CERTI DOGMI SONO TROPPO REDDITIZI PER ESSERE MESSI IN DISCUSSIONE – PugliaSera


Lo so, l’articolo è lungo. Ma anche la narrazione che intendo contestare viene ripetuta da decenni e occupa ogni anno giornali, libri, documentari e trasmissioni televisive. Pretendere di smontarla in due pagine sarebbe semplicemente ridicolo.

Perciò ho aspettato che andasse in onda perfino l’ultima puntata di Faccetta Nera di Aldo Cazzullo prima di formulare una critica complessiva della narrazione storica proposta nel corso di questa settimana a cavallo del 2 giugno: dalle celebrazioni per l’ottantesimo anniversario della Repubblica Italiana trasmesse da Rai 1 fino alla ricostruzione della conquista e della caduta dell’Impero italiano andata in onda su La7.

Devo ammettere che, nonostante da quando ho memoria a oggi non sia cambiato sostanzialmente nulla, non ho ancora perso la capacità di stupirmi di fronte a tanta faziosità e malafede. Esse emergono tanto nella selezione di alcuni fatti e avvenimenti a discapito di altri quanto nella deliberata volontà di ignorare la più elementare cronologia degli eventi.

Ma, d’altronde, si sa: la storia non è soltanto maestra di vita; è anche uno degli elementi fondanti di una determinata narrazione nazionale che, nel nostro caso specifico, si caratterizza per la riduzione del fascismo a male assoluto, sempre e comunque. Una narrazione che può assumere diverse sfumature: da quella che descrive il regime come una banda di insulsi balordi e incapaci a quella che lo rappresenta come un manipolo di sociopatici cinici e sadici. Ciò che non può mai accadere, neppure per sbaglio, è che durante il fascismo qualche suo organo, centrale o periferico, abbia realizzato e lasciato in eredità qualcosa di positivo.

Capita così che, nonostante nelle università italiane insegnino oltre mille docenti appartenenti ai settori storici e nelle scuole superiori gli insegnanti di storia siano più di ventimila, nessuno — e dico nessuno — a differenza del sottoscritto, si sia sentito in dovere di contestare le dichiarazioni pronunciate da Paola Cortellesi sul palco di Piazza del Quirinale, dichiarazioni evidentemente scritte da altri ben più titolati.

In quell’occasione l’attrice ha affermato che, con il voto del 2 giugno 1946, le donne italiane furono chiamate alle urne per la prima volta e che furono proprio loro a dare vita alla Repubblica Italiana.

Ebbene, si tratta di un’affermazione storicamente falsa, accettabile soltanto nella misura in cui serve a nobilitare il nuovo regime democratico.

È bene ricordare, infatti, che il voto femminile in Italia fu introdotto proprio dal regime fascista con la legge 22 novembre 1925, n. 2125, che riconosceva alle donne il diritto di voto nelle elezioni amministrative.

Una scelta che Benito Mussolini spiegò con queste parole:

«Il capitalismo ha ormai strappato le donne al focolare domestico e le ha introdotte nella vita sociale, nelle fabbriche, negli uffici».

Tuttavia, quel provvedimento rimase sostanzialmente privo di effetti pratici perché, con la legge 4 febbraio 1926, n. 237, furono introdotte le figure del podestà e della consulta municipale. Vennero così soppressi i sindaci, le giunte e i consigli comunali elettivi; il podestà divenne l’organo monocratico posto al vertice dell’amministrazione comunale.

Ciò nonostante, le donne poterono ugualmente esercitare il proprio diritto di voto il 24 marzo 1929 e il 25 marzo 1934, cioè in piena epoca fascista. Non si trattava di elezioni amministrative, bensì di consultazioni politiche nazionali che assumevano la forma del celebre plebiscito sulla lista unica destinata a comporre la Camera dei Deputati del Regno d’Italia.

Una consultazione che, per offrire al lettore un immediato termine di paragone, può ricordare alcuni meccanismi presenti nella Corea del Nord contemporanea, dove il voto esiste formalmente ma non si svolge all’interno di una competizione multipartitica.

