Intervista a Tito Boeri: “Il rapporto tra pensione e ultimo salario percepito è destinato a ridursi di molto: oggi è all’80% mentre in futuro arriverà intorno al 60%”.
Economista tra i più autorevoli del panorama italiano, Tito Boeri è professore all’Università Bocconi, direttore scientifico del Festival dell’Economia ed è stato presidente dell’Inps dal 2014 al 2019. Nel corso della sua carriera si è occupato in particolare di mercato del lavoro, previdenza e welfare, temi sui quali è intervenuto spesso nel dibattito pubblico e istituzionale. Inoltre, dirige la rivista ‘Eco’ e continua a svolgere attività di ricerca e divulgazione sui principali cambiamenti economici e sociali del Paese.
Nel corso dell’intervista abbiamo affrontato alcune delle questioni più rilevanti per il futuro dell’Italia: il basso tasso di occupazione, le difficoltà dei giovani nel mercato del lavoro, la sostenibilità del sistema pensionistico, l’emigrazione dei talenti e l’impatto dell’intelligenza artificiale. La sua analisi mette al centro il rapporto tra generazioni e la necessità di ripensare le politiche del lavoro e del welfare.
L’Italia continua ad avere uno dei tassi di occupazione più bassi d’Europa, soprattutto tra giovani e donne. Quali sono, a suo avviso, le priorità per invertire questa tendenza?
Negli ultimi anni a dire il vero è effettivamente aumentato, soprattutto grazie alla maggiore partecipazione al lavoro delle persone con più di 55 anni. Il vero nodo resta però l’occupazione femminile, che in Italia continua a essere molto bassa. Su di loro gravano ancora in larga misura le responsabilità di cura dei figli e delle persone non autosufficienti in famiglia, nonostante spesso dispongano di un capitale umano elevato e forse superiore a quello degli uomini.
È quindi necessario alleggerire questo carico attraverso servizi adeguati. Un altro aspetto fondamentale riguarda la transizione tra scuola e lavoro. Esistono interi percorsi di studio che offrono sbocchi occupazionali limitati o nulli, mentre il mercato del lavoro evidenzia un forte disallineamento tra domanda e offerta di competenze. Inoltre, la contrattazione collettiva tiene poco conto dei divari territoriali, con effetti negativi sulla capacità del mercato del lavoro di creare occupazione.
Molti giovani italiani si trovano a fare i conti con precarietà e salari stagnanti. Esiste il rischio che si stia creando una ‘generazione perduta’ dal punto di vista economico e previdenziale?
Nel sistema attuale i contributi versati all’inizio della carriera hanno un peso molto rilevante sul futuro assegno pensionistico. Per questo motivo il funzionamento del mercato del lavoro è cruciale. Serve una riforma della rappresentanza sindacale e contrattuale, perché oggi esiste una vera e propria giungla di contratti, nella quale trovano spazio anche contratti pirata che determinano riduzioni salariali molto evidenti. L’introduzione di un salario minimo sarebbe uno strumento importante, soprattutto perché molti giovani vengono ancora retribuiti con compensi troppo bassi e ciò non dovrebbe poter accadere nel nostro Paese.
Occorre inoltre alleggerire il carico fiscale e contributivo che grava sui salari dei lavoratori più giovani. Una decontribuzione per gli under 35 potrebbe compensare il fatto che queste generazioni avranno pensioni più basse. C’è poi un tema poco discusso ma rilevante: molti lavoratori sono soggetti a clausole di non concorrenza che limitano la possibilità di cambiare datore di lavoro. In alcuni casi i dipendenti scoprono l’esistenza di queste clausole soltanto dopo la firma del contratto. Quindi sarebbe necessaria una maggiore trasparenza anche in questo caso.
Il fenomeno dell’emigrazione dei giovani qualificati continua a crescere. Quali politiche potrebbero rendere l’Italia più attrattiva per trattenere i talenti?
Oltre ovviamente ad aumentare i salari, è necessario rafforzare le università e renderle sempre più capaci di attrarre e selezionare i migliori talenti. Negli ultimi anni ci sono stati alcuni miglioramenti, ma i meccanismi di ingresso e di carriera nel sistema accademico presentano ancora diverse criticità. È necessario anche aumentare i finanziamenti alla ricerca, perché le persone più qualificate e con maggiore potenziale guardano con attenzione alle opportunità offerte in questo ambito.
Anche le condizioni di lavoro devono migliorare. Un altro settore strategico è quello pubblico, che storicamente ha rappresentato uno dei principali canali di ingresso dei giovani nel mercato del lavoro. Per molti anni il blocco del turnover ha limitato le opportunità. Oggi i concorsi sono ripartiti, ma in alcuni casi, anche a causa delle esigenze legate al Pnrr, si è assistito a un abbassamento degli standard di selezione.
Negli ultimi anni il dibattito si è concentrato molto sulle pensioni. Il sistema previdenziale italiano è oggi sostenibile oppure saranno necessari nuovi interventi nei prossimi anni?
