#Finsubito news – Perché la gente non crede più nelle élite e nelle classi dirigenti?


Il principio filosofico che ha guidato gli ultimi cento anni – il controllo dall’alto da parte delle élite – è in crisi come mai prima d’ora. Ne vediamo prove ovunque: sondaggi che mostrano come una schiacciante maggioranza condivida l’idea che il Governo sia, nel complesso, corrotto; lo status del mondo accademico come istituzione è in crisi, la gente non si fida più dei giornali e persino la scienza viene osservata con incredulità.

È l’era della perdita di fiducia, lo dicono tutti, ma cosa significa davvero? Per coglierne il significato, dobbiamo capire in cosa riponevamo fiducia e perché ora non lo facciamo più. Quale paradigma stiamo abbandonando e qual è il nuovo che deve sostituirlo?

Per rispondere onestamente a queste domande, guardiamo oltre gli slogan superficiali di destra e sinistra, progressisti e conservatori, e le divisioni partitiche. La vera questione è molto più radicale: riguarda il paradigma intellettuale che ha dominato lo scorso secolo e risale alla convinzione di base secondo cui il sistema di gerarchia intellettuale, così come è stato costruito fin dai primi anni del XX secolo, funzioni. Questa è stata, per cento anni, l’idea dominante nelle sfere di potere negli Stati Uniti e non solo: le migliori scuole portano ai migliori posti di lavoro, quei posti di lavoro garantiscono ai migliori tra i migliori l’accesso alle cerchie sociali di chi, dopo essere stato sottoposto a una selezione altrettanto rigorosa, è riuscito a farsi strada attraverso il labirinto per venire finalmente accettato dai circoli dell’élite. Esistono associazioni professionali e club privati che selezionano queste persone dalla plebe, e in cambio ottengono un compenso per i loro servigi.
Chi entra nell’élite crede di meritare tale posizione perché sono i più colti, i più esperti, i più saggi e lungimiranti e quindi la cerchia più adatta a proteggere l’ordine e a governare. In sostanza: una sorta di casta di aristocratici seduti al di sopra della plebaglia democratica. Queste persone sono l’infrastruttura intellettuale di ogni singolo ambito, dal governo al mondo accademico, dai mass media ai capitani d’industria.

Questa ideologia non è semplicemente un pregiudizio, è un sistema dogmatico di credenze secondo cui i migliori tra i migliori, gli ottimati, abbiano il diritto di governare su ogni cosa, e solo in base a una propria intima convinzione, che dà loro uno scopo, un significato, la sicurezza e la spavalda convinzione di sapere come stanno le cose e di poter salire sul pulpito. E tenete presente: questo sistema di pensiero è sincero, non è finto. E deriva da una dottrina dogmatica, raramente dichiarata ma in cui queste persone credono fermamente.
Questo sistema chiamatelo come volete: socialismo, fascismo, socialdemocrazia, tecnocrazia, Stato pianificatore eccetera: sono comunque tutte varianti della stessa cosa e tutte hanno identica matrice. Tale idea è che alcune persone – in virtù dell’identità di classe, dei titoli di studio, dell’appartenenza a circoli esclusivi, dell’attaccamento alla scienza come via verso la Verità, o semplicemente del seguire i passi prestabiliti come percorso di vita – meritino il potere, le risorse e la posizione per esercitare il proprio potere sugli altri.

Questa fede nella meritocrazia intellettuale come classe dominante risale all’Era Progressista. Il primo presidente degli Stati Uniti a incarnarla è stato Woodrow Wilson, già professore dell’Università di Princeton, che lo diceva chiaramente in tutti i suoi scritti. Wilson rifiutava persino la Costituzione degli Stati Uniti definendola un’ipocrisia primitiva, e voleva che una casta espressione dell’élite governasse sulla base della “saggezza” tecnocratica e dell’appartenenza alla classe sociale. La presidenza, secondo Wilson, avrebbe dovuto fungere da vertice della gerarchia e tutto il resto avrebbe dovuto derivare da essa. Ogni settore, dalla medicina ai giornali, avrebbe dovuto essere governato secondo questo principio di identità di classe radicato nel merito intellettuale. Le università dovevano fungere da terreno di formazione. Gli enti governativi avrebbero dovuto essere occupati dalla classe degli esperti, non soggetti alla volontà degli elettori ma nominati a vita. Fu proprio questa convinzione nei benefici del potere e della gerarchia a spingerlo a entrare nella Grande Guerra con la certezza di vincere, per poi ridisegnare la mappa dell’Europa dalla sua sala da pranzo insieme alla sua cerchia di consiglieri.

