Quando l’uso del diritto di veto all’ONU blocca le risoluzioni di cessate il fuoco, la paralisi diplomatica si trasforma direttamente in un moltiplicatore di vittime sul campo, accelerando il collasso logistico e sanitario e portando a una catastrofe umanitaria irreversibile per la popolazione civile.
ABSTRACT
Questo studio analizza il legame diretto tra lo stallo politico del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e il collasso materiale della Striscia di Gaza. Incrociando le bozze di risoluzione bloccate dal veto geopolitico con i dati logistici ed epidemiologici dei report d’emergenza UN OCHA, l’analisi dimostra come l’inerzia diplomatica non sia una semplice crisi burocratica, ma un fattore attivo che amplifica le epidemie, la carestia e la distruzione delle infrastrutture vitali.
INTRODUZIONE
L’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) nasce nel 1945 dalle ceneri della Seconda guerra mondiale per iniziativa delle potenze vincitrici contro l’Asse, con l’obiettivo di scongiurare conflitti globali. L’articolo 7 della Carta definisce l’intelaiatura strutturale multilaterale, indicando tra i suoi organi principali l’Assemblea Generale, il Consiglio di Sicurezza, l’ECOSOC, la Corte Internazionale di Giustizia e il Segretariato Generale. Nell’alveo di questo apparato, il Consiglio di Sicurezza riveste la funzione di organo esecutivo supremo, investito del mandato di massimo garante del mantenimento della pace e della sicurezza internazionale. Esso consta di 15 membri, di cui 10 non permanenti eletti dall’Assemblea Generale con un mandato biennale e 5 membri permanenti dotati del diritto di veto strategico: Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Gran Bretagna (P5). Il Consiglio rappresenta l’organo di maggiore rilievo poiché dispone di poteri decisionali vincolanti.
Le sue attribuzioni trovano fondamento nei Capitoli VI e VII della Carta ONU. Il Capitolo VI, relativo alla “Soluzione pacifica delle controversie”, traccia il perimetro della diplomazia preventiva, imponendo agli Stati una soluzione pacifica delle tensioni prima che degenerino in un conflitto. Tra i mezzi previsti dall’articolo 33 troviamo la mediazione, la conciliazione, l’inchiesta e l’arbitrato. L’organo ha la facoltà di indagare su qualsiasi situazione suscettibile di minacciare la stabilità e raccomandare le procedure più appropriate. Tuttavia, le risoluzioni adottate sotto il Capitolo VI possiedono un valore politico e morale, ma rimangono nell’alveo delle raccomandazioni non vincolanti. Mancano gli elementi di cogenza necessari quando la diplomazia fallisce.
Le decisioni vincolanti trovano invece fondamento nel Capitolo VII, intitolato “Azione rispetto alle minacce alla pace, alle violazioni della pace ed agli atti di aggressione”. Il pilastro del Capitolo VII è costituito dagli articoli 41 e 42, riguardanti rispettivamente le misure non implicanti l’uso della forza (interruzione dei rapporti commerciali o sanzioni) e le misure implicanti l’uso della forza contro uno Stato. Prima di ricorrervi, il Consiglio può invitare le parti a prendere le “misure provvisorie” necessarie per non aggravare la situazione ai sensi dell’articolo 40. Il processo decisionale sulle questioni sostanziali richiede la maggioranza di nove membri. Tuttavia, il voto contrario di un solo membro permanente — il diritto di veto sancito dall’Articolo 27 — è sufficiente a bloccare qualsiasi delibera. Concepito originariamente come strumento di stabilità geopolitica e di equilibrio realista, nel contesto contemporaneo il veto ha subito una torsione funzionale, convertendo il Consiglio da massimo organo di sicurezza globale a teatro di paralisi decisionale.