Il plebiscito non venne riproposto nel 1939 poiché, nel frattempo, la Camera dei Deputati era stata sostituita dalla Camera dei Fasci e delle Corporazioni. Secondo la dottrina fascista, infatti, il Parlamento liberale rappresentava individui e partiti, mentre il nuovo ordinamento avrebbe dovuto rappresentare direttamente le categorie produttive della Nazione.

Un’impostazione che, volendo ricorrere a un ulteriore paragone contemporaneo, presenta alcune analogie istituzionali con il sistema cinese, nel quale la rappresentanza politica non deriva dalla competizione tra partiti alternativi secondo il modello occidentale.

Per ragioni analoghe, il fascismo degli anni Trenta, almeno sotto il profilo della selezione e del controllo della rappresentanza politica, presenta alcuni elementi che possono richiamare l’attuale Repubblica Islamica dell’Iran.

Un altro argomento spesso evocato da una certa corrente del femminismo contemporaneo è l’idea secondo cui il fascismo avrebbe voluto confinare la donna esclusivamente tra le mura domestiche, tenendola lontana dalla vita pubblica e dal progresso sociale.

Si dimentica però che fu proprio il fascismo, nella sua fase finale repubblicana, a istituire il Servizio Ausiliario Femminile (SAF), consentendo alle donne di partecipare ufficialmente, seppur in ruoli ausiliari, allo sforzo bellico della Repubblica Sociale Italiana.

Per quella scelta molte di loro pagarono un prezzo elevatissimo: epurazioni, violenze, umiliazioni e, in alcuni casi, persino la morte.

È altresì significativo osservare che le donne tornarono a indossare ufficialmente la divisa nelle Forze Armate italiane soltanto nel 2000, in seguito alla legge che aprì il servizio militare volontario femminile. Ciò avvenne settantacinque anni dopo il riconoscimento del voto amministrativo alle donne e oltre mezzo secolo dopo la nascita della Repubblica.

Sarebbe dunque stato più corretto affermare che il 2 giugno 1946 non fu la Repubblica a concedere il voto alle donne, per il semplice motivo che la Repubblica, in quel momento, ancora non esisteva.

Le italiane furono chiamate alle urne da uno Stato che era ancora formalmente il Regno d’Italia e da un Capo dello Stato che era Re Umberto II di Savoia, salito al trono poche settimane prima in seguito all’abdicazione di Vittorio Emanuele III.

Il 2 giugno 1946 la Repubblica non esisteva ancora: era l’oggetto del referendum, non il soggetto che lo rendeva possibile.

Quel Re si chiamava Umberto II e sarebbe passato alla storia come il «Re di Maggio». Attribuire alla Repubblica il merito di aver concesso il voto alle donne significa ignorare la più elementare cronologia degli eventi e trasformare una conseguenza in una causa.

In realtà, Umberto II si era probabilmente condannato da solo all’esilio nel momento in cui, durante la campagna referendaria, dichiarò che non avrebbe mai sottoscritto un trattato di pace che prevedesse la cessione dell’Istria.

Con quella presa di posizione il sovrano si attirò la gratitudine degli italiani dell’Adriatico orientale, ma perse anche quel poco di sostegno internazionale che ancora rimaneva alla Monarchia. Venne meno, in particolare, la benevolenza britannica, che fino ad allora aveva rappresentato uno dei pochi appoggi esterni sui quali la Corona potesse ancora contare.

Quando esplose il conflitto istituzionale del giugno 1946, Umberto II si ritrovò quindi sostanzialmente solo.

E non fu l’unico problema.

Lo stesso esito referendario fu accompagnato da polemiche e contestazioni tutt’altro che marginali. Restano infatti oggetto di discussione le discrepanze tra i dati provvisori diffusi dal Ministero dell’Interno, quelli in possesso della Corte di Cassazione e i risultati successivamente integrati con le sezioni mancanti.

