Apatia e propaganda: una miscela esplosiva la crisi palestinese vista dal mondo arabo


29 luglio 2026 – ore 12:30 – PremessaMolti, ancora in questi giorni, mi stanno chiedendo perché abbia deciso di scrivere e perché abbia assunto questo impegno, dopo una vita decisamente stimolante, anche se particolarmente faticosa, trascorsa in giro per il mondo. Cercherò di esprimere le motivazioni alla base di questa scelta che, credetemi, è molto lontana dalla sete di ribalta o da velleità narcisistiche. Nell’ultimo periodo ho preso parte a conferenze e incontri, ho ascoltato interviste e dichiarazioni e ho cercato di comprendere tutte le diverse posizioni. «Mi sono fatto persuaso», come scriveva Camilleri, che diversi opinionisti e influencer di oggi evidenzino spesso un’estrema superficialità nei loro commenti e che tali prese di posizione nascondano frequentemente un obiettivo finale, o anche contingente, ben diverso e decisamente lontano da quello espresso verbalmente. Non accade unicamente in Italia: accade ovunque. Non stupiamoci. Tuttavia, ciò che mi preoccupa maggiormente è la scarsa conoscenza delle realtà complesse sulle quali, con tanta leggerezza, vengono espresse posizioni certe, assolute e granitiche. Al di là delle nostre specifiche competenze professionali, apprendiamo la realtà non più attraverso lo studio o la lettura di testi e libri, ma prevalentemente mediante lo scorrimento di immagini, gli interventi di sedicenti opinionisti e il «sentito dire». In altri termini, costruiamo una parte considerevole del nostro pensiero e delle nostre convinzioni soprattutto attraverso la percezione di una realtà rappresentata dai social media e da spezzoni di video dei quali ignoriamo la provenienza.

Quando poi si tenta di approfondire, chiedendo spiegazioni sulla pervasiva cultura woke, sulla dottrina sciita iraniana, sulla strategia politica della Fratellanza musulmana sunnita, sul pensiero profondo delle comunità ebraiche, sull’atteggiamento ambiguo di diverse monarchie sunnite, sul nazionalismo presente in varie realtà dell’Europa orientale o sulla dottrina del movimento MAGA statunitense, solo per citare alcuni esempi concreti, l’audience e l’attenzione crollano immediatamente. Spesso cala il buio, un buio totale: si glissa abilmente, si evita di rispondere, limitandosi a deboli sorrisi e a declamare slogan o frasi a effetto.

Mi sono chiesto il perché di tutto questo, il perché di una deriva culturale al cui confronto il celebre libro di George Orwell, «1984», appare minimalista. In verità, esistono personaggi che ci stimolano allo studio e all’approfondimento. Mi vengono in mente, in Italia, alcuni filosofi come Umberto Galimberti e Massimo Cacciari, per esempio. Eppure, si sta diffondendo una sorta di apatia nei confronti della conoscenza, una diffusa indifferenza e un rifiuto mentale verso l’apprendimento e lo studio della realtà che ci circonda, non solo tra le fasce più giovani, ma anche nelle generazioni dei cinquantenni e oltre. Stiamo perdendo la conoscenza e l’uso delle parole e, ricordiamolo, in assenza di parole non si riesce a formulare il pensiero.

Comprendiamo perfettamente che, in una simile situazione, la macchina della propaganda e della manipolazione abbia la vita facilitata, estremamente facilitata, perché, a differenza nostra, studia con grande attenzione i nostri bisogni, determina i nostri desideri, intercetta le nostre paure, ci indica il buono e il cattivo di turno e indirizza abilmente il nostro comportamento e la nostra percezione della realtà. Una sorta di strategia «Matrix» applicata alla società.

Questa deriva rappresenta, in estrema sintesi, la motivazione profonda, l’unica in verità, che mi spinge a scrivere.

Cerco unicamente e semplicemente di trasmettere ciò che studio e ciò che approfondisco, senza alcuna presunzione, come dico sempre, di comunicare «verità», ma, al contrario, con l’intento di stimolare il dubbio, unico motore della ricerca della conoscenza.

Per Umberto Galimberti, la conoscenza non è un semplice accumulo di informazioni, ma la condizione essenziale dell’esistenza umana. Essa definisce la nostra libertà, la nostra autenticità e la nostra capacità di resistere ai condizionamenti del mondo moderno.

