Dal 19 al 23 ottobre 2026 il Tesoro colloca insieme il Btp Valore e il Btp Valore Insieme, due titoli a cinque anni da 1.000 euro minimi, con tassazione al 12,5%. Il momento è particolare: la Bce ha alzato i tassi a giugno e di nuovo il 10 settembre, portando il tasso sui depositi al 2,50%, e tornerà a riunirsi il 29 ottobre, sei giorni dopo la chiusura del collocamento. Chi sottoscrive si chiede quindi cosa succede al proprio investimento se la Bce sale ancora o se, prima o poi, torna a scendere. La risposta cambia a seconda di una domanda sola: i titoli si tengono fino al 2031 o si rischia di venderli prima?
Cosa fissa il Tesoro e cosa può cambiare dopo il 23 ottobre
I due titoli hanno rendimenti minimi garantiti, annunciati dal Tesoro prima dell’avvio. Il Btp Valore paga cedole trimestrali crescenti: 3,7% annuo lordo nei primi due anni, 4,1% nel terzo e quarto, 4,7% nell’ultimo. Il Btp Valore Insieme non stacca cedole intermedie e paga a scadenza una maxicedola del 22,25% insieme al capitale.
Alla chiusura del collocamento, il 23 ottobre, il Tesoro può confermare questi tassi o alzarli, mai ridurli. Qui entra in gioco la Bce, ma in modo indiretto. Il tasso definitivo dipende dalle condizioni di mercato, che già incorporano le attese sulle mosse della banca centrale. Il rialzo di settembre è già alle spalle, mentre la riunione del 29 ottobre arriva a collocamento concluso: non può cambiare i tassi di chi ha già sottoscritto. Una mossa a sorpresa potrebbe incidere solo sul prezzo di mercato dei titoli, non sulle cedole o sulla maxicedola.
Un riferimento utile: all’asta del 29 settembre il Btp a cinque anni rendeva il 4,08%, mentre il rendimento lordo annuo implicito dei due nuovi titoli, calcolato con i tassi minimi, è intorno al 4,1% per entrambi. Sono dunque in linea con il mercato di fine settembre, e un’eventuale revisione al rialzo dipenderà da cosa farà il mercato fino al 23 ottobre. Questo dato è un calcolo nostro su tassi minimi, prima della tassazione.
Se i tassi salgono: il titolo non cambia, il prezzo sì
Se la Bce alzasse ancora i tassi, o se i mercati lo scontassero, il rendimento dei titoli appena emessi resterebbe quello sottoscritto. Chi li tiene fino al 2031 incassa le cedole o la maxicedola previste e riceve il capitale alla pari, a meno che non intervenga un rialzo dei tassi definitivi prima del 23 ottobre.
Il problema nasce per chi deve vendere prima. Se i tassi di mercato salgono, i nuovi titoli rendono di più di quelli già in circolazione e il prezzo dei vecchi scende. Con una simulazione semplificata, che sposta di colpo il rendimento di mercato e trascura tasse e costi, l’effetto su 100 euro di capitale è questo:
| Variazione dei tassi di mercato | Btp Valore | Btp Valore Insieme |
|---|---|---|
| +1 punto | circa 95,7 | circa 95,3 |
| +0,5 punti | circa 97,8 | circa 97,6 |
| -0,5 punti | circa 102,2 | circa 102,4 |
| -1 punto | circa 104,5 | circa 104,9 |
Il Valore Insieme è un po’ più sensibile perché non paga nulla fino alla fine: i soldi arrivano tutti nel 2031 e la distanza pesa di più. Lo ha riconosciuto anche il direttore del Debito pubblico del ministero dell’Economia, secondo cui è il titolo più esposto alle oscillazioni dei prezzi. La differenza, in questo scenario, resta contenuta: poco più di mezzo punto a parità di variazione. Lo scenario vale all’emissione. Con il passare degli anni la sensibilità si riduce, perché la scadenza si avvicina.