A ciò si aggiunse il duro conflitto istituzionale sviluppatosi tra Governo, Corte di Cassazione e Corona tra il 10 e il 18 giugno 1946, quando l’esito definitivo del referendum non era ancora stato formalmente proclamato dalla Suprema Corte.

Eppure, nonostante le riserve, i dubbi e le contestazioni avanzate da larga parte del fronte monarchico, Umberto II scelse di non trascinare il Paese in uno scontro istituzionale dalle conseguenze imprevedibili.

Abbandonato dagli Alleati, osteggiato dal Governo e privato di qualsiasi garanzia circa la propria sicurezza personale, il Re decise infine di partire per l’esilio.

Fu una scelta che gli costò il trono, la patria e la vita politica, ma che evitò all’Italia il rischio concreto di una nuova guerra civile a meno di un anno dalla conclusione della Seconda guerra mondiale.

Per questo motivo, piaccia o meno ai vincitori della storia, il 2 giugno 1946 non fu soltanto il giorno della nascita della Repubblica. Fu anche l’ultimo atto di responsabilità istituzionale compiuto da un sovrano che, pur ritenendosi danneggiato dagli eventi, preferì sacrificare sé stesso piuttosto che vedere gli italiani tornare a combattersi tra loro.

Ma questo aspetto viene raramente ricordato, perché la narrazione dominante, come già sottolineato, è sempre la stessa: la Repubblica Italiana come nuovo Eden; il regime precedente e tutti coloro che vi furono associati ridotti a una rappresentazione esclusivamente negativa.

Così, quando Cazzullo, nelle puntate del 27 maggio e del 3 giugno, ha affrontato la storia della penetrazione italiana nel Corno d’Africa, sapevo già che avrebbe rivolto dure critiche non soltanto al fascismo, ma anche al colonialismo italiano precedente al Ventennio. Non avrei però immaginato che si potesse arrivare a una ricostruzione tanto discutibile da presentare le sconfitte di Dogali (1887), costata circa 500 caduti all’esercito italiano, e di Adua (1896), che provocò circa 7.000 perdite tra ascari e soldati nazionali e costò la carriera politica a Francesco Crispi, come le più grandi disfatte subite da un esercito occidentale.

Una simile affermazione appare quantomeno discutibile. Nella storia moderna, infatti, eserciti ben più prestigiosi e appartenenti a potenze assai più forti dell’Italia subirono sconfitte di portata uguale o superiore. Basti ricordare alcuni esempi, elencati qui in rigoroso ordine cronologico.

1791-1804 – La Rivoluzione haitiana

Nel tentativo di riprendere il controllo di Saint-Domingue, Napoleone inviò circa 30.000 uomini. L’esercito francese venne decimato dai combattimenti, dalla malaria e dalla febbre gialla. La colonia più ricca del mondo andò definitivamente perduta e nacque Haiti, il primo Stato indipendente delle Americhe governato da una popolazione di origine africana. Dal punto di vista economico e strategico, fu una catastrofe di enormi proporzioni.

Gennaio 1842 – La ritirata da Kabul durante la Prima guerra anglo-afghana

Circa 16.000 persone tra soldati britannici, ausiliari indiani e civili abbandonarono Kabul. L’intera colonna venne praticamente annientata durante la ritirata dalle forze afghane. Per l’opinione pubblica britannica si trattò di uno shock enorme.

1862-1867 – La spedizione francese in Messico

Napoleone III tentò di costruire un impero filofrancese nelle Americhe, insediando Massimiliano d’Asburgo sul trono del Messico. Dopo il ritiro delle truppe francesi il progetto crollò e Massimiliano venne fucilato nel 1867. Fu uno dei maggiori fallimenti diplomatici e militari del Secondo Impero francese, tanto da colpire profondamente l’opinione pubblica europea. Édouard Manet immortalò l’episodio nel celebre dipinto L’esecuzione dell’imperatore Massimiliano.

