2 novembre 2026 – ore 14:30 – In questi ultimi giorni, stiamo assistendo a una crisi sistemica in gran parte dell’Europa. I notiziari, il web, i social media, centinaia di opinionisti discutono in queste ore della grave crisi istituzionale esplosa in Polonia, della crisi politica in Romania, dei risultati elettorali in Bulgaria, mentre le dichiarazioni al veleno che provengono dalla Slovenia scuotono i palazzi di Bruxelles. In tale scenario, non possiamo certo dimenticare le elevate criticità in Serbia, in Albania e una crisi bosniaca che, qualora precipitasse, determinerebbe a catena una serie di ricadute estremamente negative nell’intero ancor fragile quadrante balcanico. In verità, potremo continuare a lungo a dipingere un quadro oltremodo difficile caratterizzante l’intera Europa orientale, a testimonianza, senza possibilità di smentita, di un livello di diffuso malcontento che sta rischiando di trasformarsi in una decisa e generale insopportazione delle popolazioni nei confronti di scelte politiche condotte dai singoli esecutivi. Tali scelte, spesso, sono state sostenute da una strategia, cieca e sorda, voluta e imposta da Bruxelles, guidata dalla Presidente della Commissione europea, l’integerrima tedesca Ursula von der Leyen, con il pieno sostegno da parte dei sempre più fragili esecutivi di Parigi, Berlino e, anche sotto molti aspetti di Londra. L’indirizzo politico imposto da Bruxelles, come stiamo constatando, si sta rilevando fallimentare davanti a un rischio di un possibile generale collasso economico che sta stritolando le fasce più fragili delle popolazioni europee non solo orientali, minando ed erodendo certezze consolidate sul welfare, sanità e istruzione
Non dimentichiamoci, inoltre, delle continue manifestazioni di protesta che non accennano a placarsi nelle principali capitali europee occidentali. Queste manifestazioni, sempre più estese e non senza incidenti anche gravi, stanno mettendo a dura prova anche la stabilità di governi, determinando principalmente in Francia, Germania, Spagna e Regno Unito, continue fibrillazioni e scontri politici oltremodo rilevanti, favorendo inevitabilmente la contestuale crescita di consensi popolari verso formazioni estremiste.
In tale cornice, le rivendicazioni in Francia, come noto compressa da una crisi finanziaria grave, appaiono quelle più imponenti ed estremamente pressanti. La gente, oltre a una crisi economica sempre più cogente, rivendica il profondo disagio esistente da anni nei comparti dell’istruzione e della sanità, mentre lo spettro incombente nella popolazione di un prossimo taglio draconiano all’intero sistema del welfare, fatto trapelare dal fragile governo di Parigi, riempie i notiziari e gonfia a dismisura le piazze.
Il progetto di un riarmo faraonico, promosso principalmente da Francia e Germania, sostenuto da Bruxelles, in presenza di un fantomatico nemico, di una imminente minaccia proveniente da Mosca, perde ogni giorno di credibilità, lasciando al momento le prime pagine dei notiziari.
Eppure, la Commissione europea, chiusa in una splendida torre d’avorio, come si suol dire, nicchia, prende le difese del premier polacco, trincerandosi dietro sterili discussioni giuridiche e non facendo alcuna menzione alla decisione “improvvida” del Capo del Governo Tusk di far irrompere la polizia all’interno della Corte Costituzionale di Varsavia.
Bruxelles, inoltre, si congratula a denti stretti con Ilijana Jotova, nuovo Capo di stato a Sofia e sorvola abilmente sulla crisi politico-economica e istituzionale grave in Romania, sfociata, dopo oltre cinque lunghi mesi di palesi arbitri e da imponenti manifestazioni di protesta, in un governo di minoranza guidato da Luca Niculescu, giornalista e diplomatico. La Commissione, infine, tace sostanzialmente sulle continue manifestazioni di protesta in Albania, sulle possibili derive in Serbia, e non accenna minimamente a contestare le durissime dichiarazioni espresse contro la UE su X dal premier sloveno Janez Jansa, espressione del partito democratico sloveno, (SDS), annunciando contestualmente nuovi, urgenti e necessari finanziamenti a Kiev.
Dai palazzi di Bruxelles non si manifesta pertanto alcuna volontà di modificare la rotta, nessun interesse al momento di avvicinarsi alle esigenze legittime delle genti.
Eppure, tutti siamo consapevoli che la crisi energetica è stata scatenata solamente in minima parte dallo stallo nello stretto di Hormuz, perché esplosa dall’aver voluto tranciare ogni rapporto con Mosca nel delicato settore degli approvvigionamenti. Il voler continuare a sostenere testardamente con continui finanziamenti a pioggia sine die una Ucraina, sfinita, da tempo divenuta tragicamente “uno stato fallito”, essendo totalmente dipendente economicamente dal sostegno europeo, appare assolutamente incomprensibile. Inoltre, l’insistere a sostenere una politica migratoria discutibile non giova affatto a un continente europeo attanagliato da una crisi finanziaria sistemica, accompagnata da una criticità industriale conclamata e drammatica in alcuni settori strategici.
Dovrebbe essere giunta l’ora di avviare colloqui “responsabili” con Mosca, di chiudere “responsabilmente” un capitolo drammatico e atroce nel cuore dell’Europa, di cercare una soluzione negoziale al conflitto che possa essere concreta e “responsabile” verso il bene comune, di riprendere le forniture energetiche con la Russia e di dialogare “responsabilmente” con Washington.
Solo dopo aver acquisito questa nuova autorevolezza, Bruxelles potrebbe avviare nuove relazioni con Pechino, promuovere congiuntamente una strategia per e con l’Africa e divenire il mediatore principale nel dilaniato Medio-Oriente.
In tale quadro di una utopica ma anche possibile visione, potrebbe essere avviata la ricostruzione dell’Ucraina, cercando di accompagnare Kiev verso un lungo e difficile processo realmente democratico.
Alla luce di quanto sopra, aspettiamoci in tutta Europa mesi turbolenti che sfoceranno dalla prossima primavera in una serie interminabili di elezioni che potrebbero determinare nuovi equilibri in una Unione Europa stanca, tracotante e cieca.
Tuttavia, non smetterò mai di pensare ad una futura Unione Europea, capace di esprimersi a una sola voce e con il solo fine di perseguire realmente il “bene comune”.
Forse ora è giunto il momento di rivendicare con forza i valori fondamentali che avevano spinto i fondatori a credere a una Europa, promotrice del Rispetto della dignità umana, della Libertà, della Democrazia, dell’ Uguaglianza, dello Stato di diritto e del Rispetto dei diritti umani.
https://x.com/JJansaSDS/status/2116567381375910254
https://www.gov.pl/web/primeminister/donald-tusk
https://www.dw.com/en/germanys-gen-z-protests-disrupted-by-violence-on-saturday/live-79814694
https://www.bbc.com/news/articles/cwvg05z184j0o
https://www.bbc.com/news/articles/cm2ke80nd929o
https://globalnation.inquirer.net/345145/serbian-police-chief-arrested-in-wake-of-election-upheaval
https://sarajevotimes.com/united-nations-security-council-to-discuss-the-situation-in-bih-today/
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Stefano Silvio Dragani già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.
È autore di cinque saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: “Frammenti di vita” (2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole” (2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; “Un altro mondo” (2025) e “Ultimo Miglio” (2026), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.
Articolo di Stefano Silvio Dragani
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