CORPUS
L’architettura metodologica di questa analisi si fonda su un esame sinergico e speculare, in cui i dati quantitativi forniti dai report dell’OCHA dialogano con la cronistoria politica delle bozze di risoluzioni bloccate dal diritto di veto. Nel teatro geopolitico contemporaneo, l’inerzia del Consiglio di Sicurezza ha cessato di essere una semplice omissione burocratica per configurarsi come una vera e propria deregolamentazione temporale. Rimuovendo i vincoli cogenti del diritto internazionale, lo stallo diplomatico di New York si traduce direttamente sul terreno in un moltiplicatore dell’emergenza, concedendo spazio politico e temporale alle ostilità e accelerando il collasso biologico della popolazione civile. Questo nesso causale emerge tracciando il legame tra l’esercizio del veto da parte dei membri permanenti — specificamente sulle risoluzioni S/2023/773, S/2024/835 e S/2025/583 — e la degradazione dei parametri minimi di sussistenza nella Striscia di Gaza. Tra il 2023 e il 2025, il sistematico fallimento nel produrre un cessate il fuoco vincolante ha rimosso l’ultimo argine internazionale alle operazioni militari e ai blocchi logistici ai valichi, tracciando una linea retta che va dalle prime privazioni infrastrutturali all’esplosione della crisi di malnutrizione acuta dell’estate 2024, fino alla carestia sistemica.
Il fulcro di questa dinamica risiede in una profonda alterazione dello status quo del sistema multilaterale. Storicamente, il Consiglio di Sicurezza è stato concepito come l’arbitro supremo della sicurezza globale, capace di dispiegare poteri coercitivi straordinari ai sensi del Capitolo VII della Carta ONU quando la volontà politica dei membri permanenti convergeva verso la stabilità. Questa eccezionale capacità si è palesata chiaramente in precisi momenti storici. Durante la Guerra del Golfo del 1990-1991, ad esempio, di fronte all’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq, il Consiglio rispose con rapidità e unanimità senza precedenti. Attraverso la Risoluzione 660 condannò l’aggressione e approvò la Risoluzione 678, con la quale autorizzò formalmente gli Stati membri a utilizzare ogni mezzo necessario — compreso l’intervento militare — per ristabilire l’ordine e la pace nella regione. Una determinazione analoga, focalizzata sulla dottrina della protezione umanitaria, è emersa nel 2011 in Libia. Dinanzi alla violenta repressione contro la popolazione civile, il Consiglio scelse di attivare con urgenza i propri poteri speciali per evitare un massacro di massa. Con la Risoluzione 1973, le Nazioni Unite imposero una no-fly zone e legittimarono un intervento armato internazionale con l’esplicito mandato di salvaguardare l’incolumità dei civili, anteponendo il principio della responsabilità di proteggere alle barriere della sovranità nazionale.
Al contrario, nel conflitto di Gaza, lo status quo normativo si è capovolto. L’Onu è stata di fatto esautorata dal suo ruolo di arbitro efficace, e lo strumento del veto è stato transcodificato da meccanismo di salvaguardia tra superpotenze a scudo diplomatico per la prosecuzione dell’offensiva militare e logistica. Mentre nei casi storici del Kuwait e della Libia il linguaggio del Consiglio imponeva obblighi rigorosi, sanzioni e interventi mirati, nella crisi mediorientale la diplomazia ha prodotto formule ambigue o, nei casi di risoluzioni più stringenti come la S/2023/773 o la S/2025/583, si è scontrata con il muro del veto. Questo contrasto evidenzia il paradosso attuale: quando gli interessi strategici dei membri permanenti si sovrappongono alla tutela umanitaria, il massimo organo di sicurezza globale subisce una torsione funzionale, abdicando al proprio mandato e normalizzando una zona di totale impunità geopolitica sulla pelle dei civili.
Figura 1. Analisi comparativa del deperimento umanitario e sanitario tra ottobre e dicembre 2023 attraverso i dati OCHA.
