Milano, 13 ottobre 2026 – Non lascia lividi visibili, ma è la più difficile da scardinare. La violenza economica è una forma di abuso sottile, sistemica e profondamente radicata, che priva le donne della propria indipendenza e della libertà di sottrarsi a relazioni tossiche o maltrattanti. Sono emblematici i numeri emersi dal “Piano strategico nazionale contro la violenza sulle donne e la violenza domestica 2025-2027” redatto dal Dipartimento per le Pari opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri, relativi alle segnalazioni effettuate al numero di prima emergenza anti violenza 1552.
Il documento conferma che nell’ultimo anno preso in analisi, il 2024, la violenza principale subìta da circa la metà delle vittime è fisica (41,6%), seguita dalla psicologica (36%).
Nei casi in cui le vittime avevano subìto due o più tipi di violenza, la psicologica era più frequentemente associata ad altre forme di abuso, con un totale di 7.653 episodi. Analizzando l’insieme delle segnalazioni, oltre alle forme fisiche e psicologiche, rilevante è il numero di segnalazioni per violenza economica che ammontano a 3.372 casi.
Quella economica è inoltre espressamente menzionata nella Convenzione di Istanbul del Consiglio d’Europa all’articolo 3, dove viene inclusa tra le forme di violenza domestica. “Nei casi che abbiamo seguito per maltrattamenti in famiglia, la violenza economica è quasi sempre presente e spesso addirittura precede la psicologica e la fisica”, confermano le avvocate Laura Panciroli, esperta nella tutela penale delle vittime di violenza e Benedetta Guidicini, esperta di diritto di famiglia. “L’obiettivo del maltrattante è chiaro: privare la partner della propria indipendenza economica per isolarla, renderla insicura, dipendente, in modo che non abbia i mezzi materiali, ma anche la necessaria serenità e sicurezza psicologica, per allontanarsi potendo disporre per sé e i propri figli. Spesso si pensa a situazioni estreme, ma le circostanze in cui il denaro diventa un’arma di ricatto sono più diffuse e culturalmente ammesse di quanto si possa pensare» spiega Panciroli.
“È una forma di violenza non clamorosa, non allarmante, anzi, spesso ben celata dall’apparente nobile intento di sollevare la compagna dalla seccatura di relazionarsi con le banche, le assicurazioni, le società finanziarie. Il maltrattante conta sulla fiducia della partner, estromettendola progressivamente dalla gestione delle sue stesse risorse economiche. Continuo a vedere donne che per anni hanno contribuito fattivamente con il proprio lavoro ad imprese familiari, studi professionali, piccole aziende, ma che hanno accettato che fosse il partner a garantire loro, di volta in volta, il denaro necessario alle proprie spese personali. Quando addirittura non si sono trovate intestatarie di finanziamenti, mutui, prestiti, gestiti in via esclusiva dal partner beneficiario» aggiunge Panciroli.
Quando il mantenimento dei figli diventa un’arma
La violenza economica di genere nella crisi della coppia e della famiglia è spesso presente. Culturalmente risultano ancora accettate le posizioni di supremazia economica maschile da un lato e la conseguente soggezione femminile dall’altro ed è proprio questo sistema che spesso rende difficile la presa d’atto della violenza. “In Italia sono ancora consolidati i compiti di cura dei figli e della casa in capo alle mogli, madri, compagne che se ne occupano nonostante e in aggiunta al lavoro. Questo binomio spesso va a svantaggio della vita professionale della donna che tende, sempre per percezione culturale, a non assumere la rilevanza della professionalità dell’uomo” spiega Benedetta Guidicini. In un contesto patologico, secondo quanto riportato dall’esperienza dello Studio Ichino Brugnatelli, quando sono presenti anche i figli la situazione della violenza economica spesso si complica. “Negare in un contesto di sovraccarico del lavoro femminile domestico e professionale un supporto economico per la babysitter e la colf se in famiglia vi sono risorse disponibili, ad esempio, è un modo di manifestare supremazia economica nei confronti della partner, a cui implicitamente viene destinato come prioritario il compito della cura della famiglia e della casa» specifica Guidicini. Non sono rari i casi in occasione di separazioni che vedono gli ex mariti non versare l’assegno periodico per i figli o negare l’apporto per le spese straordinarie, celare i redditi, i bonus o i propri benefits di cui dispongono. O ancora, casi di uomini che evidenziano ai figli la loro maggiore capacità economica rispetto alla madre, pagando regali costosi con l’obiettivo esplicito di sminuire ai loro occhi le minori risorse dell’ex compagna.