La cronaca odierna ci porta a considerare l’esito dei brevi e separati incontri svoltisi a Washington tra Trump e Zelensky e tra Trump e Netanyahu. Politico ci informa, sostanzialmente, che entrambi si sono svolti a porte chiuse e che le dichiarazioni di rito, tutte positive, non sembrano tuttavia aver rimosso completamente le frizioni esistenti tra le parti. Lo stallo in Iran continua; le polemiche negli Stati Uniti sulla carenza di missili a disposizione delle Forze armate statunitensi riempiono le pagine dei giornali, mentre in Ucraina proseguono i bombardamenti in profondità, sia sul territorio russo sia su quello ucraino. Gli emissari di Trump stanno lavorando e, ci dicono, in tempi brevi saranno a Kiev e poi, verosimilmente, a Mosca.

Il mondo aspetta la pace. Speriamo che non sia un’illusione.

Oggi volgeremo lo sguardo verso un’unica direzione: la comprensione dell’atteggiamento del mondo islamico, e di quello arabo in particolare, nei confronti della realtà palestinese, sostanzialmente uscita dagli schermi radar.

Palestina e mondo arabo: il declino e la possibile rinascita dell’influenza regionale palestinese

La devastante e drammatica situazione in cui vive la popolazione palestinese a Gaza, l’incertezza sul futuro della Cisgiordania, la decisione di Hamas di defilarsi dall’amministrazione della Striscia e la totale assenza della voce dell’Autorità nazionale palestinese rappresentano i fattori di una crisi che si sta ulteriormente incancrenendo nella sostanziale indifferenza collettiva. I media glissano sul problema, gli emissari delle Nazioni Unite invocano con forza la necessità di aiuti, mentre l’annunciato Board of Peace non decolla.

In un simile disordine generale, dovremmo aspettarci dure prese di posizione arabe e musulmane a sostegno della popolazione palestinese, nonché manifestazioni oceaniche in Egitto, Iran, Pakistan, Turchia, Indonesia, nelle capitali delle molteplici monarchie del Golfo e nelle diverse realtà africane di fede islamica. E invece nulla: il nulla cosmico. Chiediamoci perché. Ci sono più bandiere palestinesi che sventolano in Europa che nell’intero mondo musulmano, sia esso sciita o sunnita.

Questa sostanziale assenza, forse apatia, e il continuo scemare dell’interesse del mondo arabo per il destino della popolazione palestinese non rappresentano, in verità, una novità. Le loro radici affondano nella storia, nella frammentazione e nella scarsa credibilità della realtà politica palestinese, nonché nella volontà dei Paesi arabi di privilegiare i propri interessi economici e salvaguardare le proprie alleanze geostrategiche.

Si tratta di una strategia ritenuta dal mondo arabo, in particolare, decisamente più prudente rispetto a quella volta a impegnarsi in confronti rischiosi sotto il profilo dell’opportunità politica e della sicurezza. Sostegno finanziario, certamente, seppure, come vedremo, in netta diminuzione; pressioni politiche dosate, senza tuttavia rischiare di eccedere, evitando accuratamente di scatenare ulteriori tensioni nella già martoriata regione mediorientale.

Ovviamente, la causa palestinese può essere utilizzata per esercitare pressioni su altri tavoli. Ankara ne rappresenta un esempio eclatante, insieme a Teheran e Islamabad. Questa è la politica, questi sono gli equilibri.

In tale contesto, così difficile da comprendere per noi occidentali e decisamente ignorato dai media, vi propongo alcuni stralci di un lungo e articolato editoriale scritto recentemente da Khaled Elgindy, noto analista, ricercatore senior del programma sul Medio Oriente del Quincy Institute for Responsible Statecraft e docente presso il Center for Contemporary Arab Studies della Georgetown University.

Conoscere per comprendere

Leggiamo insieme.

Durante i primi due anni del genocidio a Gaza, i palestinesi hanno faticato a ottenere un sostegno o un intervento arabo significativo in loro difesa, conseguendo risultati limitati. Al di là delle diverse valutazioni degli interessi in gioco e delle preoccupazioni dei governi arabi riguardo alle conseguenze di un’azione più decisa, questo esito può essere compreso meglio nel contesto della ridotta influenza politica esercitata dai palestinesi sugli Stati arabi. Tale condizione è la conseguenza del progressivo indebolimento della leadership politica palestinese e della crescente frammentazione del movimento nazionale palestinese registrata negli ultimi decenni.