IPOTESI SPECULATIVA
L’assunto teorico al cuore di questa analisi postula che l’inerzia del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite non possa essere liquidata come una mera e fisiologica conseguenza di un mancato accordo burocratico tra le superpotenze. Al contrario, sotto il profilo geopolitico, la paralisi decisionale dell’organo funge da vero e proprio moltiplicatore della catastrofe umanitaria sul campo. Quando il massimo garante della sicurezza globale abdica al proprio mandato vincolante — congelato dai veti incrociati —, si genera un vuoto di sovranità internazionale che deregolamenta il teatro di guerra. In assenza di una barriera legale coercitiva, le parti in conflitto operano in una condizione di totale impunità de facto, in cui la prosecuzione delle offensive e il blocco sistemico dei flussi logistici vengono normalizzati e privati di sanzione.
Questo nesso di causalità speculativa trova una sponda drammatica nelle denunce formali dei vertici del Palazzo di Vetro. Il Segretario Generale dell’ONU, António Guterres, ha ripetutamente evidenziato come lo stallo delle risoluzioni si rifletta direttamente nell’impossibilità fisica di garantire la sopravvivenza dei civili e del personale internazionale sul terreno. Guterres ha infatti ammonito la comunità internazionale, evidenziando nei suoi rapporti come gli sforzi umanitari a guida ONU vengano letteralmente strangolati dalla mancanza di una cornice di sicurezza strutturale, ricordando con fermezza l’obbligo legale internazionale in capo alle forze sul campo di facilitare e garantire la consegna rapida e sicura degli aiuti.
L’inerzia politica del Consiglio converte così le operazioni di soccorso in trappole logistiche, una dinamica che il Segretario Generale ha sintetizzato con parole durissime, ribadendo nella documentazione ufficiale rilasciata tramite i canali di informazione che i ritardi e le ostruzioni ai valichi rendono le operazioni di assistenza strutturalmente insicure. Come rimarcato nell’analisi della testata Times of Oman, il leader delle Nazioni Unite ha evidenziato il paradosso di un piano di aiuti non protetto in cui le persone vengono uccise semplicemente nel tentativo di nutrire se stesse e le proprie famiglie, dichiarando esplicitamente che la ricerca di cibo non deve mai trasformarsi in una condanna a morte.
L’ipotesi speculativa trova così la sua conferma empirica: il veto espresso a New York non congela semplicemente il dibattito diplomatico, ma rimuove l’ultimo scudo normativo a protezione dei non combattenti. Autorizzando implicitamente la continuazione dei bombardamenti e lo strangolamento dei valichi, il collasso del multilateralismo si transcodifica direttamente sul terreno, trasformando una crisi politica in un’emergenza di massa che si protrae fino alla cronicizzazione dei giorni nostri.
SO WHAT
La rilevanza di questa analisi proietta un’ombra destabilizzante sull’intero assetto delle relazioni internazionali, segnando un punto di non ritorno nella storia del multilateralismo contemporaneo. In primo luogo, l’inerzia del Consiglio certifica la crisi di credibilità delle Nazioni Unite come supremo organo di governance globale. Mostrando un’asimmetria d’azione ingiustificabile rispetto ad altri scenari storici, l’ONU cessa di essere percepita come un arbitro neutrale e autorevole. Questo declassamento istituzionale crea un precedente pericoloso: dimostra a qualsiasi attore geopolitico globale che, godendo della schermatura diplomatica di un membro permanente del Consiglio (P5), è possibile erodere le tutele della popolazione civile senza incorrere in sanzioni coercitive.
In secondo luogo, si assiste al collasso definitivo dell’ordine internazionale basato sulle regole (rules-based order). Se i pilastri cardine del Diritto Internazionale Umanitario — a partire dalle Convenzioni di Ginevra sul dovere di protezione speciale di ospedali, operatori di soccorso e non combattenti — possono essere ignorati o aggirati a causa della paralisi decisionale dell’ONU, l’intero impianto normativo globale rischia di diventare obsoleto. La rimozione de facto di questi argini giuridici rischia di inaugurare una nuova era di deregolamentazione bellica, in cui la forza militare e le logiche asimmetriche di coalizione sostituiscono lo strumento pattizio e multilaterale come unico metodo di risoluzione delle controversie. In sintesi, l’analisi dimostra che il prezzo politico del diritto di veto non si misura solo in termini di stallo diplomatico, ma si riflette nella progressiva transizione verso un sistema internazionale atomizzato e privo di un centro di gravità normativo, dove la tutela dei diritti umani fondamentali cede il passo agli interessi strategici vitali delle superpotenze.