Le tutele legali
La tutela civilistica nell’ambito dei procedimenti di separazione e divorzio può essere esercitata in diverse modalità: attraverso l’affidamento super esclusivo (art. 155bis cc) che impedisce all’uomo di negare il contributo su spese straordinarie e la richiesta di addebito (art. 151 c.2 cc), con cui il giudice attribuisce a uno dei coniugi la responsabilità della rottura del matrimonio per violazione di uno dei doveri, la privazione dell’assistenza materiale. Vi sono anche provvedimenti specifici in caso di inadempienze e conseguenti sanzioni pecuniarie (art. 473bis 39 cpc), come nel caso in cui, ad esempio, il padre non vada mai a prendere il figlio a scuola e ritraendosi da questo ruolo è colpevole di arrecare disagio alla mamma. Inoltre, se vi sono inadempienze economiche è diritto richiedere il pagamento diretto del terzo (art. 473bis 37 cpc), un provvedimento del giudice che impone al datore di lavoro del marito di provvedere al versamento del contributo al mantenimento dei figli scalandole dallo stipendio. I dati del Piano strategico nazionale relativi al 2024 confermano inoltre il perdurare del fenomeno dell’under-reporting: il 72,3% delle vittime che si rivolgono al servizio non denuncia la violenza alle autorità competenti ma chiede informazioni sulle tipologie di tutela. Le ragioni principali sono ancora la paura e il timore delle reazioni dell’autore, nel 34,7% dei casi. “Il primo passo è dare un nome a ciò che si sta subendo. Il secondo è rivolgersi a professionisti qualificati e ai centri antiviolenza, che possono fornire un supporto strategico e legale per recuperare la propria autonomia in sicurezza» conclude Panciroli.
I segnali della violenza economica nella coppia
Un vademecum a cura di Laura Panciroli e Benedetta Guidicini, avvocate specializzate in diritto penale e diritto famiglia dello Studio Ichino Brugnatelli e Associati di Milano, da molti anni impegnate nel contrasto alla violenza di genere. Riconoscere la violenza economica non è sempre facile perché spesso si confonde con iniziative di cura e di oculata gestione dei conti familiari, attività che culturalmente in Italia si è predisposti pensare che vadano ancora prevalentemente gestite dal capo famiglia. “Dividersi i compiti per aree di maggiore competenza è naturale, quando la partner viene inclusa e valorizzata nella sua autonomia economica”, annotano le esperte di Studio Ichino Brugnatelli.
I campanelli d’allarme da non ignorare
- Controllo ossessivo delle spese: il partner pretende scontrini, ricevute e giustificazioni per ogni minimo acquisto personale o per la casa effettuato anche con conti personali.
- Negazione delle risorse: con il pretesto di dover gestire le spese viene fornita una sorta di paghetta o un budget rigoroso e limitato, inadeguato alle esigenze, rendendo necessario chiedere di continuo denaro per le necessità primarie.
- Sabotaggio lavorativo: il partner ostacola la carriera della compagna, le impedisce di lavorare, la convince a presentare le dimissioni per non trascurare la famiglia e i figli, rendendola finanziariamente dipendente al 100%.
- Esclusione dalle decisioni: la donna non ha accesso ai conti correnti cointestati, non conosce le password bancarie, viene tenuta all’oscuro della reale situazione patrimoniale della famiglia.
- Firme estorte o ingannevoli: la donna viene indotta o costretta a firmare documenti, accendere mutui, fare da garante per prestiti o intestarsi debiti o società senza che venga spiegato chiaramente di cosa si tratti o quali siano i rischi.
- Appropriazione indebita dei beni: il partner utilizza lo stipendio della compagna, i suoi risparmi o i suoi beni personali senza il suo consenso.
- Svalutazione del lavoro femminile: il partner induce la compagna a lasciare il lavoro definendo non rilevante il suo contributo economico per le esigenze della famiglia, ignorandone o minimizzandone il contenuto valoriale, personale, esistenziale e psicologico, avendo come obiettivo di indurla ad occuparsi unicamente della casa e della famiglia.
- Prevaricazione economica sui figli: l’ex partner cerca di manipolare i figli con regali costosi, così da sottolineare il diverso potere economico tra i genitori.
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