Nel contesto americano, questa fede nella gerarchia intellettuale assume i contorni di una casta regionale. E, naturalmente, sarebbe stato il New England [gli Stati del Maine, Vermont, New Hampshire, Massachusetts, Connecticut e Rhode Island, ndt] – non il Sud, non gli «stati di passaggio», non il Texas e solo occasionalmente il lontano Ovest – a emergere come potenza centrale. Lì si trovava la sede dei club della vecchia guardia, dell’Ivy League universitaria, delle Facoltà di secolare tradizione, delle associazioni professionali che fungevano da custodi di una serie di cartelli, delle reti sociali e della ricchezza multigenerazionale che tiene in piedi l’intero sistema.

Molte generazioni sono nate in questo sistema e sono state socializzate secondo i suoi principi, e lo insegnavano le scuole. L’idea stessa di ambizione professionale era quella di fare questa scalata sociale. E non con l’obiettivo di guadagnare molto, ma nella speranza di diventare membro permanente di uno o dell’altro cartello professionale, che fosse finanziario, tecnologico, mediatico, politico, non governativo o accademico. In tutti i casi, venire accettati significava ricevere il diritto di governare.

Nulla di questa ideologia si concilia con l’idea originaria di libertà emersa dall’Illuminismo. Tale concetto è sintetizzato al meglio nella Dichiarazione di Indipendenza in cui è scritto che tutti gli uomini sono creati uguali e dotati dal Creatore di precisi e inalienabili diritti, alla vita, alla libertà e alla ricerca della felicità. Ma Thomas Jefferson era un sognatore, mentre gli artefici della nascente tecnocrazia nutrivano una visione del tutto diversa.
Una figura centrale in questo contesto è Henri Saint-Simon (1760–1825), era il sommo sacerdote della tecnocrazia, causa che perseguiva con zelo missionario. Nato da una famiglia aristocratica francese, sosteneva spesso, senza prove, di essere un discendente di Carlo Magno (ovviamente!). È stato testimone del grande evento che poi ha segnato i suoi primi anni formativi: la Rivoluzione Francese e la caduta della monarchia. Da questa esperienza travolgente trasse la convinzione che le monarchie fossero probabilmente destinate a scomparire con l’affermarsi di una superiorità tecnica sostenuta da forme di governo “democratiche”, a condizione che fossero guidate dalle élite, a cui lui stesso apparteneva. La scienza non era vista come un processo di scoperte attraverso la ricerca, ma uno stato finale codificato, conosciuto e capito solo da un’élite. Questa élite avrebbe imposto la propria visione a tutti gli altri.

Il sistema di governo auspicato da Saint-Simon doveva essere composto da 21 uomini: «tre matematici, tre medici, tre chimici, tre fisiologi, tre letterati, tre pittori, tre musicisti». Tutte persone che lui immaginava andassero sempre d’accordo, non fossero minimamente corrotte e governassero con straordinaria benevolenza.
L’individuazione di tali figure doveva avvenire depositando i voti sulla tomba di Isaac Newton (nume tutelare di Saint-Simon) e raggiungendo il consenso sulla composizione del consiglio d’élite. Non si sarebbe trattato di un “Governo” in senso stretto, almeno non secondo l’accezione tradizionale, ma di un gruppo di pianificatori che, usando l’intelligenza, avrebbero plasmato l’intera società, proprio come gli scienziati capiscono e modellano il mondo naturale.