Comprendere la storia e le basi dell’influenza regionale palestinese, così come il suo declino, è quindi fondamentale per interpretare il presente.

Le fonti dell’influenza palestinese

La causa palestinese ha sempre avuto un rapporto simbiotico, seppure teso e incoerente, con gli Stati arabi e con l’arabismo. Per il popolo palestinese, privo di uno Stato, i Paesi arabi hanno rappresentato una profondità strategica, una naturale base di sostegno politico e una fonte essenziale di supporto morale, politico, finanziario e, talvolta, militare nella lotta contro il sionismo e Israele.

Storicamente, ciò è avvenuto tanto nelle repubbliche arabe «rivoluzionarie» quanto nelle monarchie conservatrici e filo-occidentali, molte delle quali hanno convogliato ingenti fondi nelle casse dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina negli anni Settanta e Ottanta.

Allo stesso tempo, le cause della Palestina e di Gerusalemme hanno sempre avuto una profonda risonanza tra le masse arabe, trascendendo le differenze nazionali, settarie e ideologiche e costituendo un pilastro fondamentale dell’identità araba moderna. Pertanto, i leader palestinesi hanno tradizionalmente esercitato un’influenza sproporzionata sui regimi arabi.

Negli ultimi anni, tuttavia, questa influenza è diminuita drasticamente a causa di due tendenze parallele, che si rafforzano reciprocamente: il progressivo indebolimento della leadership e delle istituzioni politiche palestinesi e la perdita di centralità della Palestina nelle priorità dei governi arabi.

Fino al 1967, la causa palestinese era in gran parte appannaggio degli Stati arabi, che spesso si contendevano il primato di maggiore difensore della Palestina. La sconfitta araba nella guerra del 1967 contro Israele privò i palestinesi di ogni speranza di ottenere la liberazione per mano dei soli Stati arabi e li spinse ad assumere un ruolo più attivo.

Nel 1969, i gruppi guerriglieri palestinesi presero il controllo dell’OLP, istituita dalla Lega araba nel 1964, trasformandola in un organismo realmente autonomo nel processo decisionale palestinese.

Nonostante gli evidenti vincoli geopolitici, l’OLP riuscì a imporsi sulla scena politica e diplomatica internazionale, raggiungendo il culmine della propria influenza nel decennio e mezzo successivo alla guerra del 1967.

Nel 1974, sotto la carismatica guida di Yasser Arafat e del suo movimento Fatah, l’OLP ottenne il riconoscimento come «unico legittimo rappresentante del popolo palestinese», prima da parte della Lega araba — un risultato che persino la monarchia hashemita di Giordania, acerrima rivale dell’OLP sul piano della rappresentanza, fu costretta ad accettare — e, poco dopo, da parte delle Nazioni Unite.

L’influenza dell’OLP sugli Stati arabi derivava da tre fonti principali. La prima era la presenza fisica di consistenti comunità palestinesi della diaspora e di rifugiati in alcuni Paesi arabi, in particolare in Giordania e Libano, dove l’OLP operava, di fatto, come uno «Stato nello Stato», con una presenza demografica, politica e militare significativa. Anche dopo l’espulsione dell’OLP dalla Giordania, nel 1970, e dal Libano, nel 1982, la presenza demografica dei palestinesi in entrambi i Paesi rimase una fonte di influenza, seppure ridotta.

Un secondo strumento di influenza fu la lotta armata, inaugurata dai movimenti di guerriglia che divennero le fazioni costitutive dell’OLP e successivamente ripresa da Hamas e da altri gruppi di resistenza islamisti. L’azione armata contro Israele, condotta sia dall’interno dei territori palestinesi occupati sia dai Paesi arabi confinanti, contribuì a galvanizzare l’opinione pubblica araba e, talvolta, «costrinse» i regimi arabi a reagire, militarmente o politicamente. Il sostegno ufficiale arabo ai palestinesi non fu meramente altruistico, ma contribuì anche a rafforzare la legittimità interna dei regimi agli occhi dei loro cittadini, per i quali la Palestina era ampiamente considerata una causa araba fondamentale.