Giugno 1876 – Little Bighorn

Il 7º Cavalleria del generale George A. Custer venne annientato da una coalizione di Lakota, Cheyenne e Arapaho. Nello scontro morirono circa 250 soldati statunitensi. Sul piano simbolico fu una sconfitta clamorosa per una potenza che aveva già dimostrato la propria capacità di proiettare forza militare oltre l’Atlantico intervenendo contro gli Stati barbareschi del Nord Africa tra il 1801 e il 1815.

Gennaio 1879 – La battaglia di Isandlwana

Gli Zulu annientarono un’intera colonna britannica composta da oltre 1.300 uomini. Per molti storici si trattò della più grave sconfitta militare inflitta a un esercito britannico da una forza africana nel XIX secolo.

Gennaio 1885 – La caduta di Khartoum

Durante la rivolta mahdista, Khartoum cadde nelle mani degli insorti, che uccisero il celebre generale britannico Charles George Gordon. L’episodio provocò un forte trauma nell’opinione pubblica britannica. Le successive guerre mahdiste favorirono indirettamente anche l’espansione italiana nel Corno d’Africa e portarono, alcuni anni più tardi, all’occupazione della strategica città di Kassala.

Gli inglesi, una volta riconquistato il Sudan, reagirono con estrema durezza. Sotto il comando del generale Herbert Kitchener, la tomba del Mahdi venne profanata e le sue spoglie furono distrutte. Secondo le ricostruzioni più diffuse, i resti vennero dispersi dopo l’esumazione, in un episodio che ancora oggi rimane tra i più controversi della riconquista anglo-egiziana del Sudan.

Se simili episodi occorsero a potenze ben più grandi e organizzate dell’Italia, come la Gran Bretagna, la Francia o gli Stati Uniti, non si comprende perché alcune sconfitte coloniali non sarebbero dovute capitare anche al nostro Paese.

Una spiegazione diversa da questa elementare constatazione può essere ricercata soltanto nella volontà ideologica di contestare qualsiasi esperienza coloniale italiana, poiché essa viene costantemente letta e giudicata alla luce di ciò che sarebbe avvenuto successivamente durante il fascismo.

Lo stesso atteggiamento emerge quando si affronta il tema delle violenze commesse dagli italiani ai danni degli eritrei, spesso rappresentate simbolicamente dalla costruzione del penitenziario coloniale sull’isola di Nocra, nell’arcipelago delle Dahlak, al largo delle coste eritree.

Ci si dimentica, però, che gli italiani — o, se si preferisce, i piemontesi, come sarebbe stato più corretto chiamarli nel 1860 — appena nove anni prima dell’acquisto della Baia di Assab, e dunque non in un passato remoto, avevano condotto una durissima repressione nell’ex Regno delle Due Sicilie sotto il comando del generale Enrico Cialdini. I ribelli meridionali, che in seguito sarebbero stati definiti briganti, appartenevano a popolazioni che parlavano idiomi romanzi del gruppo italo-meridionale, professavano la medesima religione e condividevano con i piemontesi gran parte dei tratti culturali e antropologici fondamentali.

Eppure, nel corso di quella repressione, vennero incendiati centinaia di villaggi e il conflitto provocò, secondo le stime più elevate, fino a circa 60.000 vittime complessive nel Mezzogiorno. Se ciò era accaduto appena pochi anni prima all’interno della stessa penisola italiana, risulta difficile sostenere che gli uomini dell’Ottocento avrebbero necessariamente adottato comportamenti più miti nei confronti di popolazioni che all’epoca percepivano come profondamente diverse da loro, non soltanto per usi e costumi, ma anche per ragioni etniche e razziali.

Negare questo contesto storico e giudicare quegli eventi esclusivamente attraverso la sensibilità del XXI secolo significa, nel migliore dei casi, semplificare eccessivamente il passato; nel peggiore, deformarlo.