Secondo il suo modo di pensare, questo era di gran lunga più razionale che avere alla guida un’aristocrazia ereditaria e questi uomini, a loro volta, avrebbero messo la loro razionalità al servizio della società che ne avrebbe tratto enorme ispirazione. Le sue istruzioni erano: «Gli uomini di genio godranno allora di una ricompensa degna di loro e di voi; questa ricompensa li collocherà nell’unica posizione in grado di fornire loro i mezzi per offrirvi tutti i servizi di cui sono capaci». E poi: «Dovrete accordare a questi leader immensa considerazione, e metterete a loro disposizione un grande potere pecuniario».
Perfetto: l’élite ottiene potere illimitato e denaro illimitato, e tutti aspireranno a comportarsi come queste persone. E questa aspirazione migliorerà l’intera società. Saint-Simon invitava i suoi seguaci «a considerarvi i governatori del funzionamento della mente umana», immaginava «il potere spirituale nelle mani dei sapienti; il potere temporale nelle mani dei possidenti; il potere di nominare quelli chiamati a ricoprire le funzioni dei grandi capi dell’umanità, nelle mani di tutti».

Saint-Simon idolatrava la scienza ma in antitesi a Voltaire e, anziché liberare la mente umana, lui e i suoi seguaci immaginavano di esserne i governatori. Ed è stato il progressismo americano a istituzionalizzare questa visione negli Stati Uniti.

Una delle prime e più serie contestazioni a questo dogma è arrivata nel 1944 col libro di F.A. Hayek La via della schiavitù, nel capitolo più significativo “Perché i peggiori arrivano al vertice”. La sua tesi era che l’intero sistema della gerarchia intellettuale si fosse ritorto contro se stesso, diventando l’esatto contrario delle sue intenzioni. Invece di elevare i migliori, scriveva Hayek, il sistema ha fatto l’opposto. Ha creato un terreno fertile per l’abuso di potere, l’avanzata della corruzione e i mezzi con cui la società stessa viene svuotata dall’interno.
In quegli anni era considerato una bestemmia, ma ottant’anni dopo si è scoperto che Hayek aveva ragione: la scala sociale ed economica che tante generazioni hanno intrapreso ha portato a un sistema di marciume, malattia e disonestà ai vertici di ogni professione. Oggi c’è un’intera generazione di persone in posizioni dirigenziali di alto livello che chiede a gran voce di mantenere i propri emolumenti e privilegi, nonostante la rivolta popolare cresca di giorno in giorno.

Ecco perché i diari di Anthony Fauci hanno avuto un impatto così forte e perché le principali Testate non riescono a parlarne. Quegli scritti rivelano tutto: non le sagge riflessioni di un modello di riferimento della scienza e della medicina, ma piuttosto quelle di un arrampicatore sociale ossessionato dalla propria esposizione mediatica, che distribuisce il bottino delle tasse come un boss mafioso. Una rappresentazione sconveniente, che svela la realtà più di qualsiasi altro documento del nostro tempo.

La battaglia contro Donald Trump – nessuna controrivoluzione è guidata da un ideale – va ben oltre il singolo uomo e la sua presidenza. Dieci anni fa le élite della vecchia guardia hanno deciso che Trump non aveva il diritto di essere il presidente degli Stati Uniti e che quindi doveva essere fermato, in un modo o nell’altro. Non tanto per le sue politiche in quanto tali ma per la sua rivolta contro il dominio delle élite che sembra rappresentare. Donald Trump è un segno e un simbolo, non un motore primo ma un archetipo di ciò che questo cambiamento significa. Se non ci fosse stato lui, la Storia avrebbe scelto un altro della sua stessa specie, proprio perché il vecchio sistema non è più sostenibile.

I flussi migratori interni agli Stati Uniti – persone e ricchezza che abbandonano il New England e New York per traslocare in Texas, in Florida e più in generale al Sud e all’Ovest – ne sono la prova lampante: il sistema costruito attorno alle vecchie gerarchie elitarie si sta sgretolando.
A questo punto il cambiamento di rotta è ormai inarrestabile. Lo stiamo vedendo in America Latina e in tutta Europa: una nuova classe dirigente sta emergendo dall’esterno del sistema, sostenuta da movimenti popolari che sfidano le vecchie gerarchie egemoniche.

In questa battaglia, la vittoria non arriverà tutta in una volta né in tempi brevi, ma i contorni di quanto sta per accadere sono piuttosto chiari: assistiamo alla fine di un vecchio paradigma che sarà sostituito da uno nuovo. Capito questo, le istanze ricorrenti nei titoli dei giornali iniziano ad avere senso: le élite della vecchia guardia sono in preda al panico, perché all’orizzonte intravedono la loro fine.




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