Infine, i leader palestinesi si sono spesso rivolti direttamente all’opinione pubblica araba, che è stata — e rimane — profondamente solidale con la lotta palestinese. Arafat era particolarmente abile nello sfruttare la simpatia dell’opinione pubblica nei confronti dei palestinesi e nel trasformarla in uno strumento di pressione sui leader arabi. La sua capacità di gestire le rivalità interne al mondo arabo contribuì inoltre a proteggere la leadership palestinese da eccessive interferenze esterne e a preservare un certo grado di autonomia decisionale. Alla fine degli anni Settanta, l’OLP di Arafat non solo si era affermata come un serio movimento di liberazione nazionale, ma era diventata anche un importante attore regionale a pieno titolo.

La perdita delle leve di influenza

Tutte e tre le fonti di influenza si sono notevolmente indebolite nel tempo, a causa di due tendenze parallele e reciprocamente rafforzanti. La prima è rappresentata dalla crescente debolezza politica e dalla disfunzionalità dei leader e delle istituzioni politiche palestinesi, determinate sia da fattori strutturali sia da scelte autolesionistiche.

L’OLP iniziò il proprio costante declino dopo l’espulsione forzata dal Libano, avvenuta nel 1982 per mano di Israele, che la separò dall’unica base territoriale autonoma rimasta al confine con la patria palestinese.

Il processo di indebolimento dell’OLP accelerò in seguito alle decisioni assunte da Arafat durante la crisi tra Iraq e Kuwait del 1990, che lasciarono l’organizzazione in difficoltà finanziarie e politicamente isolata. Successivamente, l’OLP rinunciò formalmente alla lotta armata come condizione per entrare in un processo di pace guidato dagli Stati Uniti, abbandonando così una fonte fondamentale di influenza, che Hamas e altri gruppi colsero immediatamente.

La firma degli Accordi di Oslo, all’inizio degli anni Novanta, diede un momentaneo impulso alla leadership dell’OLP, ma finì per contribuire ad approfondire e istituzionalizzare la debolezza palestinese, erodendone la capacità di azione. Nel frattempo, la frammentazione della diplomazia araba in percorsi negoziali separati, nell’ambito del processo di pace sponsorizzato dagli Stati Uniti, indebolì ulteriormente il potere negoziale palestinese.

Oslo fu molto più di un semplice processo di pace. Oltre a rimodellare le relazioni tra i palestinesi e Israele — e, per estensione, quelle con gli Stati Uniti — riorganizzò radicalmente la politica interna palestinese, i processi decisionali e le relazioni estere. In quanto progetto di pacificazione e costruzione dello Stato, Oslo richiese alla leadership palestinese di rinunciare a una parte della propria autonomia interna in cambio dell’accesso ai negoziati e dell’aspettativa che Washington avrebbe infine «consegnato» Israele e lo Stato palestinese.

Per la prima volta nella storia del moderno movimento nazionale palestinese, gli Stati Uniti e Israele ebbero voce in capitolo — e spesso un effettivo diritto di veto — sulla politica interna palestinese. Questa dinamica divenne particolarmente evidente nell’emarginazione di Arafat dopo il 2001 e nel rifiuto dei risultati elettorali del 2006, che portò alla scissione tra Fatah e Hamas.

Inoltre, i legami organici ed esistenziali che univano l’OLP agli Stati arabi divennero secondari. Mentre l’OLP era stata in gran parte dipendente dai Paesi arabi e rispondeva alle loro direttive, la neonata Autorità palestinese divenne dipendente da nuovi sostenitori — principalmente gli Stati Uniti, Israele e i donatori occidentali — meno sensibili alle rivendicazioni palestinesi e meno inclini a cedere alle pressioni palestinesi.

Con il crollo degli Accordi di Oslo, sotto il peso dell’espansione degli insediamenti, della repressione, del fallimento dei negoziati e dell’Intifada di Al-Aqsa del 2000, Arafat cercò di sottrarsi ai vincoli imposti e di riaffermare l’autonomia palestinese, implicitamente anche attraverso la lotta armata, ma fu rapidamente contenuto ed emarginato.

Dopo la Seconda intifada

La debolezza politica palestinese si è aggravata sotto la guida di Mahmoud Abbas, che ha presieduto un sistema politico frammentato, disfunzionale, smobilitato e, pertanto, facilmente ignorabile. La rottura con Hamas, nel 2007, lasciò l’Autorità palestinese senza un Parlamento funzionante per dodici anni, prima che Abbas lo sciogliesse nel 2018, rinviando a tempo indeterminato le elezioni e consolidando l’instabilità a Gaza.