Allo stesso modo, suggerire che eritrei ed etiopi fossero sostanzialmente la stessa realtà e che l’Eritrea rappresenti soltanto una costruzione artificiale del colonialismo italiano significa, a mio giudizio, incorrere in una grave semplificazione storica.

Se così fosse, sarebbe difficile spiegare perché, durante la guerra d’Etiopia, decine di migliaia di eritrei prestarono servizio negli ascari coloniali italiani. Né si comprenderebbe perché l’Eritrea, dal 1961 al 1991, combatté una lunga e sanguinosa guerra contro Addis Abeba per sottrarsi al controllo etiope e conquistare l’indipendenza.

Eritrei, somali ed etiopi appartenevano infatti a realtà storiche, linguistiche, religiose e culturali differenti. I somali erano in larga maggioranza musulmani; gli etiopi, prevalentemente cristiani ortodossi; mentre in Eritrea convivevano importanti comunità cristiane e musulmane.

Anche sotto il profilo linguistico le differenze erano evidenti. La maggioranza degli eritrei parlava il tigrino; i somali, il somalo; mentre la lingua storicamente associata allo Stato etiope e alla sua classe dirigente era l’amarico.

L’Italia, come tutte le potenze coloniali dell’epoca, cercò di sfruttare queste differenze etniche, linguistiche e culturali per inserirsi nelle fratture già esistenti e consolidare la propria presenza nella regione.

Fu proprio all’interno di questo quadro che maturò il casus belli della guerra d’Etiopia: il celebre incidente di Ual Ual.

I pozzi di Ual Ual si trovavano nell’Ogaden, una regione formalmente appartenente all’Impero etiopico ma abitata quasi esclusivamente da popolazioni somale. Solo una parte minoritaria di queste popolazioni era inoltre soggetta all’influenza o all’amministrazione delle altre potenze presenti nell’area, in particolare della Francia a Gibuti e della Gran Bretagna nel Somaliland.

Fu proprio sfruttando queste tensioni che, nel corso della successiva campagna d’Etiopia, Graziani avanzò dalla Somalia Italiana alla testa di truppe metropolitane, ascari eritrei e Dubat somali. Le sue forze occuparono progressivamente gran parte della regione, conquistando località come Gorrahei e Giggiga (oggi Jijiga) e spingendosi infine verso Dire Dawa.

L’editorialista del Corriere della Sera, invece, ha tratteggiato esclusivamente l’immagine di un generale ottuso e sanguinario. Ha ricordato il ruolo svolto da Graziani durante la cosiddetta riconquista della Libia e la costruzione della celebre barriera di filo spinato, lunga circa 270 chilometri, che correva lungo una parte significativa del confine tra Libia ed Egitto. Lo scopo dell’opera era impedire ai combattenti senussiti guidati da Omar al-Mukhtar di ricevere armi e rifornimenti, di trovare rifugio in territorio egiziano e di mantenere i collegamenti con le tribù situate oltre frontiera.

Ha inoltre ricordato come quella campagna abbia provocato decine di migliaia di vittime libiche tra deportazioni, campi di concentramento, fame, malattie ed esecuzioni. Ha però omesso di sottolineare che tale politica fu attuata con il consenso della Gran Bretagna, la potenza che controllava il vicino Egitto e che aveva tutto l’interesse a impedire che la rivolta senussita si estendesse oltre il confine.

Allo stesso modo, mentre veniva esaltata la figura del Negus Hailé Selassié, non si è fatto alcun cenno all’ostilità storica esistente tra somali ed etiopi. Se gli eritrei nutrivano profonde diffidenze nei confronti di Addis Abeba, lo stesso valeva per buona parte del mondo somalo.

Non è un caso che la questione dell’Ogaden abbia continuato a generare conflitti ben oltre la fine del colonialismo italiano. Dalla conclusione dell’Amministrazione Fiduciaria Italiana della Somalia nel 1960 fino ai primi anni Ottanta, la Somalia tornò più volte a confrontarsi militarmente con l’Etiopia per il controllo della regione.

