la fine dei marchi storici


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FIRENZE – C’è stata una stagione in cui la Toscana e il credito erano una cosa sola. Una fitta trama di sportelli che arrivava anche nel territorio più isolato, garantendo linfa a imprese e famiglie.

Oggi quella stagione sembra appartenere alla storia. Mentre i palazzi della finanza ballano sul risiko del consolidamento bancario il territorio reale si scopre sempre più fragile, asciugato da una “desertificazione bancaria” che non accenna a fermarsi.

L’ultimo aggiornamento dell’Osservatorio della Fondazione Fiba di First Cisl, basato su dati di Banca d’Italia, scatta una fotografia impietosa proprio all’inizio del 2026: la Toscana è salita al secondo posto tra le regioni italiane più colpite dalla ritirata degli istituti di credito.

La perdita inesorabile di sportelli e servizi

I dati non lasciano spazio a interpretazioni. Solo nell’ultimo anno la mappa del credito regionale ha perso 52 sportelli. Il risultato? Oltre 56mila toscani risiedono oggi in comuni completamente privi di una filiale bancaria (un balzo di 7mila persone in più rispetto ai dodici mesi precedenti).

L’11% dei municipi toscani non ha più una banca sul proprio territorio, e la tendenza rischia di essere esponenziale: il 21% dei comuni sopravvive con un solo, ultimo sportello “presidio”, pronto a spegnersi alla prossima logica di efficientamento dei costi. Le banche fanno utili record tagliando i costi e spingendo sulla digitalizzazione, ma l’home banking non basta a colmare il vuoto.

Dietro lo schermo di uno smartphone non c’è la consulenza sartoriale per la piccola impresa artigiana del tessile o del mobile, né c’è risposta alla fragilità digitale della popolazione più anziana, costretta a trasferte chilometriche anche solo per un prelievo o un’operazione ordinaria.

E così, mentre il risiko bancario ridisegna i vertici del potere finanziario del Paese, la Toscana si riscopre terra di conquista e, insieme, di abbandono. La sfida per il futuro economico della regione non si giocherà solo sui tavoli dei consigli di amministrazione blindati, ma sulla capacità di mantenere un presidio fisico, umano e sociale nelle piazze dei suoi paesi. Perché senza credito di prossimità, il rischio è che a desertificarsi non siano solo le banche, ma il tessuto produttivo e comunitario dell’intera regione.

La foresta pietrificata 

Per capire la profondità della desertificazione bancaria attuale, è necessario volgere lo sguardo a com’era la mappa del credito in Toscana prima delle grandi ondate di fusione e delle crisi dell’ultimo ventennio. Quella che Giuliano Amato definì la “foresta pietrificata” – un sistema immobile ma solido di banche pubbliche e casse di risparmio fortemente radicate nel territorio – è stata letteralmente rasa al suolo dalle logiche della finanza globale e del consolidamento.

Oggi la Toscana non ha quasi più centri decisionali autonomi. Oltre al ridimensionamento e alla trasformazione del Monte dei Paschi di Siena, la regione ha visto sparire nel giro di pochi anni tutti i suoi storici punti di riferimento creditizi.

La Cassa di Risparmio di Firenze (Carifi)

Fondata nel 1829, è stata per quasi due secoli la “banca dei fiorentini” e il motore economico della città e della regione. La sua progressiva integrazione nel gruppo Intesa Sanpaolo – avviata nel 2007 e culminata con l’incorporazione definitiva nel 2019 – ha segnato la fine dell’autonomia del più grande polo bancario commerciale della regione.

Banca Etruria (Banca Popolare dell’Etruria e del Lazio)

Con sede ad Arezzo, era l’istituto di riferimento per il distretto dell’oro e per l’economia della Toscana orientale. Travolta dalla crisi del 2015 e dal drammatico “decreto salva-banche”, è stata prima traghettata come good bank e poi assorbita da UBI Banca, a sua volta successivamente incorporata da Intesa Sanpaolo. Il marchio è completamente scomparso.

Cassa di Risparmio di San Miniato (Carismi)

Una delle più antiche d’Italia (1830), profondamente legata al distretto del cuoio del Valdarno. Anch’essa entrata in crisi, è stata acquisita da Crédit Agricole Cariparma nel 2017 e poi definitivamente fusa nella capogruppo francese, facendo perdere al territorio un interlocutore chiave per la media impresa locale.

Le Casse storiche del litorale e del nord (Lucca, Pisa, Livorno, Carrara)

Un tempo federate nella holding Casse Toscane, sono state progressivamente inghiottite dal Gruppo Banco Popolare (poi Banco BPM). La Cassa di Risparmio di Lucca, in particolare, rappresentava una cassaforte per l’economia lucchese e per il distretto cartario. Oggi quei palazzi storici sono filiali di colossi nazionali con centri direzionali a Milano o Verona.

Banca Toscana

Fondata nel 1904 e controllata per decenni proprio da MPS, rappresentava la rete commerciale capillare della banca senese in tutta la regione. È stata definitivamente incorporata dalla casa madre nel 2009, cancellando un brand che per i piccoli commercianti e agricoltori toscani era sinonimo di fiducia e vicinanza.

Il fattore “Bcc”: l’ultimo argine rimasto

In questo scenario di progressiva desertificazione, l’unico argine identitario è rimasto quello del Credito Cooperativo (Bcc). Le banche di credito cooperativo toscane, oggi divise principalmente tra i gruppi iccrea e Cassa Centrale, resistono nei piccoli comuni e nelle aree rurali. Tuttavia, anche questo mondo ha dovuto subire pesanti processi di aggregazione interna (le storiche Bcc locali si sono fuse tra loro per fare massa critica, come la neonata Banca Alta Toscana o Banca di Cambiano, quest’ultima diventata S.p.A.).

La perdita dei marchi storici non è stata un’operazione indolore di puro rebranding: ha significato lo spostamento delle direzioni generali e dei centri di delibera dei crediti fuori dai confini regionali. Se un tempo il direttore di una cassa locale conosceva la storia personale dell’artigiano che chiedeva un prestito, oggi le decisioni vengono filtrate da algoritmi e comitati crediti situati a centinaia di chilometri di distanza. Un distacco emotivo e finanziario che spiega, meglio di qualsiasi dato, l’attuale solitudine dei piccoli borghi toscani e la crisi economica che non sta risparmiando nemmeno la Toscana.

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 Cristiano Pellegrini

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