La corruzione dilagante e il crescente autoritarismo hanno ulteriormente minato la legittimità interna dell’Autorità palestinese. Nonostante i numerosi accordi di riconciliazione, Abbas ha costantemente preferito la disunione nazionale al rischio di incorrere in sanzioni israeliane o statunitensi.

Non sorprende, dunque, che la sua popolarità interna sia crollata. Già prima del 7 ottobre 2023, il 78% dei palestinesi ne chiedeva le dimissioni; una percentuale salita all’88% alla fine del 2023, in un contesto segnato dalla guerra di annientamento israeliana a Gaza, dalla crescente repressione in Cisgiordania e dall’impotenza di Abbas di fronte a entrambe.

Perché, dunque, ci si potrebbe chiedere, gli Stati arabi dovrebbero dare priorità al benessere dei palestinesi rispetto ai propri interessi nazionali, se i leader palestinesi non sono riusciti a superare le rivalità interne o a soddisfare i bisogni fondamentali del loro popolo?

Avendo interiorizzato le lezioni dell’emarginazione di Arafat, Abbas ha rilanciato il compromesso originario di Oslo, approfondendo la propria dipendenza dagli Stati Uniti e da Israele come questione di sopravvivenza. L’eccessiva dipendenza della leadership dalla «salvezza» americana ha impedito lo sviluppo di una strategia diplomatica più flessibile, anche in ambito arabo e musulmano, rendendola incapace di individuare le sfide diplomatiche o di cogliere le opportunità, come un tempo faceva l’OLP. Pur non essendo stato il fattore decisivo, il disinteresse palestinese nei confronti della dimensione araba non ha impedito la normalizzazione dei rapporti tra gli Emirati Arabi Uniti, il Bahrein e Israele nel 2020.

Con il declino dell’influenza palestinese, gli Stati arabi hanno progressivamente relegato la Palestina in secondo piano, soprattutto dopo le rivolte arabe del 2010-2011. Oltre a ridurre la loro capacità di azione, le rivolte arabe hanno messo in luce un’affinità ideologica tra la liberazione palestinese e i movimenti popolari arabi, spingendo le forze controrivoluzionarie a reprimere entrambi.

Il ritorno dell’autoritarismo, in particolare in Egitto dopo il colpo di Stato del 2013, ha ridefinito la solidarietà palestinese nella politica regionale e interna araba, trasformandola da utile valvola di sfogo in una minaccia alla stabilità dei regimi. Il risultato è stato un’accelerazione del disinvestimento arabo dalla Palestina: tra il 2013 e il 2020, i contributi arabi all’Autorità palestinese sono crollati del 95%, diminuendo ulteriormente dopo la firma degli Accordi di Abramo.

Questo è stato un segnale inequivocabile del fatto che gli Stati arabi non erano più disposti a subordinare i propri interessi bilaterali o regionali al miraggio di uno Stato palestinese.

Nel mezzo di un genocidio

L’orribile e senza precedenti offensiva israeliana contro Gaza, successiva al 7 ottobre, non è stata sufficiente a superare l’apatia delle autorità arabe nei confronti dei palestinesi, nonostante i chiari segnali di rabbia provenienti dall’opinione pubblica araba. La repressione delle attività di solidarietà filopalestinese dall’inizio della guerra genocida israeliana evidenzia l’insicurezza dei regimi rispetto alla questione palestinese. Ciò è stato chiaramente dimostrato dalla violenta interruzione, da parte del governo di Al-Sisi, del «convoglio del Sumud» della Marcia globale su Gaza, mentre attivisti arabi e internazionali convergevano in Egitto nel tentativo di rompere il blocco quasi totale imposto da Israele alla popolazione affamata di Gaza.

Rispetto alle tradizionali fonti dell’influenza palestinese, il quadro generale è cambiato drasticamente rispetto all’epoca d’oro dell’OLP negli anni Settanta. Sebbene gli attacchi armati contro Israele rimangano relativamente popolari nel mondo arabo e possano ancora costringere i Paesi arabi a intervenire, i costi sono aumentati vertiginosamente, mentre i benefici sono diminuiti. La devastazione di Gaza, la risposta araba piuttosto debole e la proliferazione di violenti conflitti regionali negli ultimi quindici anni hanno indebolito la lotta armata come efficace strumento di pressione palestinese.

Anche l’influenza demografica è diminuita, con la possibile eccezione della Giordania, a causa dell’assenza di un movimento politico organizzato e radicato tra le popolazioni. La principale fonte dell’influenza palestinese sugli Stati arabi rimane, pertanto, la perdurante forza della causa palestinese nella coscienza collettiva araba.