WORST CASE
L’oltranza nell’esercizio del diritto di veto da parte dei membri permanenti consolida la totale irrilevanza delle Nazioni Unite nel teatro mediorientale. Questo scenario prevede il collasso operativo definitivo delle ultime agenzie di soccorso sul terreno — prime fra tutte l’UNRWA e l’OCHA —, private sia di finanziamenti stabili sia di minime garanzie di sicurezza per il proprio personale. Sul campo, l’assenza di una tregua vincolante ed obbligatoria ai sensi del Capitolo VII della Carta ONU accelera la transizione verso una carestia sistemica e conclamata, accompagnata dalla diffusione di epidemie incontrollabili dovute alla distruzione totale delle reti idrico-sanitarie. Dal punto di vista macro-politico, questo vuoto normativo favorisce una regionalizzazione aperta e cinetica del conflitto, in cui logiche puramente militari di coalizione sostituiscono definitivamente lo strumento diplomatico, sancendo il passaggio da un ordine multilaterale a un’era di totale impunità geopolitica e deregolamentazione bellica.
BEST CASE
In questa proiezione ottimistica ma realistica, i membri permanenti scelgono la via dell’astensione mirata anziché del veto unilaterale, permettendo al Consiglio di Sicurezza di approvare una risoluzione d’urgenza vincolante ed esecutiva. Sul terreno logistico, questo sblocco si traduce nell’immediata istituzione di corridoi umanitari permanenti e protetti da forze di interposizione internazionali neutrali, in grado di garantire l’accesso sicuro di almeno 500 camion di aiuti al giorno. Sul piano politico, la ritrovata convergenza del Consiglio offre la copertura istituzionale indispensabile per avviare una transizione amministrativa nell’enclave, affidando la gestione civile a un comitato tecnico indipendente sotto egida multilaterale, ponendo così le basi per una ricostruzione strutturale e per il ripristino del diritto internazionale umanitario.
CONCLUSIONI
Il cerchio logico dell’analisi si chiude confermando che l’inerzia del Consiglio di Sicurezza dell’ONU nel conflitto israeliano-palestinese non è un semplice stallo burocratico, ma un fattore causale diretto del collasso umanitario sul campo. Il monitoraggio speculare condotto dimostra empiricamente come ogni veto espresso a New York determini un’impennata delle metriche di deperimento umanitario e infrastrutturale della popolazione civile. Il contrasto con l’attivismo storico registrato in Kuwait e in Libia evidenzia una profonda torsione funzionale: quando gli interessi delle superpotenze divergono dalla tutela umanitaria, il veto si trasmuta da strumento di stabilità a scudo diplomatico per la prosecuzione delle ostilità.
Questo cortocorticuito istituzionale rende improrogabile una riforma strutturale del diritto di veto e delle modalità di voto del Consiglio. L’architettura del 1945 appare anacronistica e disfunzionale di fronte alle crisi contemporanee. Per evitare che la paralisi politica continui a essere pagata con il prezzo di catastrofi umanitarie, è necessario introdurre meccanismi di limitazione del veto — come l’abolizione del voto contrario unilaterale sulle risoluzioni di protezione civile — ed estendere la maggioranza qualificata alle delibere d’urgenza. Senza una rifondazione dei propri meccanismi decisionali, il sistema multilaterale abdicherà definitivamente al suo mandato, accelerando la transizione verso un ordine mondiale anarchico dove il diritto internazionale umanitario viene sacrificato sull’altare degli interessi strategici delle superpotenze.
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Elena Tagliatti
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