Ancora più significativo è quanto avvenne tra il 2006 e il 2009, quando l’intervento militare etiope in Somalia provocò una reazione popolare talmente intensa da favorire la nascita di un’insurrezione che finì per costringere Addis Abeba al ritiro delle proprie truppe nel gennaio 2009.

Se il colonialismo italiano fosse stato percepito esclusivamente come un sistema di oppressione e sfruttamento, sarebbe difficile spiegare perché, dopo la decolonizzazione, Somalia ed Eritrea abbiano continuato a mantenere con l’Italia rapporti generalmente più stretti di quelli intrattenuti con molte altre ex potenze coloniali. Sarebbe inoltre difficile ignorare il legame culturale che, in forme diverse, continua ancora oggi a manifestarsi in città come Asmara e Massaua.

Un episodio particolarmente significativo riguarda il vecchio ascaro somalo Scirè che, in occasione della missione Restore Hope del 1992, si presentò spontaneamente all’ambasciata italiana di Mogadiscio davanti ai paracadutisti della Folgore. Indossava una fascia tricolore e portava con sé un moschetto Mod. 91/38 accuratamente conservato. Secondo il racconto tramandato dai militari presenti, avrebbe pronunciato parole di questo tenore:

«Ho saputo che gli italiani sono tornati. Voglio riprendere servizio e combattere con voi, come un tempo».

A oltre mezzo secolo di distanza dagli eventi della Seconda guerra mondiale, Scirè dichiarava così di non aver mai dimenticato il giuramento prestato all’Italia, al Duce e al Re.

Sarebbe altrettanto difficile comprendere perché Somalia ed Eritrea siano rimaste per decenni in conflitto politico e strategico con Addis Abeba.

Come avrebbe detto il “Divo Giulio”, «la cosa è un pochettino più complicata di quello che sembra». La semplificazione non aiuta a comprendere la storia; al contrario, rischia di deformarla e mistificarla.

Talvolta questa tendenza conduce persino a ricostruzioni difficili da verificare. È il caso delle vicende successive all’attentato contro Graziani del febbraio 1937. In seguito all’attacco, nel quale il viceré rischiò la vita, venne avviata una dura repressione che, secondo diverse stime storiografiche, provocò la morte di migliaia di etiopi tra religiosi, notabili e civili.

Accanto a questi fatti documentati compaiono però anche racconti più controversi, secondo i quali donne italiane avrebbero ucciso civili etiopi a bastonate o bambini italiani avrebbero giocato con le teste di bambini etiopi decapitati.

Non nego che l’essere umano sia capace delle peggiori atrocità, soprattutto in tempo di guerra; nutro però forti perplessità sulla plausibilità di simili racconti nel contesto specifico in cui sarebbero maturati e ritengo pertanto opportuno sottoporli a un rigoroso vaglio critico.

A sostegno di questa cautela richiamo un episodio molto più recente. Durante i tumulti del Check Point Pasta, a Mogadiscio, nel 1993, il generale Bruno Loi venne fermato da alcuni anziani che gli mostrarono il corpo di una donna, accusando i militari italiani di averla uccisa.

Le verifiche immediatamente disposte non evidenziarono ferite compatibili con colpi d’arma da fuoco, né emersero elementi tali da rendere credibile quell’accusa. In quella giornata, infatti, non era stato segnalato alcun impiego di armi da parte italiana ad altezza d’uomo.

La tendenza ad attribuire ai militari responsabilità non sempre dimostrate è antica quanto la guerra stessa. Propaganda, disinformazione e accuse prive di riscontri accompagnano i conflitti da secoli. Per questo motivo, anche le testimonianze relative agli eventi del 1937 meritano di essere esaminate criticamente e confrontate con l’insieme delle fonti disponibili, anziché essere assunte come vere soltanto perché funzionali a una determinata rappresentazione del Ventennio.