La combinazione tra la disfunzionalità della leadership palestinese e la tendenza delle autorità arabe a ridimensionare il ruolo della Palestina contribuisce a spiegare la tiepida risposta araba alla feroce guerra condotta da Israele, sia rispetto a quella di altri governi nel mondo, sia rispetto alle posizioni assunte dagli stessi Paesi durante le precedenti crisi in Palestina.

Dall’ottobre 2023, l’azione araba si è limitata principalmente agli appelli per il cessate il fuoco, al sostegno retorico ai palestinesi e alle critiche nei confronti di Israele, oltre che a occasionali gesti simbolici, senza esercitare una reale influenza su Israele o sugli Stati Uniti, suo principale sostenitore.

Entro un anno dal 7 ottobre, Colombia, Bolivia e Nicaragua hanno interrotto le relazioni diplomatiche con Israele a causa delle sue azioni a Gaza, ma nessuno Stato arabo ha fatto altrettanto. Giordania e Bahrein si sono limitati a richiamare i propri ambasciatori da Israele.

Gli Stati arabi si sono inoltre astenuti dall’imporre sanzioni, restrizioni sugli armamenti o limitazioni ai legami economici, rimanendo indietro rispetto ad alcuni Paesi europei e latinoamericani. Anche sul piano delle dichiarazioni, gli Stati arabi restano molto indietro rispetto a Paesi come il Sudafrica e la Colombia nel loro impegno a favore dei palestinesi. A parte la Palestina stessa, soltanto la Libia si è unita al ricorso per genocidio presentato dal Sudafrica dinanzi alla Corte internazionale di giustizia.

A eccezione della mediazione egiziano-qatariota, gli interventi arabi significativi sono stati sporadici. L’iniziativa guidata dall’Arabia Saudita e dalla Francia per l’attuazione di un modello fondato sulla soluzione dei due Stati, avviata in seguito al voto dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite del 2024, che ha recepito la sentenza della Corte internazionale di giustizia sull’illegalità dell’occupazione israeliana, è stata degna di nota, ma scollegata dalla catastrofe più immediata che si stava consumando a Gaza.

Nel frattempo, il piano egiziano per la ricostruzione postbellica di Gaza, che ha ottenuto il sostegno della Lega araba, è stato elaborato soltanto dopo l’allarmante appello del presidente statunitense Donald Trump a spopolare il territorio e a costruire una «Riviera» sulle sue rovine.

La riluttanza araba a utilizzare la propria influenza è emersa nuovamente durante la visita di Trump nel Golfo, nel maggio 2025. Nonostante la crescente indignazione internazionale per il blocco israeliano e la fame a Gaza, gli Stati del Golfo si sono rifiutati di subordinare i principali impegni di investimento negli Stati Uniti a un cambiamento della politica di Washington nei confronti di Gaza, pur continuando a esercitare pressioni per ottenere un allentamento delle sanzioni contro la Siria.

Riconquistare l’influenza palestinese

Avendo interiorizzato le lezioni dell’emarginazione di Arafat, Abbas ha rilanciato il compromesso originario di Oslo, approfondendo la propria dipendenza dagli Stati Uniti e da Israele come questione di sopravvivenza. L’eccessiva dipendenza della leadership dalla «salvezza» americana ha impedito lo sviluppo di una strategia diplomatica più flessibile, anche in ambito arabo e musulmano, rendendola incapace di individuare le sfide diplomatiche o di cogliere le opportunità, come un tempo faceva l’OLP. Pur non essendo stato il fattore decisivo, il disinteresse palestinese nei confronti della dimensione araba non ha impedito la normalizzazione dei rapporti tra gli Emirati Arabi Uniti, il Bahrein e Israele nel 2020.

Con il declino dell’influenza palestinese, gli Stati arabi hanno progressivamente relegato la Palestina in secondo piano, soprattutto dopo le rivolte arabe del 2010-2011. Oltre a ridurre la loro capacità di azione, le rivolte arabe hanno messo in luce un’affinità ideologica tra la liberazione palestinese e i movimenti popolari arabi, spingendo le forze controrivoluzionarie a reprimere entrambi.