In euro, su un investimento di 10.000 euro, un rialzo di un punto dei tassi di mercato porterebbe il valore teorico a circa 9.570 euro per il Valore e a circa 9.530 euro per l’Insieme. È una perdita solo sulla carta, che diventa reale esclusivamente per chi vende in quel momento. Chi aspetta la scadenza, invece, recupera il capitale pieno, a patto di non avere avuto bisogno dei soldi nel frattempo. Per questo il tema non è tanto “cosa farà la Bce”, quanto quando potrebbe servire il denaro.
Se i tassi scendono: il prezzo sale, ma il reinvestimento costa
Un calo dei tassi ha l’effetto speculare: i prezzi salirebbero e chi vende prima potrebbe incassare più di 100. È un vantaggio solo per chi ha bisogno di vendere in anticipo, non per chi tiene il titolo fino alla scadenza.
Per chi tiene fino al 2031 la differenza tra i due titoli sta altrove, nel reinvestimento. Il Btp Valore stacca cedole ogni tre mesi, che vanno rimesse a frutto: se i tassi scendono, le si reinveste a condizioni peggiori. Il Valore Insieme non ha questo problema, perché il rendimento è bloccato nella maxicedola. Su 10.000 euro, a scadenza e prima del bollo, gli interessi netti sono circa 1.776 euro per il Valore e 1.947 euro per l’Insieme. Con un reinvestimento netto delle cedole al 2% il Valore sale a circa 1.858 euro; al 4% arriva a circa 1.944 euro, praticamente quanto l’Insieme. Sono nostre elaborazioni su ipotesi.
Il quadro, quindi, è questo: se i tassi scendono, il Valore Insieme rende di più del Valore perché blocca il rendimento; se i tassi salgono, il Valore ha un piccolo vantaggio, perché le cedole trimestrali si reinvestono a condizioni migliori e il prezzo è meno volatile. Nessuno dei due titoli è “migliore in assoluto”: dipende da quale scenario si ritiene più probabile.
Cosa conviene fare prima del 23 ottobre
Prevedere la Bce è difficile, e gli stessi analisti sono divisi: c’è chi ritiene che il 2,50% sia già vicino al limite alto di un livello considerato neutrale e chi avverte che ulteriori strette potrebbero pesare sulla ripresa. Più che puntare su una previsione, conviene ragionare su cosa succede in ciascun scenario.
- Se i soldi servono nel 2031 e si possono lasciare fermi: la sensibilità ai tassi di mercato conta poco, perché il rimborso alla pari e le cedole sono quelli sottoscritti.
- Se c’è la possibilità di dover vendere prima: è prudente non concentrare tutto sul Valore Insieme e tenere una parte liquida o sul Valore.
- Se si teme che i tassi scendano: il Valore Insieme blocca il rendimento della maxicedola per tutti e cinque gli anni.
- Se si teme che i tassi salgano ancora: una parte sul Valore, con cedole da reinvestire, offre più flessibilità.
C’è poi il fattore inflazione: a settembre in Italia è stata del 4,2%, contro un rendimento netto dei due titoli intorno al 3,6% annuo. Se l’inflazione restasse a quel livello, il guadagno reale sarebbe negativo. Anche per questo i mercati non escludono nuovi rialzi entro la fine dell’anno, e un’inflazione più alta dei rendimenti resta il vero rischio per chi punta sui titoli di Stato per proteggere il potere d’acquisto.
Va ricordato, infine, che il bollo dello 0,20% annuo sul deposito pesa circa 20 euro ogni 10.000 euro e che il tasso definitivo sarà comunicato a fine collocamento. Il consiglio resta lo stesso di ogni titolo a cinque anni: investire soltanto soldi che non servono prima, perché è la scadenza a proteggere dal movimento dei tassi.
Dott. Luca Rossoni
Il dott. Luca Rossi � un esperto analista finanziario con oltre 30 anni di esperienza nel settore delle finanze. Ha conseguito la laurea in Economia e Commercio presso l’Universit� Bocconi e ha lavorato per prestigiose istituzioni bancarie e societ� di consulenza. Specializzato in strategie di investimento e gestione del rischio, Luca ha aiutato numerosi clienti a ottimizzare i loro portafogli …
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link