Quando, ad esempio, Cazzullo ricorda che Mussolini aveva dodici anni al tempo della disfatta di Adua e che quell’evento segnò profondamente la sua generazione, cita giustamente le mutilazioni inflitte agli ascari eritrei catturati dagli etiopi, ai quali vennero amputate la mano destra e il piede sinistro in quanto considerati traditori.

Omette però di ricordare che, secondo numerose testimonianze e fonti dell’epoca, anche molti caduti italiani furono sottoposti a mutilazioni post mortem. Tra queste viene frequentemente menzionata l’evirazione dei soldati caduti, al punto che alcune fonti contemporanee parlarono di migliaia di organi genitali recisi e successivamente offerti come trofei all’imperatrice Taitù, moglie di Menelik II.

E se di Graziani si è detto tutto il male possibile e immaginabile, sorprende che si sia taciuto quasi completamente il fatto che l’Africa Orientale Italiana, sotto il vicereame di Amedeo di Savoia-Aosta, conobbe probabilmente il massimo sforzo infrastrutturale dell’intera esperienza coloniale italiana.

Ancor più sorprendente è che ciò sia avvenuto senza ricordare nemmeno le parole della stessa Igiaba Scego, spesso citata come accusatrice della mercificazione del corpo delle donne africane, la quale, in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, ha raccontato come il maresciallo d’Italia Rodolfo Graziani fosse solito regalare caramelle a suo padre durante il periodo somalo.

Sotto l’amministrazione di Amedeo di Savoia-Aosta proseguirono e si ampliarono la costruzione di strade, ferrovie, ponti e acquedotti. Addis Abeba, in particolare, fu interessata da un nuovo piano regolatore, dall’ampliamento della rete stradale, da importanti interventi edilizi e dalla modernizzazione di numerosi servizi urbani.

A ciò si aggiunse una significativa opera nel campo sanitario, concretizzatasi nella costruzione di ospedali e dispensari e nella promozione di campagne contro la malaria e altre malattie endemiche.

Naturalmente tutto ciò non fu realizzato per spirito filantropico, bensì nell’interesse stesso dell’amministrazione coloniale. Resta tuttavia il fatto che molte di queste opere produssero effetti concreti sulla popolazione locale e che una parte delle infrastrutture realizzate durante quel periodo continuò a essere utilizzata per decenni, in alcuni casi fino ai giorni nostri. Non sottolinearlo è davvero imperdonabile.

Perché, se gli italiani — a differenza degli inglesi che, quando occuparono la Somalia Italiana, pensarono bene di smontare la ferrovia di 113 chilometri che collegava Mogadiscio al Villaggio Duca degli Abruzzi (oggi Jawhar) per trasferirla in India — hanno dato alla colonia più di quanto abbiano depredato, come del resto lo stesso Cazzullo ha osservato, seppur involontariamente, parlando dei cosiddetti «generi coloniali» venduti in Italia in quegli anni, è altrettanto ingiusto calcare la mano sulla politica razziale del regime in Africa.

Una politica che certamente venne codificata nelle leggi, ma che fu scarsamente applicata nella realtà quotidiana, specie nei territori d’oltremare come la Libia, dove il governatore Italo Balbo continuò ad avere collaboratori ebrei anche dopo il cosiddetto «discorso di Trieste», perché il fascismo in Italia, così come il comunismo in Russia, furono spesso poco più che vernici ideologiche stese sopra società che continuavano a comportarsi secondo logiche e consuetudini ben più radicate.

In altri termini, il regime non snaturò gli italiani che, rimanendo grandi amatori, non si facevano certo ordinare da nessuno chi amare o con chi accompagnarsi.

In tale contesto ho trovato veramente stucchevole il tentativo di dipingere i legionari italiani come stupratori e pedofili.

Ricordo infatti che negli anni Trenta, persino in molte parti d’Italia, i matrimoni con minorenni erano socialmente accettati e, soprattutto, che gli italiani non guardavano alle donne africane come a semplici prede, ma le prendevano come compagne quando queste risultavano loro gradite.