Il ritorno dell’autoritarismo, in particolare in Egitto dopo il colpo di Stato del 2013, ha ridefinito la solidarietà palestinese nella politica regionale e interna araba, trasformandola da utile valvola di sfogo in una minaccia alla stabilità dei regimi. Il risultato è stato un’accelerazione del disinvestimento arabo dalla Palestina: tra il 2013 e il 2020, i contributi arabi all’Autorità palestinese sono crollati del 95%, diminuendo ulteriormente dopo la firma degli Accordi di Abramo.

Questo è stato un segnale inequivocabile del fatto che gli Stati arabi non erano più disposti a subordinare i propri interessi bilaterali o regionali al miraggio di uno Stato palestinese.

Nel mezzo di un genocidio

L’orribile e senza precedenti offensiva israeliana contro Gaza, successiva al 7 ottobre, non è stata sufficiente a superare l’apatia delle autorità arabe nei confronti dei palestinesi, nonostante i chiari segnali di rabbia provenienti dall’opinione pubblica araba. La repressione delle attività di solidarietà filopalestinese dall’inizio della guerra genocida israeliana evidenzia l’insicurezza dei regimi rispetto alla questione palestinese. Ciò è stato chiaramente dimostrato dalla violenta interruzione, da parte del governo di Al-Sisi, del «convoglio del Sumud» della Marcia globale su Gaza, mentre attivisti arabi e internazionali convergevano in Egitto nel tentativo di rompere il blocco quasi totale imposto da Israele alla popolazione affamata di Gaza.

Rispetto alle tradizionali fonti dell’influenza palestinese, il quadro generale è cambiato drasticamente rispetto all’epoca d’oro dell’OLP negli anni Settanta. Sebbene gli attacchi armati contro Israele rimangano relativamente popolari nel mondo arabo e possano ancora costringere i Paesi arabi a intervenire, i costi sono aumentati vertiginosamente, mentre i benefici sono diminuiti. La devastazione di Gaza, la risposta araba piuttosto debole e la proliferazione di violenti conflitti regionali negli ultimi quindici anni hanno indebolito la lotta armata come efficace strumento di pressione palestinese.

Anche l’influenza demografica è diminuita, con la possibile eccezione della Giordania, a causa dell’assenza di un movimento politico organizzato e radicato tra le popolazioni. La principale fonte dell’influenza palestinese sugli Stati arabi rimane, pertanto, la perdurante forza della causa palestinese nella coscienza collettiva araba.

La combinazione tra la disfunzionalità della leadership palestinese e la tendenza delle autorità arabe a ridimensionare il ruolo della Palestina contribuisce a spiegare la tiepida risposta araba alla feroce guerra condotta da Israele, sia rispetto a quella di altri governi nel mondo, sia rispetto alle posizioni assunte dagli stessi Paesi durante le precedenti crisi in Palestina.

Dall’ottobre 2023, l’azione araba si è limitata principalmente agli appelli per il cessate il fuoco, al sostegno retorico ai palestinesi e alle critiche nei confronti di Israele, oltre che a occasionali gesti simbolici, senza esercitare una reale influenza su Israele o sugli Stati Uniti, suo principale sostenitore.

Entro un anno dal 7 ottobre, Colombia, Bolivia e Nicaragua hanno interrotto le relazioni diplomatiche con Israele a causa delle sue azioni a Gaza, ma nessuno Stato arabo ha fatto altrettanto. Giordania e Bahrein si sono limitati a richiamare i propri ambasciatori da Israele.

Gli Stati arabi si sono inoltre astenuti dall’imporre sanzioni, restrizioni sugli armamenti o limitazioni ai legami economici, rimanendo indietro rispetto ad alcuni Paesi europei e latinoamericani. Anche sul piano delle dichiarazioni, gli Stati arabi restano molto indietro rispetto a Paesi come il Sudafrica e la Colombia nel loro impegno a favore dei palestinesi. A parte la Palestina stessa, soltanto la Libia si è unita al ricorso per genocidio presentato dal Sudafrica dinanzi alla Corte internazionale di giustizia.

A eccezione della mediazione egiziano-qatariota, gli interventi arabi significativi sono stati sporadici. L’iniziativa guidata dall’Arabia Saudita e dalla Francia per l’attuazione di un modello fondato sulla soluzione dei due Stati, avviata in seguito al voto dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite del 2024, che ha recepito la sentenza della Corte internazionale di giustizia sull’illegalità dell’occupazione israeliana, è stata degna di nota, ma scollegata dalla catastrofe più immediata che si stava consumando a Gaza.