Il principale problema non è l’aumento della longevità, perché il sistema contiene già meccanismi di correzione. La vera criticità è rappresentata dal calo della natalità, con tassi di fecondità che continuano a diminuire. Servono politiche di conciliazione tra lavoro e famiglia che riducano il costo economico e organizzativo dell’avere figli. Allo stesso tempo, per compensare la riduzione della popolazione attiva, l’immigrazione rappresenta una risorsa fondamentale, non soltanto per sostenere il sistema previdenziale ma anche per favorire crescita economica e produttività. La Spagna, ad esempio, sta beneficiando di politiche di questo tipo.
Molti giovani temono di non riuscire mai a percepire una pensione adeguata. È una preoccupazione fondata? Quali strumenti potrebbero rafforzare la loro sicurezza previdenziale?
È sicuramente fondata. Il tasso di sostituzione, cioè il rapporto tra pensione e ultimo salario percepito, è destinato a ridursi sensibilmente: oggi è all’80% mentre in futuro si arriverà intorno al 60%. Questo significa che le future pensioni saranno molto più basse rispetto ai redditi da lavoro percepiti. Per questa ragione la previdenza complementare diventerà sempre più importante. Le pensioni integrative rappresenteranno uno strumento fondamentale per garantire una maggiore sicurezza economica alle nuove generazioni.
Si parla spesso di un patto generazionale ormai incrinato, con risorse pubbliche concentrate maggiormente sulle fasce più anziane della popolazione. Condivide questa analisi?
È fondamentale ricordare che il sistema pensionistico si regge sul contributo delle generazioni più giovani, che finanziano le pensioni di chi è già in quiescenza. Questo messaggio dovrebbe essere molto chiaro nel dibattito pubblico. Di conseguenza, le politiche a favore dei giovani non rappresentano soltanto un investimento sulle nuove generazioni, ma anche una condizione necessaria per garantire la sostenibilità dell’intero sistema previdenziale.
Il nostro Paese ha bisogno di educazione finanziaria. Che ruolo possono giocare le riviste specializzate?
L’educazione finanziaria è fondamentale perché le scelte economiche compiute in giovane età possono influenzare profondamente l’intero percorso di vita di una persona. Accrescere la consapevolezza dei cittadini su questi temi ha quindi un valore enorme. In un contesto sempre più complesso, le riviste specializzate possono svolgere un ruolo importante di informazione e orientamento. Anche ‘Eco’, che dirigo, dedica uno spazio specifico all’educazione finanziaria proprio con l’obiettivo di aiutare i lettori a compiere scelte più consapevoli.
Il welfare italiano è ancora adeguato ai cambiamenti del mercato del lavoro, caratterizzato da carriere discontinue, partite Iva e lavori sempre più flessibili?
Il welfare europeo è spesso considerato un modello a livello internazionale, ma quello italiano non può essere definito tra i migliori del continente. Esistono sistemi molto diversi tra loro e numerose esperienze da cui trarre insegnamento. Il nostro welfare necessita di diversi correttivi e di una profonda riforma per poter sopravvivere alle sfide future. Non a caso il prossimo Festival dell’Economia – che si terrà a Torino dal 22 al 25 ottobre – sarà dedicato proprio al tema del salvataggio dello Stato sociale italiano. Inoltre, l’aumento della spesa pubblica destinata alla difesa rischia di sottrarre risorse agli interventi di carattere sociale.
L’intelligenza artificiale e l’automazione stanno già trasformando il mercato del lavoro. Quali professioni saranno più esposte e come dovrebbe prepararsi il sistema di protezione sociale?
A differenza delle precedenti rivoluzioni tecnologiche, l’intelligenza artificiale coinvolge anche professioni ad alta qualificazione. Essere esposti all’intelligenza artificiale non significa necessariamente essere sostituiti: nella maggior parte dei casi le nuove tecnologie dovranno affiancare il lavoro umano. Esistono tuttavia professioni nelle quali è più difficile immaginare questa complementarità.
Traduttori e doppiatori, ad esempio, potrebbero trovarsi in una situazione particolarmente complessa. Anche il settore dell’insegnamento è molto esposto, pur mantenendo una forte componente di relazione e interazione umana. Questi cambiamenti stanno già modificando il modo di lavorare e di insegnare, rendendo necessario un continuo adattamento delle competenze.
Se potesse indicare una sola riforma da realizzare nei prossimi cinque anni per migliorare le prospettive dei giovani lavoratori, quale sceglierebbe e perché?
È difficile individuarne una soltanto, ma la priorità, a mio avviso, sarebbe la decontribuzione per i lavoratori under 35. Si tratterebbe di una misura in grado di compensare almeno in parte il fatto che le nuove generazioni percepiranno pensioni meno generose rispetto a quelle delle generazioni precedenti.
L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di luglio-agosto 2026 (numero 6, anno 9)
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Andrea Cantelmo
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