Ciò sarebbe comprovato dal fatto che in Grecia le armate italiane erano conosciute dalle donne locali come «Armate Sagapò», dalla storpiatura del greco s’agapò («ti amo»), espressione spesso utilizzata dai giovani italiani per conquistare le donne del luogo. Non a caso, il celebre film Il mandolino del capitano Corelli affronta proprio questo tema.

E il fenomeno non si manifestò soltanto in Africa o in Grecia, ma ovunque fossero presenti le armate italiane: dall’Ucraina alla Jugoslavia, passando per la Francia e persino durante la prigionia in Germania.

Persino il conte Ciano, pur trovandosi ormai vicino alla morte, riuscì a sedurre Frau Beetz. Sempre in ambito cinematografico, anni dopo, una tematica analoga sarebbe stata affrontata anche in Pasqualino Settebellezze.

Dunque, riallacciandomi all’inizio del mio articolo, trovo che questa lettura ideologizzata dei rapporti tra uomini e donne nel contesto coloniale finisca spesso per produrre caricature anziché storia.

Un uomo come Montanelli, che nel proprio ufficio conservò per tutta la vita una fotografia della propria compagna eritrea, Desdà, la quale, pur essendo stata successivamente abbandonata, chiamò il proprio figlio primogenito — avuto, tra l’altro, non con il noto giornalista italiano ma con un suo connazionale — «Indro», vi sembra davvero il simbolo di una relazione fondata esclusivamente sulla mercificazione, sullo sfruttamento e sull’assenza di qualsiasi sentimento?

E vi sembra forse che non sia stata amata Cadigia, la compagna eritrea di Amedeo Guillet?

Allora certe sciocchezze non diciamole e accettiamo piuttosto che determinate affermazioni potessero trovare spazio nell’immediato dopoguerra, quando l’obiettivo principale era delegittimare il fascismo sconfitto. È invece assai più discutibile continuare a utilizzare quelle stesse argomentazioni come pietre miliari o moniti permanenti della nostra democrazia senza sottoporle al necessario vaglio critico che ogni ricostruzione storica dovrebbe sempre richiedere.

Il troppo, come si suol dire, stroppia. E così pure la tendenza a rappresentare l’esercito italiano come incapace di combattere e di vincere se non contro avversari più deboli, relegando gli episodi eroici a semplici eccezioni sullo sfondo devastante del fascismo.

Se è vero che il destino dell’Impero italiano nel Corno d’Africa era segnato fin dall’ingresso dell’Italia nella Seconda guerra mondiale, è altrettanto vero che Amedeo di Savoia-Aosta e i suoi generali furono capaci di autentici miracoli militari. Basti pensare alla conquista dell’intero Somaliland britannico nell’agosto del 1940, che portò all’espulsione temporanea degli inglesi dal Corno d’Africa.

Eppure questo episodio viene raramente ricordato, così come raramente vengono ricordate le contemporanee conquiste di Moyale, in Kenya, e di Kassala, in Sudan.

Certo, come ha osservato Cazzullo, la vera vocazione degli italiani è probabilmente quella della pace, della diplomazia e del dialogo. Ma io avrei impostato la trasmissione in modo diverso: avrei cercato di capire perché, nonostante tutto, in quelle terre lontane e martoriate esista ancora oggi una significativa simpatia per l’Italia e perché il nostro Stato non sia capace di trasformare questo patrimonio di relazioni in concrete opportunità di collaborazione.

E la domanda finale sarebbe stata un’altra: vedremo mai un simile livello di autocritica nella televisione francese, tedesca, americana o giapponese?

Personalmente credo di no.

Attendo da anni una grande manifestazione culturale proveniente da Parigi o da Washington che chieda scusa rispettivamente per le marocchinate, da una parte, e per gli eccidi di Gela e il ruolo svolto nella ricostituzione della mafia siciliana nel dopoguerra, dall’altra.

Temo però che morirò senza assistervi. E probabilmente non lo vedranno nemmeno i miei figli.

LORENZO VALLOREJA


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 Lorenzo Valloreja

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