Nel frattempo, il piano egiziano per la ricostruzione postbellica di Gaza, che ha ottenuto il sostegno della Lega araba, è stato elaborato soltanto dopo l’allarmante appello del presidente statunitense Donald Trump a spopolare il territorio e a costruire una «Riviera» sulle sue rovine.

La riluttanza araba a utilizzare la propria influenza è emersa nuovamente durante la visita di Trump nel Golfo, nel maggio 2025. Nonostante la crescente indignazione internazionale per il blocco israeliano e la fame a Gaza, gli Stati del Golfo si sono rifiutati di subordinare i principali impegni di investimento negli Stati Uniti a un cambiamento della politica di Washington nei confronti di Gaza, pur continuando a esercitare pressioni per ottenere un allentamento delle sanzioni contro la Siria.

Riconquistare l’influenza palestinese

Per riconquistare l’influenza palestinese presso gli Stati arabi, sarà necessario invertire le tendenze negative sopra descritte. Ciò significa rafforzare la leadership nazionale palestinese e reinserire la causa palestinese nel più ampio contesto politico arabo. Quest’ultimo obiettivo, tuttavia, difficilmente potrà concretizzarsi senza ridurre il crescente divario tra l’opinione pubblica araba e i rispettivi governi e senza favorire una maggiore democratizzazione nella regione: eventualità che non sembrano realizzabili nel prossimo futuro.

Nel frattempo, il passo più efficace che i palestinesi e i loro alleati possono compiere consiste nel concentrarsi sulla ricostruzione del loro movimento nazionale e delle loro istituzioni politiche. Ciò include la creazione di una leadership nazionale unificata, ampiamente rappresentativa, dotata di legittimità interna e, soprattutto, capace di assumere decisioni in modo indipendente.

L’ampia adesione alla causa palestinese, pur essendo importante, non è di per sé sufficiente. Senza un soggetto politico palestinese credibile, capace di incanalare la solidarietà dell’opinione pubblica araba in un sostegno politico concreto, è probabile che le piazze arabe rimangano limitate a espressioni di frustrazione e indignazione morale, anziché tradursi in una mobilitazione costante a favore degli obiettivi palestinesi.

Soltanto una leadership palestinese credibile e autonoma disporrà degli strumenti necessari per delineare una strategia chiara e coerente per la liberazione nazionale, compresa una strategia diplomatica praticabile. L’inazione e l’indifferenza arabe saranno più difficili da sostenere o giustificare davanti all’opinione pubblica nazionale in presenza di un movimento nazionale palestinese unificato e rivitalizzato, proprio come i leader arabi si sentirono costretti a schierarsi a sostegno dell’OLP negli anni Settanta.

Riaffermare l’autonomia politica palestinese comporterà scelte interne difficili. Tra queste, l’abbandono della dipendenza quasi esclusiva dell’attuale leadership dall’Occidente — e da Israele — a favore di una strategia diplomatica più articolata, che rimetta al centro gli Stati arabi e il Sud globale e individui il modo di integrare Hamas in un sistema politico riformato e unitario.

L’era di un processo di pace guidato dagli Stati Uniti è ormai tramontata. Perseverare nel fallimentare e obsoleto quadro di Oslo, soprattutto ora che Israele e gli Stati Uniti lavorano apertamente per smantellarlo, rappresenta la ricetta per una continua emarginazione e paralisi politica.

In sintesi, la fonte più duratura dell’influenza palestinese sugli Stati arabi rimane il primato della causa palestinese nei cuori e nelle menti dei cittadini arabi di tutta la regione. Tuttavia, questa risorsa non può essere sfruttata pienamente senza una significativa riforma della politica interna palestinese e la nascita di una leadership unitaria, rappresentativa e genuinamente autonoma, che goda di legittimità tanto a livello nazionale quanto internazionale.

Sebbene una simile leadership rinnovata potrebbe non essere in grado, da sola, di invertire le tendenze regionali sfavorevoli o di riconquistare l’immaginario collettivo arabo, è difficile immaginare che ciò possa accadere in sua assenza.

https://mecouncil.org/publication_chapters/palestine-and-the-arab-world-the-decline-and-possible-revival-of-palestinian-regional-influence/

Stefano Silvio Dragani già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.

È autore di cinque saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: “Frammenti di vita”(2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole”(2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; “Un altro mondo” (2025) e “Ultimo Miglio” (2026), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.

Articolo di Stefano Silvio Dragani




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