da Hamas, e dal 2017 ricoprì l’incarico di vice responsabile dell’ufficio politico del movimento nella Striscia.
A differenza di Sinwar, identificato soprattutto con l’apparato militare e di sicurezza, al-Hayya ha costruito la propria influenza attraverso l’organizzazione politica, i rapporti internazionali e le trattative indirette con Israele. Non è tuttavia un moderato nel significato occidentale del termine. Ha sempre difeso la lotta armata, rivendicato l’attacco del 7 ottobre 2023 come un punto di svolta per la causa palestinese e sostenuto che Hamas non possa rinunciare alle armi senza una soluzione politica complessiva.
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Il volto dei negoziati
Negli ultimi anni al-Hayya è diventato il principale negoziatore di Hamas nei colloqui mediati da Qatar ed Egitto. Aveva già partecipato agli accordi che contribuirono a concludere la guerra del 2014 ed è stato al centro delle trattative successive per le tregue, gli scambi di prigionieri e il cessate il fuoco a Gaza.
La sua nomina segnala quindi che Hamas vuole affidarsi a una figura capace di parlare contemporaneamente con l’ala militare, con Teheran e con i mediatori arabi. Al-Hayya conosce il linguaggio della diplomazia regionale, ma la utilizza come prosecuzione della lotta politica. Per lui il negoziato non sostituisce la resistenza armata: serve a consolidarne i risultati, ottenere la liberazione dei detenuti palestinesi e garantire la sopravvivenza dell’organizzazione.
Questa doppia funzione, militante e negoziale, spiega perché abbia prevalso su Khaled Meshaal, esponente storico della direzione estera. La competizione tra i due rappresentava anche un confronto fra due sensibilità: da una parte una linea più legata a Gaza, all’Iran e alle conseguenze della guerra; dall’altra una direzione maggiormente radicata nella diaspora e più prudente nei rapporti con le monarchie arabe.
Il rapporto con l’Iran
Al-Hayya è considerato uno dei dirigenti di Hamas con i rapporti più solidi con la Repubblica islamica iraniana, principale fonte di sostegno finanziario, militare e tecnologico per il movimento. Nel 2022 guidò inoltre una delegazione a Damasco per ricucire i rapporti con il governo siriano, interrotti dopo che Hamas aveva sostenuto la rivolta contro Bashar al-Assad. La riconciliazione con Damasco serviva a ricostruire l’asse regionale sostenuto da Teheran e comprendente Hezbollah, la Siria e altri gruppi armati.
La scelta di al-Hayya può quindi essere letta come una riaffermazione dell’appartenenza di Hamas a questo sistema di alleanze. Ma il nuovo leader dovrà evitare che il movimento appaia come un semplice strumento iraniano. La sua sopravvivenza politica dipende anche dal Qatar, che ospita parte della direzione, dall’Egitto, che controlla l’accesso meridionale a Gaza, e dalla Turchia. Il compito sarà mantenere l’appoggio dell’Iran senza perdere gli interlocutori arabi necessari a qualsiasi accordo.
Una famiglia colpita dalla guerra
La biografia di al-Hayya è segnata da perdite familiari che ne hanno rafforzato il prestigio negli ambienti di Hamas. Nel 2007 un bombardamento israeliano contro la sua abitazione nel quartiere di Shujaiya uccise diversi parenti. Durante la guerra del 2014, un altro attacco provocò la morte del figlio maggiore Osama, della moglie di quest’ultimo e di tre loro figli.
Nel settembre 2025 al-Hayya fu inoltre tra i dirigenti presi di mira in un attacco israeliano a Doha. La delegazione impegnata nei negoziati sopravvisse, ma l’episodio mostrò che nemmeno il territorio qatariota garantiva più una protezione assoluta alla dirigenza di Hamas. Questa storia personale gli consente di presentarsi non come un dirigente lontano dalla popolazione, ma come un uomo direttamente colpito dallo stesso conflitto che ha devastato Gaza.
La ricostruzione impossibile senza una scelta politica
La prima sfida di al-Hayya sarà stabilire quale Hamas dovrà sopravvivere alla guerra. Il movimento può tentare di conservare una struttura militare clandestina, mantenendo il controllo indiretto di una parte della Striscia, oppure accettare una progressiva separazione tra ala politica, amministrazione civile e apparato armato. La rinuncia formale al governo di Gaza potrebbe permettere la nascita di un’amministrazione tecnica sostenuta dai Paesi arabi. Tuttavia, nessuna ricostruzione sarà realmente possibile finché resteranno irrisolti il disarmo, il ritiro israeliano, la liberazione degli ostaggi e il futuro politico della Striscia.
Al-Hayya potrebbe mostrarsi più flessibile sulle forme del potere, ma difficilmente accetterà la dissoluzione dell’organizzazione. La sua strategia potrebbe essere quella di cedere l’amministrazione quotidiana, conservando però la rete politica, sociale e militare.
Una successione che non cambia il conflitto
Israele considererà la nuova nomina come la sostituzione di un bersaglio con un altro. L’eliminazione di Haniyeh e Sinwar non ha determinato la fine di Hamas, ma ha modificato la sua direzione, rendendola più dispersa e prudente.
La scelta di un negoziatore non significa dunque che il movimento abbia scelto la pace. Significa che Hamas cerca una figura capace di garantire la continuità politica dopo la distruzione materiale di Gaza e la perdita di gran parte della vecchia dirigenza. Al-Hayya dovrà tenere insieme l’ala militare, i dirigenti all’estero, l’Iran, i mediatori arabi e una popolazione palestinese che ha pagato un prezzo immenso. È un equilibrio quasi impossibile. Ma proprio questa capacità di muoversi tra guerra e negoziato spiega perché Hamas abbia affidato a lui la propria sopravvivenza.
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Fulvio Scaglione
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